La battaglia della foresta di Teutoburgo, chiamata clades Variana ("la disfatta di Varo") dagli storici romani, si svolse nell'anno 9 tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci (nonché ufficiale delle truppe ausiliarie di Varo). La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese,Il sito della battaglia di Teutoburgo presso la moderna Kalkriese. nella Bassa Sassonia, e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai Romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria..
Tale fu il trauma provocato dalla sconfitta che, nell'esercito romano, le legioni non ebbero più le numerazioni XVII, XVIII e XIX.
Per riscattare l'onore dell'esercito, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, che culminò nel 16 d.C. con le battaglie di Idistaviso e del Vallo angrivariano (considerate la rivincita dell'Impero romano contro i Germani), nelle quali Arminio fu definitivamente sconfitto. Al termine della campagna i romani rinunciarono a ogni ulteriore conquista nella Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni.
Contesto storico
Dopo che Tiberio, figlio adottivo dell'imperatore Augusto, aveva completato la conquista quasi ventennale della parte settentrionale della Germania (con le campagne del 4-5), e domato gli ultimi focolai di una rivolta dei Cherusci, i territori compresi tra i fiumi Reno ed Elba apparivano ai Romani come una vera e propria provincia.
Poiché a Roma si pensava che ormai fosse arrivato il momento di introdurre nella regione il diritto e le istituzioni romane, l'imperatore Augusto decise di affidare a un burocrate, più che a un generale, il governo della nuova provincia: scelse dunque il governatore della Siria, Publio Quintilio Varo, ritenendo che un tale personaggio, certamente non noto per l'abilità bellica, potesse far cambiare le usanze secolari dei Germani, che non apprezzavano i modi rudi dei militari romani.
Ignaro di queste indicazioni e rivolgendosi ai Germani come fossero dei sudditi arresisi alla volontà romana, più che dei provinciali in via di formazione e romanizzazione, Varo ignorò il crescente rancore che covavano per l'invasore, problematica a cui invece avrebbe dovuto porre maggiore attenzione, tanto più che di esempi del passato ve ne erano in abbondanza, dal drammatico epilogo della vicina conquista della Gallia di 50-60 anni prima, alla recentissima rivolta delle genti dalmato-pannoniche.
Preludio alla battaglia: l'imboscata preparata da Arminio
I Germani aspettavano solo il momento opportuno per ribellarsi e scrollarsi di dosso il peso insopportabile dell'invasore romano; tale momento sembrò arrivare agli inizi di settembre del 9 quando, al comando di tre legioni, alcuni reparti ausiliari e numerosi civili, Varo si era spinto in direzione nord-ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva la regione.
Era il settembre dell'anno 9, e Varo, finita la stagione di guerra (che per i Romani incominciava a marzo e finiva a ottobre), già si muoveva verso i campi invernali, che si trovavano a Haltern, sul fiume Lippe (sede amministrativa della nuova provincia di Germania), a Castra Vetera (l'attuale Xanten, lungo il Reno) e il terzo a Colonia (anch'esso sul Reno).
Il percorso abituale sarebbe stato quello di scendere dal fiume Weser (presso l'attuale località di Minden), attraversare il passo di Doren (le cosiddette porte della Vestfalia) e raggiungere l'alto corso della Lippe presso Anreppen, per poi proseguire fino a Haltern (la romana Aliso) e di qui al Reno.
