La filosofia rinascimentale, che segna la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna, si estende lungo tutto il Quattrocento e il Cinquecento.

Rinascita del Neoplatonismo

Si è soliti tuttavia fare iniziare le prime istanze umanistiche, preludio del Rinascimento, con un autore trecentesco: Francesco Petrarca (1304-1374). In lui, primo tra i moderni, si avverte già il dissidio tra prospettiva religiosa medievale e riscoperta dell'uomo, propria dell'Umanesimo. Nel Petrarca si annuncia insomma quella che sarà una costante del successivo pensiero umanistico e poi rinascimentale, cioè il tentativo di conciliare Agostino, Cicerone, Platone, di tenere uniti pensiero cristiano, humanae litterae latine, e filosofia classica greca.

Da allora l'uomo divenne il centro di un'attenzione che la cultura precedente sembrava non avergli accordato, sicché il suo operare nel mondo iniziò ad acquisire un nuovo significato basato sull'ideale dellhomo faber.Così J. Burckhardt, in La civiltà del rinascimento in Italia (1860). Dal rinnovato interesse per i classici emergerà inoltre una molteplicità di orientamenti culturali che porterà sostanzialmente a due tendenze di pensiero: una che si richiama ad Aristotele, interpretandolo però in chiave naturalistica, in antitesi al senso religioso con cui l'aveva letto San Tommaso;Le interpretazioni principali del pensiero dello Stagirita erano state tre: quella alessandrista, alla luce dei commenti di Alessandro di Afrodisia; quella averroista, nell'XI secolo infatti il filosofo musulmano Averroè sottopose il corpus aristotelico a poderosi commenti che ebbero larga fortuna in quel periodo; infine quella tomistica, in cui Tommaso d'Aquino tentò una grandiosa opera di conciliazione fra il pensiero aristotelico e quello cristiano. l'altra che si richiama a Platone e ai neoplatonici (Plotino in particolare), nella quale troviamo oltre al già citato Petrarca, anche Coluccio Salutati (1332-1406), Leonardo Bruni (1370-1444), e Poggio Bracciolini (1380-1459).

Fu però soprattutto quest'ultima, quella neoplatonica, a godere di una grande rinascita, dovuta sia a una forte polemica anti-aristotelica, che soleva dipingere Aristotele come un pensatore vetusto e pedante, sia grazie al tentativo di riunificazione tra le Chiese d'Oriente e d'Occidente (operato nel Concilio del 1438), che fece confluire un gran numero di intellettuali e dotti bizantini in Italia, specialmente a Firenze, i quali favorirono la riscoperta degli studi classici greci; il più noto di essi fu il maestro Pletone. L'immigrazione di studiosi orientali fu poi incentivata anche dalla caduta di Costantinopoli nel 1453. Una caratteristica dei filosofi rinascimentali era la loro tendenza a identificare il platonismo con il neoplatonismo, particolarità tipica di tutto l'Umanesimo e il Rinascimento. Solo nel XIX secolo si è saputo distinguere il pensiero di Platone da quello di Plotino; nel Quattrocento infatti si intendeva per platonismo una corrente filosofica complessa e molto composita, che non abbracciava solo Platone, ma anche neoplatonici come Agostino e Duns Scoto, oltre a tradizioni orfiche e pitagoriche. Lo stesso Aristotele vi era in fondo compreso; la polemica contro di lui era rivolta più che altro contro il naturalismo e un certo modo di intendere l'aristotelismo, specie quello delle scuole, per il resto di Platone e Aristotele si cercavano più le concordanze che le divergenze.Fra le problematiche affrontate da Aristotele, vengono privilegiate quelle inerenti alla logica, alla gnoseologia e alla fisica; fra i temi tipici di Platone, invece, vengono considerati gli aspetti antropocentrici e la concezione naturale della divinità, cfr.

La riscoperta dei classici significò, tra l'altro, non tanto una semplice acquisizione degli antichi testi, quanto un diverso modo di leggerli, preoccupato di ricostruirli storicamente e di sottoporli a un vaglio critico rigoroso. Fu così che si diffuse la passione per la filologia, tendenza presente soprattutto nell'attività di Lorenzo Valla.Di Valla è da ricordare il Proemio della sua opera maggiore, Elegantiarum Latinae Linguae (Eleganza della lingua latina), ove egli osserva che i Romani avevano superato tutti gli altri popoli «non solo per l’estensione del loro dominio, ma anche per la diffusione della loro lingua». A differenza di altri conquistatori, infatti, i Romani trasmisero ai popoli conquistati anche l’inestimabile beneficio della civiltà, diffondendo la propria lingua e non provvedendo solo ad ampliare territorialmente i loro confini. Lorenzo Valla si spinge oltre, attuando una distinzione fra l’impero "storico" di Roma, fondato sulla forza delle armi, e quello "spirituale" rappresentato invece dalla lingua. Il primo ebbe una durata limitata, il secondo rimase custodito e venerato in gran parte del mondo e accolto dai barbari come un dono prezioso (Mario Santoro, Disegno storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1988). Gli umanisti arricchirono così e incrementarono il patrimonio librario, accompagnandolo all'ammirazione per la lingua latina che era considerata la lingua della sapienza.Questo giudizio era dovuto non solo al fatto che essi si ritenevano diretti eredi della civiltà romana, ma anche perché la lingua latina aveva svolto una importante funzione unificatrice e civilizzatrice all'interno della storia antica. Difatti l’esempio di Cicerone, che nelle sue opere filosofiche si era proposto di assimilare e trasferire nella lingua latina il pensiero filosofico dei greci, appariva agli Umanisti emblematico. Ecco perché questo fu un periodo di particolare impegno per quanto riguarda le cospicue traduzioni in latino dal greco, essi infatti non intendevano solo divulgare la conoscenza ed il patrimonio letterario dell’Antica Grecia, ma soprattutto inserirlo nel circolo universale della lingua latina.

