La novella è un componimento letterario in prosa di carattere narrativo, meno ampio e complesso del romanzo, generalmente dedicato a una sola vicenda..
Storia Come genere si diffuse in Italia a partire dal 1349 con il Decameron di Boccaccio ma ha origini antiche difficilmente identificabili e si è evoluto nel corso dei secoli in funzione delle diverse culture e società.
Componimenti in qualche modo analoghi sono presenti nelle letterature dell'antico Egitto e della Mesopotamia (Sumeri, Babilonesi). Il genere è presente anche nelle letterature orientali, in particolare in quella indiana, che presenta varie raccolte, tra cui la celebre Pañcatantra. In India nasce anche la struttura delle novelle precedute da una cornice narrativa, struttura che poi avrà diffusione anche in Occidente con il Decameron. La novella ebbe scarsa autonomia nelle letterature greca e latina. Si ricordano gli arguti e burleschi Racconti sibaritici e la Fabula Milesia.
Nella letteratura orientale è conosciutissima la raccolta Le mille e una notte.
Alla base della struttura che la novella assumerà poi nel Medioevo troviamo lexemplum, un genere che si potrebbe definire una forma semplice di novella ma che possiamo descrivere anche come a metà strada tra la fiaba e la parabola. Anche lexemplum è inglobato in altri generi, come la vita dei Santi perché era usato molto spesso dai predicatori con finalità educative e morali. I predicatori se ne servivano allora per ricondurre sulla giusta strada coloro che avevano commesso qualche peccato. Nel Medioevo il fabliau è un altro antecedente della novella.
La novella sorge più tardi, in età medievale, nell'ambito di culture molto diverse tra loro. Ancora assente in Francia e in Germania, la novella era un genere praticato in Spagna dove risentiva della novellistica arabo-orientale, come attestano Furberie e perfidie delle donne (1253), una versione del Libro de' sette savi scritta da Fadrique di Castiglia, fratello del re Alfonso X il Saggio; il Libro degli esempi del conte Lucanor e di Patronio (1335) di Juan Manuel e le novelle in versi del Libro del buon amor (1330-1343) di Juan Ruiz. In Inghilterra la novella si sviluppò a partire dai Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer (secolo XIV).
La novella, il cui talento è la concisione, in Čechov diventa una miniatura. Nei suoi brevi racconti, senza principio né fine, «semplici frammenti della vita che si svolge», si passa dal realismo di costume al realismo simbolico. Goethe definì la novella come la «descrizione di un avvenimento inaudito e del tutto nuovo» e che ha a che fare «con caratteri già formati». «Questo concetto è quello di Boccaccio, di Cervantes, dei romantici tedeschi, di Merimée, di Puškin. E, più vicino a noi, Franz Kafka (...)»
XIII secolo
In Italia La novellistica italiana ha, nel Duecento, un carattere di freschezza e originalità che si esprime in alcuni validi testi come il Libro de' sette savi opera di traduzione dal francese di una trama che in seguito si è diffusa in tutte le letterature, i Conti di antichi cavalieri, anch'essi derivati dal francese, un poema formato di varie storie cavalleresche e, soprattutto, il Novellino, chiamato anche Le cento novelle antiche o Libro del bel parlare, che trova nella borghesia comunale che stava affermandosi in quel periodo, con i suoi ideali di gentilezza, di cortesia, di sottile intelligenza e del bel parlare, la sua migliore celebrazione.
Il Novellino
Il "Novellino" medievale, da non confondere con l'opera omonima del 1476 (appunto, Il Novellino) di Masuccio Salernitano, passato all'indice dei libri proibiti, è senza dubbio una delle più notevoli opere in prosa del secolo. Della sua storia esterna, poco di sicuro si può affermare ancora oggi malgrado i numerosi studi fatti su di essa.
L'opera dovette essere composta non prima del 1281 e non dopo il 1300 e si discute se da uno o più autori; certamente il compilatore fu unico e a lui, quasi sicuramente, si deve il Proemio dove i contenuti dell'opera e i suoi scopi sono indicati con sufficiente chiarezza e sintesi: sebbene la fonte fosse quasi certamente di area toscana, alcuni non escludono che le sue origini siano venete.