Al comando di tre legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), reparti ausiliari (3 ali di cavalleria e 6 coorti di fanteria) e numerosi civili, Varo si spinse in direzione ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni, poiché non conosceva né il nuovo percorso, né la regione. Egli non solo non sospettava che Arminio, principe dei Cherusci (il quale militava da anni nelle file dell'esercito romano tra gli ausiliari), stava progettando un'imboscata per sopraffare l'esercito romano in Germania, ma, al contrario, si riteneva al riparo dai pericoli, considerando Arminio un fedele alleato. Sia Velleio Patercolo sia Dione raccontano che Varo non prestò fede ad alcuno, incluso Segeste, futuro suocero di Arminio, che lo aveva informato dell'agguato:
Il piano procedeva dunque come stabilito. Era stata anche simulata una rivolta nei pressi del massiccio calcareo di Kalkriese, nel territorio dei Bructeri, e Varo (senza dar credito alle voci sospettose circa un possibile agguato al suo esercito in marcia, su un percorso finora mai esplorato e all'interno di una folta foresta circondata da acquitrini) non utilizzò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo da una possibile aggressione, facilitando il compito ad Arminio e ai suoi Germani.
Forze in campo
Varo disponeva di tre intere legioni: la XVII, XVIII e XIX,Julio Rodríguez González, Historia de las legiones romanas, pp. 721-722.Ronald Syme, «Some Notes on the Legions under Augustus», Journal of Roman Studies 13, p. 25. oltre ad alcune unità ausiliarie (3 ali e 6 coorti), pari a circa legionari e ausiliari (a ranghi completi).
I Germani di Arminio potevano invece contare su circa / guerrieri delle tribù dei Cherusci, Bructeri, oltre probabilmente a Sigambri, Usipeti, Marsi, Camavi, Angrivari, Catti e, probabilmente, .
Battaglia
Primo giorno: l'attacco dei Germani nella fitta foresta Varo stava percorrendo un terreno estremamente difficile da superare con un esercito che, date le difficoltà oggettive del percorso, si era allungato a dismisura, per oltre tre chilometri e mezzo.
E mentre i Romani si trovavano in serie difficoltà anche solo nell'avanzare in un territorio a loro totalmente sconosciuto, i Germani attaccarono.
Si trattava di una coalizione di popoli, sotto il comando di Arminio, che ben conosceva le tattiche belliche romane, avendo egli stesso militato negli ausiliari durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9.
Arminio aveva predisposto con estrema cura tutti i dettagli dell'imboscata: aveva scelto come luogo dell'agguato il punto in cui la grande palude a nord si avvicinava di più alla collina calcarea di Kalkriese, e dove il passaggio era ristretto a soli 80-120 metri; aveva fatto deviare il normale tracciato della strada, con lo scopo di condurre l'esercito romano in un imbuto senza uscita; aveva fatto costruire un terrapieno lungo circa 500-600 metri e largo 4-5, dietro cui nascondere parte delle sue truppe (concentrando sul posto non meno di 20- armati), lungo i fianchi della collina del Kalkriese (alta circa 100 metri), da cui potevano attaccare il fianco sinistro delle truppe romane.
Alla fine della giornata, dopo numerose perdite subite, Varo riuscì a riorganizzare l'esercito, accampandosi in una zona favorevole, per quanto fosse possibile, su un'altura boscosa.
Secondo giorno: la difesa di Varo e l'avanzata impossibile Il secondo giorno, dopo aver bruciato e abbandonato la maggior parte dei carriaggi e tutti i bagagli non necessari, i Romani avanzarono disposti in schieramenti più ordinati fino a raggiungere una località in campo aperto, non senza ulteriori perdite.
Di lì continuarono la marcia, ancora fiduciosi di potersi salvare, nella speranza di avvicinarsi il più possibile all'accampamento di Castra Vetera sul fiume Reno, dove il legato Asprenate avrebbe potuto raggiungerli e salvarli.
L'esercito procedeva in zone boscose che sembravano interminabili, ripetutamente assalito dagli uomini di Arminio, che conoscendo bene il terreno, volevano impedire ai Romani di riorganizzarsi, dato che in campo aperto le legioni avrebbero probabilmente prevalso. Fu proprio in questo frangente che i Romani subirono le perdite maggiori, poiché, per quanto cercassero di serrare i ranghi, lo spazio era troppo limitato per farlo.
