Imperialismo è il termine introdotto nel XIX secolo, dal 1860 al 1870, nell'Inghilterra della regina VittoriaIl termine imperialismo non a caso incominciò ad essere usato proprio verso la fine del secolo: segno questo che gli uomini del tempo fossero coscienti della novità delle situazioni tanto che sentirono il bisogno di coniare un termine inedito. Il termine imperialismo inteso come potenziamento strutturale dei possedimenti inglesi è da riferirsi al momento in cui nel 1876, Disraeli fece approvare da un Parlamento non molto convinto la proclamazione della regina Vittoria a imperatrice delle Indie. e nella Francia di Napoleone III, per indicare la tendenza di uno Stato ad estendere il suo dominio politico ed economico su altre nazioni. In senso stretto l'imperialismo è riferito agli imperi coloniali delle potenze europee, degli USA e, nell'area orientale, del Giappone tra la fine del XIX secolo e l'inizio della prima guerra mondiale (1914)
Il dibattito storiografico La grande spartizione imperialista del mondo ha visto diverse interpretazioni basate su un intreccio di motivazioni economiche, di ambizioni politiche, e situazioni culturali nei vari Stati. Genericamente possono distinguersi due principali analisi: per gli storici "marxisti" l'imperialismo nasce per cause economiche: i grandi gruppi industriali e finanziari spingono i loro governi all'avventura coloniale dando l'avvio a una logica militarista che troverà sbocco nella prima guerra mondiale. Gli storici non marxisti negano le motivazioni economiche alla base dell'aggressività imperialista e vedono come cause del fenomeno motivi di ordine psicologico, ideologico e culturale. Constatano inoltre come la politica coloniale, che sarà progressivamente abbandonata, non abbia portato a quello sviluppo di mercati redditizi che ci si attendeva dai grandi investimenti oltremare e quindi allo scontro tra gli imperi coloniali.Pasquale Villani, Note sul concetto e la storia di "Imperialismo", Quaderni storici, Vol. 7, No. 20 (2) (maggio - agosto 1972), pp. 461-486, Società editrice Il Mulino. Il dibattito ha preso il via dall'opera dello storico inglese John A. Hobson del 1902 (“Imperialism”).
John A. Hobson (1858 - 1940) L'origine economica dell'imperialismo.
Hobson è un economista inglese, appartenente alla Società Fabiana e quindi sostenitore di un graduale moderato riformismo, che non gli impedisce però di formulare aspre critiche al sistema capitalistico causa inevitabile di disoccupazione e miseria della classe operaia. Tuttavia, egli crede nella possibilità di una riforma del capitalismo tale da sanarne gli aspetti deteriori.
Nell'opera "Imperialismo. Uno studio", pubblicato a Londra nel 1902, Hobson considera l'imperialismo statunitense che sostiene " …è il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso incremento del capitale, che non può trovare impiego in patria e ha bisogno di mercati stranieri per i beni e gli investimenti".J.A. Hobson, *Imperialism, (1902), traduz. italiana L'imperialismo, Milano, 1974 Quindi l'imperialismo è nella natura stessa del sistema capitalistico che genera aumenti di capitali improvvisi e inaspettati che non trovano spazio sul mercato interno e devono espandersi all'estero. L'imperialismo non è una scelta ma una necessità e "per quanto costoso, per quanto rischioso questo processo di espansione imperiale possa essere, è indispensabile alla continuità dell'esistenza e del progresso del nostro paese" *J.A. Hobson, Op. cit. Le origini economiche dell'imperialismo sono evidenti anche se gli inglesi hanno portato a giustificazione delle loro conquiste coloniali soprattutto la "missione di civiltà", il dovere umanitario che la superiore nazione inglese ha nei confronti dei popoli, che pur ricchi di risorse naturali, vivono in una condizione di primitiva barbarie. Il popolo inglese per lo stesso bene di quei popoli e dell'umanità tutta deve portare alla luce quei tesori nascosti e avviare alla civiltà europea quegli ingenui e primitivi indigeni.