Non si può trascurare neanche l'interesse per la pedagogia, mirante non a un'educazione professionale, ma a formare il giovane nella sua completezza, mediante uno sviluppo armonico di tutte le doti umane, sia fisiche che spirituali, facendo di ciascun individuo come un'opera d'arte, un tentativo compiuto di saper plasmare la propria vita come l'artista plasma la propria opera. Questo amore per il bello nasceva dal prevalere delle tendenze ideali collegate appunto al neoplatonismo. L'amore, la libertà, la sete di infinito, vennero esaltati come valori assoluti, in maniera simile a quanto avverrà nel Romanticismo. Inizialmente avverso al naturalismo, che appariva dimentico del vero valore dell'uomo, il neoplatonismo esaltava la bellezza dell'Idea, contrapposta alla bellezza sensibile, e alla quale giungere soltanto tramite il pensiero e i sensi più elevati. L'amore soprattutto veniva inteso platonicamente come una via per elevarsi alla perfezione e alla contemplazione di Dio. La purezza e la spiritualità erano pertanto le qualità che più si addicevano al vero amore.

I neoplatonici di maggior rilievo furono senza dubbio Nicola Cusano e Marsilio Ficino, i quali, alla precedente prospettiva medievale rivolta verso il Trascendente ed espressa nella sua forma estrema dal gotico, vi sostituirono una religiosità che guarda piuttosto al divino presente nell'uomo e nel mondo. Secondo Cusano l'individuo umano, pur essendo una piccola parte del mondo, è una totalità nel quale tutto l'universo risulta contratto. L'uomo è infatti immagine di Dio che è l'"implicatio" di tutto l'essere così come nell'unità numerica sono potenzialmente impliciti tutti i numeri, mentre l'Universo è invece l'"esplicatio" dell'Essere, ovvero l'esplicitazione di ciò che è presente in potenza nell'unità. L'uomo è pertanto un microcosmo, un dio umano. Cusano fu inoltre tra i primi a concepire l'universo, già nella prima metà del Quattrocento, senza limiti spaziali e quindi senza una circonferenza che lo delimiti.

Che non vi sia contrasto tra platonismo e cristianesimo era convinzione anche di Marsilio Ficino, il quale concepì anzi il platonismo come una vera e propria preparazione alla fede, intitolando la sua opera più celebre Theologia platonica (1482). Il tema delleros diventa in Ficino un motivo filosofico centrale: l'amore è il dilatarsi stesso di Dio nel mondo, la causa per cui Dio "si riversa" nel mondo, e per cui produce negli uomini il desiderio di ritornare a Lui. Al centro di questo processo circolare c'è dunque l'uomo, vera copula mundi, che tiene legati in sé gli estremi opposti dell'universo, e come in Cusano è specchio di quell'Uno (inteso plotinianamente) dal quale proviene tutta la realtà. Qui si nota tuttavia come Ficino usi il concetto platonico di Eros attribuendovi un significato cristiano, poiché, diversamente che in Platone, l'amore è per lui anzitutto attributo di Dio, movimento di Dio che scende verso il mondo, e non solo tensione irrequieta dell'anima umana che vuol salire verso di Lui. Ficino fu inoltre uno dei personaggi più attivi dell'Accademia Neoplatonica di Firenze, che divenne il centro propulsore del neoplatonismo rinascimentale: voluta da Cosimo de' Medici, essa era un cenacolo di filosofi e letterati fiorentini riuniti nella villa medicea di Careggi (presso Firenze), e voleva significare la riapertura dell'antica Accademia ateniese di Platone (che era stata chiusa nel 529 d.C.), per favorire la rinascita della dottrina del grande filosofo greco.

Un altro esponente di primo piano dell'Accademia platonica fu Pico della Mirandola, il quale tuttavia tentò di conciliare il neoplatonismo con l'aristotelismo e concezioni mistiche connesse alla cabala ebraica, congiungendoli in una linea di continuità secondo un ideale di concordia universale. Egli, nellOratio de hominis dignitate, attribuisce all'uomo la dignità di essere l'artefice del proprio destino. All'uomo infatti Dio offre il dono della libertà: mentre nelle altre creature tutto è stato già dato come qualità definita e stabile, all'uomo è concesso di farsi e inventarsi nelle forme da lui scelte.

Astrologia, alchimia e arti magiche

Anche il pensiero scientifico fu caratterizzato dall'influsso del Neoplatonismo, che fu determinante nell'anticipare quella visione di armonia dell'universo che ritroviamo nella rivoluzione scientifica attuata da Copernico, Keplero e Galilei.A differenza di Copernico, Keplero (1571-1630) sostituendo le orbite sferiche con quelle ellittiche, fu un neoplatonico matematico che credeva nell’armonia del mondo, tanto da arrivare ad affermare che il numero dei pianeti e le dimensioni delle loro orbite potevano essere compresi qualora si fosse recepita la relazione tra le sfere planetarie ed i cinque solidi regolari “platonici” o “cosmici”. Questi solidi erano il cubo, il tetraedro, il dodecaedro, l’icosaedro e l’ottaedro. Essi hanno le caratteristiche per cui le facce di ciascun solido sono tutte identiche e sono costituite soltanto da figure equilatere. Dio è matematico ed il lavoro di Keplero consiste proprio nel ricercare le armonie matematiche e geometriche.