Vi si legge:
La brevità quasi schematica del maggior numero dei racconti del "Novellino" (cento in tutto) è parsa per lungo tempo dovuta all'immaturità e semplicità dello scrittore, ma un più accurato studio dell'opera ha rivelato che esso non può essere inteso nella sua realtà se non inquadrandolo sullo sfondo della civiltà culturale medievale.
La brevità e la schematicità del Novellino sono volute dal suo autore, e sono dovute a precisi intenti stilistici e morali.
Gli aneddoti e le brevi narrazioni erano collocati infatti nel Medioevo nei trattati morali come esempi di verità o riprove degli insegnamenti e delle esortazioni, e perciò erano tanto più efficaci quanto più brevi e calzanti.
Il Novellino trasporta nel volgare, con esperta disciplina retorica e stilistica, proprio gli esempi delle scritture medievali, pertanto il suo pregio sta proprio nella sua rapidità ed essenzialità.
Il Novellino perciò non è da considerarsi l'inizio ingenuo ed elementare della novellistica italiana, ma un documento in volgare della matura civiltà letteraria del Medioevo latino.
Pertanto non si dovrebbe guardare questa opera tenendo l'occhio al Decameron, ma allo sfondo di cultura al quale si collega, e se da esso si vuole guardare al Decameron, si può farlo solamente per rendersi conto di quale rivoluzione abbia operato nell'ambito letterario l'opera di Giovanni Boccaccio.
Il Novellino ha pertanto singolari pregi di vivacità, di disegno essenziale e anche di felice rilievo. Sono narrazioni brevi, ma proporzionate e armoniche, ravvivate da un gusto narrativo che va dal tragico al fiabesco, dal comico al drammatico, il tutto scritto in una lingua toscana viva e schietta.
XIV secolo
In Italia Se nel Duecento la novella aveva mirato sia ad educare che a dilettare, nel Trecento queste finalità prendono vie diverse: da una parte novelle di pura ispirazione morale e religiosa, dall'altra novelle che intendono essenzialmente dilettare.
Di ispirazione religiosa e morale sono le novelle di Jacopo Passavanti, frate domenicano, che incluse nel suo libro di prediche intitolato Lo specchio di vera penitenza. Si tratta di racconti di grande rilievo drammatico, in cui si avverte sempre la presenza dell'al di là come conseguenza della condotta dell'uomo sulla terra. Un altro domenicano, Domenico Cavalca, è da ricordare per la sua prosa religiosa tra aneddoto ed exemplum.
Anche I Fioretti di San Francesco, aneddoti sulla vita del Santo raccolti da un ignoto frate francescano, sono pervasi di profondo spirito religioso: non cupo come nei racconti del Passavanti, ma gioioso, sereno, tipicamente francescano.
Scritte invece per dilettare ed indifferenti ad ogni pretesa morale sono le novelle di Giovanni Boccaccio, novelle tra le più belle non solo di questo secolo, ma di tutta la letteratura italiana.
Sono cento e sono tenute insieme da un racconto cornice che è il seguente: nella peste del 1348 dieci giovani fiorentini, tre uomini e sette donne, per evitare il contagio si rifugiano nel contado e qui, per trascorrere lietamente il tempo, raccontano per dieci giorni una novella ciascuno, per questo il titolo dell'opera è Decameron, che, secondo l'etimologia greca, significa, dieci giornate.
La caratteristica dell'opera risiede innanzi tutto nell'utilizzo da parte di Boccaccio della cornice, espediente di cui l'autore si serve per indicare i temi delle giornate e dare giudizi al riguardo delle novelle. Queste vengono pertanto ad inserirsi in questo complesso apparato narrativo proveniente dalla tradizione indiana che nel XIII secolo trova nella toscana fiorentina il centro narrativo più prolifico della storia. Inoltre da sottolineare è l'interesse boccacciano per il mondo femminile, al quale per l'appunto viene destinato il libro nell'intento di distrarle dai mali d'amore. Argomento delle novelle sono la gaia vita cortese, l'esuberanza esplosiva dell'amore in tutti i suoi infiniti atteggiamenti, l'astuzia sottile che pone in ridicolo i creduloni. Un mondo, insomma, in cui l'intelligenza e la bellezza dominano incontrastate e non conoscono remore morali. In questo mondo vivono mille personaggi, uomini e donne, giovani e vecchi, buoni e cattivi, furbi e sciocchi, onesti e furfanti, nobili e sguatteri, tutti così vivamente rappresentati, che una volta incontrati non si dimenticano più. Ed è proprio in questa grande abilità di delineare caratteri, oltre che in quella di tessere trame, la grande arte di Boccaccio.
Boccaccio ebbe nel suo secolo diversi imitatori. Tra questi il migliore fu Franco Sacchetti che scrisse il Trecentonovelle, ideato intorno al 1385, ma realizzato in parte tra il 1392 e 1396, senza un piano e un ordinamento. Si tratta appunto di trecento novelle che si rifanno ad alcuni temi boccacceschi, per lo più brevi e piene di brio, ma lontane dalla grande arte di Boccaccio.
L'opera esordisce con un proemio nel quale l'autore dichiara i suoi intenti: secondo il modello del Boccaccio, il Sacchetti raccoglie tutte le novelle dalle antiche alle moderne, oltre ad alcune in cui egli stesso fu protagonista. Il testo, che è costruito sul tipo dell'exemplum, si rifà al Decameron ma anche alla tradizione orale del popolo, ed è scritto in una lingua che risente di dialettismi, parole del gergo, modi della lingua parlata e con notevoli libertà di carattere sintattico. Si ricava pertanto dall'opera la predisposizione all'autobiografia e un marcato senso moralistico, che viene spiegato dall'autore stesso quando dichiara di voler prendere a modello Dante “che quando avea a trattare di virtù e lode altrui, parlava egli, e quando avea a dire è vizi e biasimare altrui, lo facea dire agli spiriti” . Vi è da dire, che per quanto il Sacchetti riprenda più o meno apertamente i motivi boccacceschi, il suo stile si stacca notevolmente dall'arte del narrare tipico di quest'ultimo, fino a dar vita ad un'opera per molti versi completamente differente dal Decameron. Le novelle infatti non sono incluse in una “cornice narrativa”, ma si dipanano liberamente senza seguire alcun progetto unitario di contenuto. Sacchetti si rifà piuttosto alla tradizione duecentesca della raccolta disorganica di tipo arcaico, mostrando uno spiccato gusto per la narrazione aneddotica, comica e realistica. La grande innovazione di Sacchetti sta nel suo proporsi come narratore delle proprie novelle, assottigliando la distanza fino allora esistente tra narratore e destinatario. Entrambe le raccolte, seppur con fortune diverse, costituiscono una fonte storica decisamente interessante per analizzare gli usi e i costumi del Trecento.
Altri autori di novelle, precedute da una cornice narrativa, furono Giovanni Fiorentino (Il Pecorone) e Giovanni Sercambi.
XV secolo
In Italia La novellistica quattrocentesca, come accade per molti aspetti della cultura del XV secolo, è in parte connotata da una ripresa del volgare in chiave umanistica. Vedono così la luce il Paradiso degli Alberti di Giovanni Gherardi da Prato (1367-1442) e Le Porrettane del bolognese Giovanni Sabadino degli Arienti.
In questo periodo però il fenomeno più importante nell'ambito del genere è rappresentato dall'affermazione della novella spicciolata, cioè trasmessa come testo singolo avulso da qualsiasi struttura organica o 'incorniciata' di ascendenza decameroniana. Fra le spicciolate si distinguono la Historia de duobus amantibus (rielaborata da Enea Silvio Piccolomini in forma di epistola umanistica) e soprattutto la Novella del Grasso legnaiuolo (la cui versione più elaborata è quella pervenutaci sotto il nome dell'astrologo Antonio Tucci Manetti), in cui si racconta con dovizia di particolari la beffa ordita da Filippo Brunelleschi (con la complicità di Donatello) ai danni di un ingenuo ebanista.