La guerra di Chioggia fu un conflitto combattuto dalla Repubblica di Genova contro la Repubblica di Venezia tra il 1378 e il 1381A. Cameron, R. Barbieri, L'Europa del Medioevo e del Rinascimento, p. 197., in conclusione di un confronto aperto che durava da anni e che aveva già contato qualche occasionale e limitato scontro militare.
Inizialmente i genovesi riuscirono a conquistare Chioggia e vaste zone della laguna di Venezia, ma alla fine i veneziani riuscirono a riprendersi Chioggia e le città lagunari e istriane che erano cadute nelle mani dei genovesi. La guerra si concluse poi diplomaticamente con la pace di Torino dell'8 agosto 1381, che sancì l'uscita dei genovesi e dei veneziani da un conflitto in cui entrambe le repubbliche marinare avevano subito ingenti danni economici.
La guerra di Chioggia rappresentò l'ultimo scontro di rilievo tra genovesi e veneziani, dal quale Venezia si riprese presto grazie alla sua solida organizzazione interna, mentre Genova, a quei tempi anche tormentata da lotte intestine per il potere, entrò in un periodo di scontri che la portò ad una coesistenza coi rivali veneziani, ed i loro interessi commerciali verso l'Egeo e l'Oriente vennero de facto spartiti nei successivi secoli, con le zone del Dodecaneso, di Costantinopoli ed il mar Nero ai commerci genovesi, mentre l'Adriatico, le isole ionie e Creta (Candia) ai commerci veneziani.
Le vicende di questa guerra - che portò alla completa distruzione di Clodia minor, l'attuale Sottomarina - vengono ancora rievocate nel Palio della Marciliana che si tiene annualmente nella città lagunare di Chioggia.
Origini del conflitto Il conflitto tra Genova e Venezia per il controllo del commercio nel Levante era latente da lungo tempo, con una sorda rivalità che esplodeva in periodiche fiammate di violenza, ma che in realtà si combatteva soprattutto nel campo della diplomazia e del commercio. Venezia, in particolare, un tempo egemone sulle rotte orientali, vedeva con irritazione sempre maggiore l'accresciuta potenza della rivale, che, forte dell'appoggio ricevuto nel secolo precedente dagli imperatori Paleologi, aveva creato una rete di empori e di colonie in grado di competere con il commercio veneziano.
Venezia aveva conseguito un importante successo nel 1352, quando, a fronte di un prestito di 30 000 ducati concesso nel 1343, aveva ricevuto in pegno dall'imperatore Giovanni Paleologo l'isola di Tenedo, scalo strategico per i traffici provenienti dal Bosforo e dal Mar Nero, a lungo ambito da entrambe le potenze marittime. Accresciutosi poi il debito alla cifra di ben 80 000 ducati, l'imperatore s'indusse infine a concedere definitivamente l'isola a Venezia nel 1364.
Il casus belli e le alleanze Nel 1369 era morto a Cipro, vittima d'una congiura di palazzo, il re Pietro I di Lusignano, cui, dopo una breve ma agitata reggenza, successe il giovanissimo figlio Pietro II. Il casus belli avvenne proprio nell'ottobre del 1372, durante la cerimonia d'incoronazione del nuovo sovrano, quando, per ragioni di precedenza, vennero a diverbio il console genovese Paganino Doria e il bailo veneziano Marino Malipiero. Si accese una disputa così aspra che alla fine del banchetto i veneziani, passati dalle parole ai fatti, con l'aiuto dei nobili ciprioti sopraffecero i genovesi, scagliandoli da una finestra. In breve i tumulti si estesero all'intera capitale, Famagosta, e in tutto il resto dell'isola, dove si scatenò una vera e propria caccia ai cittadini genovesi, con aggressioni, massacri ed estesi saccheggi da parte dei ciprioti.
Quando la notizia dei fatti di Cipro giunse a Genova, ordinarono una immediata rappresaglia , fecero armare quarantadue galee, con quattordicimila uomini delle truppe da sbarco al comando di Pietro Fregoso: l'ordine era di vendicare l'affronto subito e di attaccare Cipro. Priva degli aiuti della Serenissima, allora impegnata in una dura guerra contro Francesco da Carrara e non in grado di affrontare i genovesi, fu in breve presa da Genova: occupata Nicosia, le altre città ed infine, dopo un lungo assedio, la stessa Famagosta, l'isola era stata soggiogata; venne restituita ad un governo fantoccio retto dal bambino dodicenne Pietro II sotto la tutela della madre, governo che era costretto ad un pagamento di un tributo annuale di fiorini ai genovesi e di una indennità di guerra di oltre due milioni di fiorini d'oro. Genova manteneva comunque le sue guarnigioni d'occupazione in Famagosta ed altre città minori e di fatto manteneva il controllo commerciale e governativo dell'isola.
Venezia protestò a sua volta vivamente per le violenze subite dai suoi concittadini durante l'occupazione genovese, ma in realtà la sua maggiore irritazione era per la condizione di egemonia che i Genovesi si erano conquistati a Cipro.
Nel 1376 i genovesi aiutarono la fuga di Andronico dalla prigionia, in cui era tenuto per essersi ribellato pochi anni prima al padre Giovanni V Paleologo, e organizzarono la sua ascesa al trono come Imperatore Romano d'Oriente Andronico IV, facendosi promettere in cambio la cessione di Tenedo. Il governatore dell'isola, fedele al deposto imperatore, si rifiutava di consegnare l'isola, con grande irritazione dei Genovesi, che indussero l'imperatore Andronico ad atti ostili contro i Veneziani, imprigionando il bailo ed espellendo i mercanti veneziani residenti nella colonia di Costantinopoli. Venezia tentò inizialmente di comporre i dissidi per vie diplomatiche, ma, quando nel 1378 Giovanni Paleologo, aiutato dai Turchi, riuscì a rioccupare il trono e fece ai Veneziani speciali concessioni, la Repubblica Serenissima si risolse alla guerra.
Subito entrambi gli schieramenti cercarono alleati. Venezia si alleò con Pietro II di Cipro, desideroso di rivalsa, e con i Visconti, bramosi di occupare Genova. Genova invece trovò alleati nel re Luigi d'Ungheria, che vantava mire sulla Dalmazia veneziana, in Francesco I da Carrara, nel patriarca di Aquileia Marquardo di Randeck, nel duca d'Austria Leopoldo d'Asburgo, nella città di Ancona, e nella regina Giovanna I di Napoli.
La guerra Il primo anno: il 1378 Il primo scontro tra Genovesi e Veneziani avvenne il 30 maggio del 1378 a Capo d'Anzio, alle foci del Tevere, tra l'ammiraglio veneziano Vettor Pisani, Capitano Generale da Mar, al comando di quattordici galee, e una squadra genovese di 16 galee comandate da Luigi del Fiesco. In questo scontro la flotta veneziana attaccò di sorpresa la flotta genovese durante una burrasca e la sbaragliò, catturando 4 galee e facendo numerosi prigionieri. Dopodiché i legni di Venezia fecero vela verso l'Oriente.
La notizia della sconfitta produsse grande agitazione in Genova: il doge Domenico da Campofregoso fu deposto e sostituito da Niccolò da Guarco, mentre una flotta guidata da Luciano Doria entrò nell'Adriatico per aiutare le truppe del Patriarca di Aquileia e quelle di Francesco da Carrara, che, sostenuti dall'armata ungherese, avanzavano da terra verso la laguna, senza però ottenere risultati notevoli.
L'arrivo della flotta genovese in Adriatico costrinse Vettor Pisani ad abbandonare l'assedio di Famagosta, dove tentava di scacciare la guarnigione genovese, per prestare soccorso alla madrepatria, lasciando a combattere nell'Egeo le forze di Carlo Zeno: sulla rotta del rientro la flotta veneziana diede alle fiamme Focea e i quartieri genovesi di Chio e Mitilene, conquistando Cattaro e Sebenico, prima di attaccare Traù, dove erano attestate le forze di Doria. L'impossibilità di forzare le difese del porto spinse però Pisani a ritirarsi a Pola per le necessarie riparazioni, mentre i Genovesi sostarono per l'inverno a Zara.
Il secondo anno: il 1379 La battaglia di Pola La flotta veneziana svernava ancora a Pola, quando il 7 maggio del 1379, dopo aver messo a ferro e fuoco Caorle e Grado, vennero a pararsi davanti al porto le diciotto galee di Luciano Doria, che intanto aveva posto nei pressi altri sei legni in agguato a Vettor Pisani. Il veneziano, che sapeva di essere inferiore di numero al nemico, non voleva accettare la sfida, ma persuaso dai suoi capitani entrò in combattimento contro la flotta genovese. La battaglia parve all'inizio favorevole ai veneziani che riuscirono anche ad uccidere lo stesso ammiraglio genovese, ma la morte del comandante non piegò l'animo degli avversari, che continuarono il combattimento e dopo alcune ore riuscirono a sbaragliare la flotta di Venezia. La disfatta fu pesante, Venezia lasciò sul campo settecento morti, duemilaquattrocento prigionieri e quindici galee in mano ai Genovesi, che si sfogarono sugli uomini della ciurma trucidandone ottocento. Solo sette navi, capitanate dal Pisani, riuscirono a porsi in salvo e a tornare a Venezia. L'ammiraglio, ritenuto responsabile della sconfitta, venne immediatamente processato e condannato, il 17 luglio, a sei mesi di prigione e all'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per aver mal condotto le operazioni ed i piani della battaglia.
Mentre questi fatti accadevano sul mare, alle spalle della laguna venivano condotte dagli alleati le operazioni di guerra terrestre: da un lato le compagnie dei Visconti incombevano su Genova, che riuscì a respingere i mercenari viscontei con grosse somme di danaro, mentre dall'altro minacciavano Padova, che a sua volta occupava i margini della laguna e interrompeva i tentativi dei veneziani di isolare Luigi d'Ungheria dai suoi alleati. Se però la situazione di terraferma non destava particolari preoccupazioni per Venezia, protetta dalle sue acque, la sconfitta navale la poneva ora in una situazione gravissima; minacciata da vicino da tanti nemici imbaldanziti dalla vittoria navale di Pola. Veniva messo in discussione il dominio sul mare Adriatico e le preziose vie di rifornimento, Genova aveva infatti inviato a rinforzo un'ulteriore flotta di quarantasette galee, comandata da Pietro Doria, che saccheggiate le città veneziane di Umago, Grado e Caorle, con l'aiuto degli austriaci, minacciava da vicino Venezia.
La Repubblica reagì con forza, ordinando a Taddeo Giustinian di allestire nuove navi nell'Arsenale e inviando dispacci a Carlo Zen, comandante della flotta veneziana in Oriente, per richiamarlo a soccorrere la patria. Contemporaneamente si apprestavano le difese della laguna, chiudendone con triplice catena le bocche e difendendole con chiatte e pontoni armati.
La caduta di Chioggia alla Repubblica di Genova Il Doria si presentò davanti a Chioggia il 6 agosto e, aiutato dalle milizie del signore di Padova, si impadronì di Chioggia Minore e pose l'assedio a Chioggia Maggiore, difesa dal podestà Pietro Emo e da 3000 uomini. Pur sapendo di non poter ricevere aiuti da Venezia, la guarnigione resistette per undici giorni contro gli assedianti otto volte superiori e cedette solo il 16 agosto: l'accesso meridionale della laguna era aperto. Ci furono numerose perdite anche tra la popolazione, il Podestà Emo venne fatto prigioniero e per riscattare la sua libertà dovette in seguito pagare 3000 ducati. Furono fatti prigionieri anche il Cancellier Grande di Chioggia Giacomo Pasquale, e i comandanti Niccolò Gallianico e Baldo Galluccio. Sia il Pasquale, che Galianico e Galluccio, vennero "comprati" dai carraresi e poi giustiziati.
I Genovesi, avanzando lungo l'isola di Pellestrina, minacciavano ormai anche il varco centrale tra la laguna e il mare, mentre gli Ungheresi assediavano Treviso e minacciavano le propaggini settentrionali della laguna. I successi in mare riempivano di gioia anche gli alleati patavini che già pregustavano l'ambito sbocco al mare ed immaginavano la prossima caduta della stessa odiata Venezia.