Ditegli sempre di sì, conosciuta fino al 1932 come Chill'è pazzo! è una commedia in due atti scritta da Eduardo De Filippo nel 1927.
Storia La commedia fu scritta da Eduardo per Vincenzo Scarpetta nel 1927; il fratellastro la portò in scena il 7 aprile 1928 presso il Teatro Manzoni di Roma. Il titolo originale era Chill'è pazzo!, era un atto unico in dialetto napoletano e aveva come protagonista la maschera scarpettiana di Felice Sciosciammocca. Pur presentando una trama molto simile e gran parte dei dialoghi che appariranno nella versione definitiva, questa prima stesura era piuttosto differente nell'intreccio, che riprendeva elementi di base di 'O miedeco d'e pazze: come in quest'ultima commedia, infatti, la pazzia del protagonista era solo simulata come espediente per sfuggire ai guai. Il copione prevedeva inoltre un gran numero di personaggi e storie secondarie. La commedia non riscosse il successo sperato e non fu più replicata; tale stesura è considerata perduta.
Nel 1932 l'autore riscrisse completamente il dramma in occasione dell'allestimento della compagnia Teatro Umoristico I De Filippo. Lo spettacolo, diretto dallo stesso Eduardo, andò in scena al Teatro Nuovo di Napoli con il titolo definitivo Ditegli sempre di sì; nella commedia recitavano, oltre ai tre fratelli De Filippo, anche Tina Pica e Dolores Palumbo. Nella stesura definitiva, scritta per la maggior parte in lingua italiana, Felice Sciosciammocca veniva sostituito con il personaggio originale di Michele Murri; nonostante la suddivisione in due atti, il dramma godeva di un intreccio più snello grazie alla riduzione del numero dei comprimari e all'eliminazione o ridimensionamento di alcune sottotrame. La commedia riscosse un discreto successo e nello stesso anno fu portata in tournée, toccando anche Milano e Roma; non venne tuttavia riproposta fino al 12 ottobre 1955, quando fu portata in scena al Teatro Eliseo di Roma. In seguito, De Filippo giustificherà questa lunga assenza dai teatri affermando di non essere particolarmente soddisfatto della commedia: i tagli, a suo dire, l'avevano resa meno equilibrata rispetto alla prima stesura, e rimpiangeva di aver lasciato aperte alcune storie interessanti come quella di Olga ed Ettore; ammise inoltre di aver commesso alcune ingenuità nella caratterizzazione dei personaggi e di aver utilizzato numerosi cliché nello sviluppo delle situazioni. Ciononostante, riteneva Ditegli sempre di sì una delle sue prime commedie compiuteGiovanni Antonucci, Eduardo De Filippo: introduzione e guida allo studio dell'opera eduardiana - storia e antologia della critica Firenze, Le Monnier, 1981.
La commedia fu adattata per la messa in scena televisiva a cura dello stesso Eduardo, e venne trasmessa l'8 gennaio 1962 dal Secondo Programma della Rai all'interno del quinto ciclo de Il Teatro di Eduardo. Nel 1982 la commedia fu ripresa dalla compagnia di Luca De Filippo, che la portò in scena alla Biennale Teatro '82 a Venezia; questa edizione godeva della regia di Eduardo, che dirigeva il figlio Luca nel ruolo del protagonista. Questi porterà nuovamente in scena la commedia nella stagione 1997-98, durante la quale fu rappresentata anche a Los Angeles. La stessa regia verrà ripresa a partire dal 2019 a cura di Carolina Rosi, col ruolo del protagonista affidato a Gianfelice Imparatohttps://emiliaromagnateatro.com/production/ditegli-sempre-di-si/.
La commedia fu inserita nella Cantata dei giorni pari a partire dalla terza edizione del 1962. Un'erronea stampa in tale edizione, curata dallo stesso Eduardo, ne colloca la data di composizione al 1932, che è invece la data di rappresentazione. Nella successiva edizione del 1971, sempre a cura del drammaturgo, viene correttamente riportato il 1927 come data di stesura.
Trama
Atto I Appartamento di Michele e Teresa Murri
Michele Murri, commerciante di Napoli, ha trascorso un anno in manicomio in seguito a una crisi di nervi. Il dottor Croce, che ha seguito il suo caso, lo rimanda improvvisamente a casa, ritenendolo guarito: nell'affidarlo alla sorella Teresa, tuttavia, gli dice che il suo equilibrio psichico è molto labile, pertanto sarà bene assecondare il più possibile le sue richieste. Teresa si trova quindi alle prese con una serie di problemi: per non compromettere gli affari di Michele, ella non ha rivelato a nessuno il reale motivo dell'allontanamento, pertanto è costretta a dire ad amici e conoscenti che il fratello è appena tornato da un lungo viaggio. In sua assenza, inoltre, Teresa ha affittato la sua camera a Luigi Strada, uno scapestrato attore in cerca di fortuna.
Una volta giunto a casa, in effetti, Michele sembra star bene, ancorché traumatizzato dall'esperienza in manicomio; pian piano, tuttavia, l'ambiguità di alcune situazioni tipiche del perbenismo borghese iniziano a far vacillare l'equilibrio psichico dell'uomo: egli prende infatti alla lettera qualsiasi cosa gli venga detta, comprende le situazioni in maniera errata e confonde nomi e persone. Inizialmente le uniche conseguenze sono simpatiche schermaglie con Luigi a proposito della recitazione di quest'ultimo, ma le situazioni si faranno via via più ingarbugliate.
I bislacchi tentativi da parte di Teresa di non contraddirlo portano Michele a intercedere per lei col padrone di casa, don Giovanni, convinto che la sorella intenda sposarlo: don Giovanni, che in effetti si è invaghito di lei, rimane deliziato di questa notizia e inizia a farle mille moine, che lei rifiuta con sdegno poiché l'uomo è sposato. Michele incontra poi Ettore, uno scalcinato truffatore alle prese con un forte debito: Michele capisce invece che il ragazzo abbia vinto una ricca somma di denaro al lotto, e lo riferisce alla di lui fidanzata Olga, illudendola che il loro matrimonio, a lungo rimandato per via dei debiti, sia finalmente prossimo. Infine, dopo un dialogo con l'amico di famiglia Vincenzo, si convince che questi sia morto (in base a un commento sarcastico avanzato dallo stesso Vincenzo); Michele ritiene dunque opportuno informare Attilio, fratello di Vincenzo: sapendo che i due non si parlano da anni in seguito a un banale screzio, l'uomo gli scrive un telegramma per riferirgli l'avvenuta disgrazia.
Atto II Villa di Vincenzo
Michele ha eluso la sorveglianza di Teresa e si è recato in campagna da Vincenzo, il quale sta festeggiando il proprio compleanno insieme a sua moglie Saveria, don Giovanni con la figlia Evelina e Luigi, il quale, innamorato della ragazza, si è autoinvitato alla festa nella speranza di poterla corteggiare. Per far colpo su di lei, Luigi si lancia nella recita di una poesia di sua creazione, ma Michele, già frastornato da quanto accaduto nell'atto precedente, prende alla lettera le figure retoriche e mette così in luce l'inconsistenza del componimento. La conversazione viene interrotta dall'arrivo di una corona di fiori inviata da Attilio per il presunto funerale di Vincenzo: questi crede che si tratti di uno scherzo di pessimo gusto, pertanto quando lo stesso fratello si presenta alla sua porta i due si azzuffano; grazie all'intervento di Michele, tuttavia, finiscono per riappacificarsi una volta per tutte.
Approfittando dell'assenza dei padroni di casa, Luigi corteggia Evelina, ma la ragazza non può cedere poiché il padre le impedirebbe di frequentare un giovane spiantato. Evelina si confida quindi con donna Saveria, la quale a sua volta riferisce tutto a Michele. L'uomo, sempre più confuso, identifica se stesso con Luigi, e le racconta che il giovane è appena uscito dal manicomio dove ha trascorso un anno. Questo getta l'intero gruppo nello scompiglio e tutti si rivoltano contro il povero, incolpevole Luigi.
In seguito a una serie di peripezie, Luigi rimane solo con Michele: l'uomo, ormai di nuovo fuori di sé, gli si rivolge chiamandolo col proprio nome, presentando sé stesso come un celebre medico indiano; si appresta quindi a decapitarlo per guarirlo definitivamente, in base all'assunto secondo cui la causa di ogni forma di pazzia risiede nella testa.
Il giovane viene salvato in extremis dall'intervento di Teresa, giunta alla villa dopo essersi accorta della fuga di Michele. Ella non può far altro che rivelare a tutti gli amici la verità sulle condizioni di Michele e chiedere perdono per tutti i guai da lui combinati. Michele, sempre rivolgendosi a Luigi come a se stesso, gli suggerisce malinconicamente di tornare al manicomio per non dar più pena ad amici, parenti e alla società in generale, lasciando intendere che questo sarà in realtà il proprio destino. Mentre Teresa e Michele si allontanano, tutti i presenti si accorgono dell'ultima bravata dell'uomo: prendendo alla lettera un commento di Attilio, che lamentava la scarsa praticità dei bottoni, li ha tagliati tutti dalle giacche dei presenti.
Note
Bibliografia
Categoria:Opere teatrali in italiano Categoria:Opere teatrali del 1927