Terzo giorno: la morte di Varo e la strage dell'esercito romano
Il terzo giorno fu l'ultimo e il più tragico per l'armata romana, ormai decimata dalla furiosa lotta dei giorni precedenti. La pioggia e il vento si erano scatenati nuovamente, impedendo ai soldati romani di avanzare oltre e di costruire un nuovo accampamento entro cui difendersi. La pioggia era talmente copiosa che avevano difficoltà a usare le armi, in quanto scivolose.
I Germani pativano di meno questa condizione, poiché il loro armamento era più leggero, e, anche per il fatto di conoscere meglio la zona, avevano la possibilità di attaccare e di ritirarsi velocemente nella vicina foresta con la massima libertà. L'eco della battaglia aveva inoltre dato morale alle vicine tribù barbare che, fiduciose per l'esito finale della battaglia, avevano inviato nuovi rinforzi e infoltito così il già cospicuo numero di armati germani. I romani, sempre più decimati e ormai ridotti allo stremo, erano ovunque circondati e colpiti da ogni parte, e non potevano più resistere alle forze germaniche.
Non appena si diffuse la notizia, molti soldati romani smisero di combattere preferendo uccidersi o fuggire piuttosto che venire catturati dai Germani. I resti dell'esercito romano erano ora allo sbando e sono raccontati episodi di coraggio alternati a quelli di codardia tra le file dei legionari di Roma.
Gran parte dei superstiti vennero sacrificati alle divinità germaniche, e i restanti vennero liberati o scambiati con prigionieri germanici o riscattati, se è vero che durante la spedizione del 15 (sei anni dopo la disfatta) Germanico si fece ricondurre sul campo di Kalkriese avvalendosi dell'aiuto dei pochissimi superstiti della battaglia (gli unici che fossero in grado di indicare il luogo), per dare degna sepoltura ai resti dei commilitoni morti sei anni prima. E fu qui che vide lo scempio di un autentico massacro.
Conseguenze Le reazioni immediate a Roma
La sconfitta fu certamente devastante. Tre intere legioni erano state annientate, insieme a circa ausiliari e al loro comandante Publio Quintilio Varo.Velleio Patercolo, Storia romana, II, 120-121.Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 22-25.
Lucio Asprenate, nipote di Varo e suo subordinato in Germania, accorreva con due legioni da Mogontiacum (Magonza), per scongiurare un'invasione germanica, salvare i superstiti e rafforzare gli animi incerti delle popolazioni galliche.
Svetonio racconta che lo shock di questa notizia, giunta a Roma a soli cinque giorni dal trionfo su Dalmati e Pannoni, sconvolse anche il vecchio imperatore, finora provato a tutto, e che da allora non volle più Germani accanto a sé:
Dopo questo grande successo militare, Arminio avrebbe infatti voluto passare al contrattacco, alleandosi con l'altro grande sovrano germano Maroboduo, il re dei Marcomanni, come ci racconta Velleio Patercolo:
Fortunatamente per Roma, Maroboduo mantenne fede ai patti stipulati con Tiberio tre anni prima (nel 6). Questo gesto costò caro al sovrano marcomanno: pochi anni più tardi, nel 18, Arminio raccolse attorno a sé un'enorme confederazione di genti germane, lo sfidò e riuscì a sconfiggerlo in uno scontro campale, facendolo cadere in disgrazia. Ricordando quanto Maroboduo gli fosse rimasto fedele nel momento del bisogno, evitando che la disfatta di Teutoburgo si trasformasse in una nuova e ancor più devastante invasione germanica (come quella avvenuta un secolo prima da parte di Cimbri e Teutoni, tra il 113 e il 101 a.C.), Tiberio gli diede asilo politico a Ravenna, all'interno dei confini imperiali.
Ora, però, serviva una reazione militare immediata e decisa da parte dell'impero romano, che doveva impedire al nemico germanico di prendere coraggio e di invadere i territori della Gallia e magari dell'Italia stessa, mettendo a rischio non solo una provincia ma la stessa salvezza di Roma.
In una situazione tanto drammatica, Augusto fu costretto anche ad arruolare liberti: