La guerra santa è un'azione aggressiva o militare intrapresa in nome di un credo, una divinità, un'ideologia, o approvata da un'autorità politico-spirituale, alla quale siano attribuite finalità di salvaguardia di valori morali o generalmente religiosi.
Nonostante la prevalenza dell'uso che se ne fa per iperbole nel comune conversare, l'espressione ha nella storia ben precisi significati e riferimenti, rientrando nel problema teologico della guerra giusta, oppure da una prospettiva più ampia di una guerra spirituale che coinvolga entità metafisiche.
La santità della guerra , anche ovviamente per la palese consapevolezza dei gravi rischi connessi, ed è pertanto sempre stata cura dei promotori delle guerre il fornire motivazioni di forte rilievo morale per poter conseguire consenso intorno alle azioni proposte, al fine di poter contare su forze armate efficacemente determinate a conseguire la vittoria.
Oltre ai motivi ideali (indipendenza, lotta all'oppressore, instaurazione della propria cultura, resistenza all'aggressione, etc.), si è verificata più volte nel corso della storia la necessità di ricorrere a suggestioni più profonde anche per eliminare le resistenze etiche che minavano il consenso.
Con lo sviluppo delle religioni rivelate, che, proponendo modelli comportamentali universalistici, vedono nel proselitismo una sicura via di salvezza per ogni uomo e ogni comunità, il richiamo morale si è fatto più facile da inoltrare. Se esiste una via (e soltanto una) per la salvezza, quella rivelata (ad Abramo, Mosè e poi da Gesù Cristo oppure a Maometto) la diffusione della via per la salvezza diventa un dovere.
L'affermazione della "santità", anche solo della "liceità" di una guerra, assolve dunque alla funzione di nobilitare la motivazione guerresca e di garantire preventivamente al soldato la liceità di quanto sta per compiere. Analoga alla non imputabilità giuridica del soldato che uccide, sorge dunque la discriminante religiosa, per la quale nemmeno la Legge di Dio è stata violata se la guerra risponde all'interesse della religione. Questa attribuzione viene appunto rilasciata dall'autorità religiosa, a volte con enfatica determinazione, ma più spesso con implicito avallo, a seguito di specifiche interpretazioni dei rispettivi riferimenti teologici (della sistematizzazione interpretativa posteriore) ma anche scritturali, cioè quelli esplicitamente rintracciabili nel libro sacro, ove possibile. In genere, l'esegesi a ciò finalizzata produce il risultato che "a talune condizioni" la guerra sarebbe un "male minore", un "necessario sacrificio" e un doveroso intervento comunque ben gradito al Signore; coloro che si rivolgono con approccio critico verso simili sinergie fra autorità religiose e politiche, non mancano però di sottolineare la variabile elasticità interpretativa delle rispettive Scritture.
Gli Ebrei, che inaugurano la prima religione monoteista rivelata, fra i primi sperimentarono anche tutto ciò che ad esso si accompagnava: il diritto divino, l'esaltazione del popolo eletto, la sconfitta dell'ateismo, delle religioni avversarie e di chi le professava, invocando anche l'aiuto divino per le azioni armate necessarie ad ottenere tali obiettivi.
Nell'Antico testamento il ritorno degli ebrei dalla schiavitù in Egitto coincide con una guerra per fruire del territorio promesso da Dio ad Abramo, anche a spese dei popoli insediatisi nella Terra di Canaan.
Anche nell'antica Roma monarchica si sviluppò il concetto di "guerra santa", con il complesso di operazioni rituali eseguite dai feziali. Tito Livio ci testimonia nelle sue Historiae le formule in uso all'epoca allorché il Senato decideva l'avvio delle operazioni di guerra contro il proprio vicino:
Non diversamente stanno le cose nel Cristianesimo, anche se diverso ne è il fondamento ideologico. Gesù Cristo, che espressamente introdusse la missione e la diffusione della "buona novella", non fornì mai un esplicito consenso alla violenza come mezzo di diffusione della sua parola. Le sue parole sono anzi rivolte verso l'idea della non violenza, eclatante esempio di questo atteggiamento può essere ritrovato nell'episodio in cui viene invitato a spronare il popolo ebreo a prendere le armi e opporsi al versamento dei tributi ai dominatori romani, per cui Gesù rispose «rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt ). I più significativi e simbolici atti con cui Cristo si oppone alla violenza sono quelli avvenuti nei momenti prossimi alla sua morte in cui riattacca un orecchio lacerato a una guardia da un colpo di spada dell'Apostolo Pietro, mentre tentava di impedire la cattura di Gesù, fino ad arrivare a perdonare i suoi stessi carnefici poco prima di perire sulla croce. Nonostante il palese rigetto della violenza da parte di Gesù numerosi sono stati gli statisti o i religiosi che attraverso interpretazioni ambigue delle Scritture o estrapolandone passi fuori contesto si sono rifatti a motivazioni religiose per giustificare guerre che molto spesso di religioso avevano ben poco. Esempi sono l'affermazione categorica dell'apostolo Paolo secondo cui «Non c'è autorità se non da Dio» (Rm ) o il famoso passo "Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada" (Mt ) (anche se riferito a una guerra spirituale e non materiale). Altra tendenza, iniziata da Costantino I e conclusasi solo con moti della prima metà del diciannovesimo secolo è quella di dare una presunta vestizione divina al regnante che non comandava, quindi, attraverso l'autorità datagli dal suo popolo, ma tramite diritto divino, che essendo concesso direttamente da Dio, non poteva essere contestato e autorizzava, di conseguenza, a muoversi all'infuori della legge terrena, fino ad arrivare a un vero e proprio cesaropapismo in cui potere temporale e potere spirituale si univano in una stessa persona.
Pochissimi furono i Padri della Chiesa che si espressero contro la guerra in ogni circostanza: Tertulliano, Origene e Lattanzio costituiscono delle eccezioni nel "mare" del giustificazionismo cristiano.P. Contamine, La guerra..., p. 356. Le guerre Sante vennero proclamate dai papi non solo in occasione delle crociate, per liberare la Terra Santa dall'infedele conquistatore, ma anche contro le eresie che andavano contro il sistema dogmatico imposto dalla Chiesa cattolica, è alla luce di questo che vanno, ad esempio, lette la tolleranza di fatto della chiesa verso la famigerata quarta crociata veneziana contro la cristiana Costantinopoli.
Nell'Islam conta invece più la diffusione politico-territoriale della dār al-Islām (casa dell'Islam) che la conversione in sé, secondo un passo del Corano, non facilmente interpretabile, secondo il quale "non c'è costrizione nella fede" (lā ikrāh fī al-dīn).
Nella Dār al-Islām ai musulmani spetta comunque la direzione politica, la piena espressione delle pratiche di culto e il possesso delle armi (dell'esercito). Ai dhimmi (ebrei, cristiani, mazdei e altri), privi della piena cittadinanza, è impedito di fare proselitismo, mentre è concesso l'esercizio del culto, della proprietà e un accesso a cariche amministrative in teoria anche elevate (con l'impossibilità però di ricoprire l'ufficio di percettore delle imposte coraniche), ma nessuna funzione giudiziaria e militare. I dhimmi sono obbligati a pagare un'apposita tassa supplementare, la jizya (imposta personale) ed eventualmente il kharāj (imposta fondiaria) per poter legittimamente usufruire delle loro limitate libertà civili e religiose.
Il jihad islamico
Maometto partecipò di persona a molte battaglie, e ne predicò altre in nome di Allah, trasformando in guerra santa delle spedizioni punitive contro altre tribù arabe o ebree. I suoi successori avrebbero proseguito nella stessa direzione, accentuandola.
Nei primi secoli dell'espansione araba, i giuristi musulmani giunsero a dividere il mondo in due sfere: la "Casa dell'Islam" e la "Casa della guerra". Secondo questa prospettiva, poiché non poteva esistere permanentemente un'altra comunità organizzata al di fuori dell'Islam, era considerato dovere sacro del musulmano combattere contro l'infedele. In seguito, con l'arrestarsi dell'avanzata islamica e la disgregazione dell'Impero Arabo in numerosi stati minori, venne a stabilirsi un rapporto di reciproca tolleranza tra l'Islam e gli stati non musulmani. Quest'ultimi vennero percepiti ancora come "Casa della guerra", ma la loro conquista venne rimandata dall'epoca storica a quella messianica. All'epoca della prima Crociata, lo spirito del jihad si era un po' assopito presso i fatimi d'Egitto, ma rinacque con i turchi selgiuchidi e nella Spagna almoravide, e sarà rilanciato con le Crociate. Ad esempio, secondo il suo amico e biografo Ibn Shaddad, Saladino fu un convinto fautore della "guerra santa" che non si sarebbe limitata alla conquista della Stati Crociati, al punto da dichiarare: "Quando Dio Onnipotente mi avrà concesso di impadronirmi del resto della costa… attraverserò le loro [dei cristiani] isole per inseguirli fino a quando non resterà nessuno sulla faccia della terra che non riconosca Allah, a costo della morte!”.
In tempi recenti, e per motivi legati all'attualità, la locuzione è spesso utilizzata, secondo alcuni in maniera non del tutto appropriata, per giustificare la lotta politica e militare contro il predominio economico (ma anche culturale) d'un Occidente ritenuto aggressivo e globalizzante. Da questo punto di vista si isolano alcuni aspetti del jihād e, nella fattispecie, quello che identifica l'obbligo per i componenti della comunità islamica di difendere, in caso di aggressione, oppressione o persecuzione la comunità stessa (cioè il jihād difensivo), oppure quello (senza che in questo caso vi sia alcun obbligo connesso da parte dei singoli fedeli islamici ma solo della comunità nel suo insieme) di espandere i domini musulmani (jihād offensivo).
Sotto questo aspetto, al jihād viene attribuito anche un carattere difensivo e non puramente offensivo o espansivo, che non dovrebbe però prevedere atti di eccessiva efferatezza, infatti secondo un ḥadīth (tradizione religiosa) Maometto esortò così i credenti in Allāh: "non uccidete donne, bambini, neonati, vecchi".
Al contrario di quanto si crede non esiste alcuna differenza fra jihād e Crociata, dovuta alla diversa organizzazione della guerra santa. Se infatti è vero che nell'Islam è lecita una individuale e spontanea lettura interpretativa del Corano è però vero che, per poter essere validamente proclamato, il jihād deve essere legittimato dal consenso della maggioranza dei più autorevoli giurisperiti (ʿulamāʾ, sing. ʿālim) e da una nutrita serie di fatawa, lasciando che nell'Islam classico l'iniziativa incombesse poi per gli aspetti pratici e organizzativi sul califfo (e nel mondo sciita sull'imām), così come la Crociata è istituzionalmente promossa dal vertice della piramide teocratica, formalmente del tutto assente nell'Islam.