Il popolo americano si muoverà invece alla conquista di nuovi territori spinto dallo "spirito d'avventura" che è insito in quegli uomini che hanno strappato ai "selvaggi" le terre del lontano ovest.
Inoltre, la nascita e lo sviluppo delle moderne teorie evoluzionistiche, permise agli studiosi di ricercare una giustificazione su basi scientifiche dell'imperialismo. Le conquiste occidentali vennero identificate come il processo naturale del conflitto tra le razze più deboli e quelle più forti, riflesso nella civiltà umana di quanto avveniva nel regno animale per la lotta alla sopravvivenza. Le razze più forti, destinate a sopravvivere, avrebbero avuto il diritto di soggiogare i popoli più deboli, esportando alle altre civiltà il proprio sistema economico e politico; la scomparsa dei popoli inferiori avrebbe decretato il progresso per l'intera civiltà umana. Così scriveva a questo proposito il pedagogista francese Edmond Demolins: «Quando una razza si mostra superiore ad un'altra nei vari aspetti della vita domestica, inevitabilmente alla fine essa prenderà il sopravvento anche nella vita pubblica e stabilirà il suo predominio su quella. [...] Ho affermato che questa legge è l'unica cosa che spieghi la storia della razza umana, e le rivoluzioni degli imperi; essa inoltre spiega e giustifica l'appropriazione da parte degli europei dei territori in Asia, Africa e Oceania, e tutto il nostro sviluppo coloniale»K. kautsky, Der Imperialismus, 1914.
La cultura stessa si allinea e si vende alle esigenze economiche dell'imperialismo: le università accettano gli interessati finanziamenti dei grandi imprenditori e per gratitudine conformano il proprio insegnamento agli interessi politici ed economici dei loro finanziatori. Si forma così una classe dirigente convinta in buona fede della missione imperiale di civiltà della propria nazione. «In questo modo le forze finanziarie e industriali dell'imperialismo forgiano e modellano l'opinione pubblica» che convinta delle teorie giustificatrici dell'assoggettamento dei popoli inferiori farà pressione sui suoi governi per spingerli ad una politica coloniale.
Lenin (1870 - 1924)
L'origine economica dell'imperialismo e lo sbocco rivoluzionario.
Nel famoso saggio L'imperialismo fase suprema del capitalismo, scritto e pubblicato a Zurigo nel 1916, mentre divampava la prima guerra mondiale, e ripubblicato nel 1917 a Pietrogrado nell'anno stesso della rivoluzione bolscevica, Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, utilizzando l'opera di Hobson, R. HilferdingR. Hilferding, Il Capitale Finanziario, tr. italiana di L. Mendolesi, Milano, 1961., e K. Kautsky affronta la questione del capitalismo monopolistico.
Lenin quindi condivide sostanzialmente con Hobson l'ipotesi di un'origine economica dell'imperialismo dovuta alla fine della libera concorrenza e alla nascita degli aggressivi monopoli, ma non concorda con l'ipotesi che il capitalismo possa essere riformato. Solo la rivoluzione proletaria potrà definitivamente abbattere il sistema capitalistico e l'occasione si sta presentando con l'esplosione del conflitto mondiale. La prima guerra mondiale è infatti la conseguenza dell'imperialismo, è una guerra imperialistica, di conquista, rapina e brigantaggio, che mira all'annientamento del nemico "concorrente" e a sostituirsi a lui nei suoi domini coloniali. È una guerra che non va fermata ma che anzi, arrivata alle sue estreme conseguenze, per le sue atrocità e miserie spingerà i popoli europei alla Rivoluzione.
David Kenneth Fieldhouse L'origine politica dell'imperialismo. Fieldhouse (1925) confuta la teoria strettamente economicistica di Hobson e Lenin: «…i luoghi da occupare non avevano occupato fino a quel momento che un capitale molto limitato e non lo attirarono in quantità rilevante neppure in seguito. Né possiamo d'altra parte, trovare una spiegazione nella teoria più generale dell'"imperialismo economico" perché le zone del Pacifico e dell'Africa, per le quali gli stati europei erano entrati in competizione, erano di importanza economica marginale; e sulla base delle dichiarazioni degli ultimi cinquant'anni, ci si poteva attendere che i governi avrebbero respinto le richieste dei loro connazionali aventi per oggetto l'annessione di territori, i cui costi d'amministrazione sarebbero stati fuori da ogni proporzione, rispetto al loro valore economicoD. K. Fieldhouse, L'età dell'imperialismo 1830-1914, Roma-Bari 1975
Fieldhouse ritiene quindi che la matrice dell'imperialismo non sia puramente economica: «La presunta necessità dell'investitore europeo, monopolista o singolo capitalista, di trovare sbocchi al suo surplus di capitale non ha avuto niente o ben poco a che fare con la spartizione dell'Africa e del Pacifico tra le potenze europee»D. K. Fieldhouse, Op. cit.
Siamo di fronte quindi a un imperialismo che non è nuovo ed originale ma non sarebbe altro che "un ritorno alle origini", un ritorno a quella sorta di imperialismo che si può far risalire al XVIII secolo.
Esempio lampante di quanto si afferma sarebbe il caso dell'Inghilterra. «Il tratto più rilevante della nuova situazione fu la subordinazione delle considerazioni economiche a quelle politiche» L'Inghilterra voleva dimostrare alle concorrenti potenze europee dell'800 il prestigio delle sue armi, la sua potenza militare e nello stesso tempo assicurarsi la sopravvivenza nazionale.
In altre parole, secondo Fieldhouse, i motivi del nuovo imperialismo tra il 1870 e il 1914 vanno ricondotti alla situazione europea: «La creazione di una Germania unita, la sconfitta dell'Austria e, soprattutto della Francia dovevano dominare il pensiero europeo sino al 1914". È quindi la creazione del nuovo stato tedesco militarista ed aggressivo della Germania di Bismarck che determina in Europa atteggiamenti propri del vecchio mercantilismo del XVIII secolo: "tornarono le tariffe protettive, con il primario scopo di edificare un'autosufficienza nazionale e il potere di fare la guerra» Analizzando la politica estera del Bismarck si vede come soltanto dopo il 1884 egli decida di rivendicare alla Germania il controllo delle aree nelle quali essa aveva interessi economici ma in effetti questa pretesa mascherava l'intento di dimostrare il diritto della Germania di assumere un ruolo primario nella politica europea come potenza internazionale. Ruolo che gli era stato riconosciuto già a livello diplomatico nel Congresso di Berlino del 1878, dove Bismarck si era assunto la funzione di disinteressato ed "onesto sensale".
Tra i motivi quindi eminentemente politici del nuovo imperialismo vanno aggiunti, inoltre anche il timore di rimanere fuori dalla spartizione del mondo: «La scelta ormai era tra l'agire e il permettere al rivale di "agire lui": la corsa alle colonie fu perciò il prodotto della diplomazia "più che di qualche altra forza più positiva» In conclusione l'imperialismo della fine dell'800 fu un fenomeno politico «il prodotto di timori e di rivalità nell'ambito europeo»
La Germania quindi pietra dello scandalo. La Germania del miracolo di Sadowa, del 1866, annus mirabilis, quando, come insegna Benedetto Croce, si verificò la frattura europea tra la prima e la seconda metà dell'800 con l'eclisse del pensiero liberale, con lo smarrimento della razionalità: «il rifiuto della sana moralità dei libri contabili e l'adozione di un credo basato su concetti assurdi, irrazionali, come la superiorità della razza e il prestigio della nazione».Benedetto Croce, Storia d'Europa nel secolo XIX, Bari, 1938
Attraenti e fascinosi miti che fecero ben presto presa con la propaganda tra le masse generando un fenomeno che potrebbe definirsi di "paranoia" sociale fomentata anche da intellettuali che esaltavano in un delirio di bellicismo estetizzante, come fosse bello morire per la patria e come la guerra rigenerasse il sangue dei vecchi popoli. Si diffondevano in Europa i semi del fascismo.
Joseph Alois Schumpeter (1883 - 1950) Forze irrazionali all'origine dell'imperialismo.