In tutte le fasi storiche di Roma si può riscontrare il fenomeno della schiavitù. L'entità numerica e l'importanza economica e sociale della schiavitù nella Roma antica aumentò con l'espansione del dominio di Roma e la sconfitta di popolazioni che venivano sottomesse e molto spesso rese schiave. Soltanto a partire dal Tardo Impero con la conclusione delle guerre di conquista, l'ascesa al potere di imperatori non italici, la diffusione del Cristianesimo e la concessione della cittadinanza romana a molti popoli barbari (in seguito al loro arruolamento nelle legioni romane oppure al pagamento di tributi), il fenomeno della schiavitù cominciò a declinare e poi estinguersi progressivamente.

In lingua latina schiavo si diceva servus oppure ancillus. Il titolare del diritto di proprietà sullo schiavo era detto dominus. Si ha notizia anche di schiavi posseduti da altri schiavi: in questo caso, formalmente, il primo schiavo (detto ordinarius) non era proprietà dell'altro (detto vicarius), ma faceva parte del suo peculium, l'insieme di beni che il dominus gli concedeva di tenere per sé.

I Romani consideravano l'essere schiavi come una condizione infame ed un soldato romano preferiva togliersi la vita piuttosto che diventare schiavo di un qualsiasi popolo 'barbaro' (termine derivante dalla lingua greca, βάρβαρος, con cui prima i greci e poi i romani definivano gli 'stranieri', ossia rispettivamente i 'non greci' e i 'non romani').

Vita degli schiavi romani

Dopo essere stati venduti al mercato (il più importante fino all'inizio del I secolo a.C. fu quello dell'isola di Delo, dove secondo Strabone si trattavano 10 000 individui al giorno), gli schiavi diventavano oggetti a disposizione assoluta del loro padrone, che spesso li marchiava a fuoco come riconoscimento della sua proprietà. Non avevano dignità giuridica, non potevano possedere né beni di proprietà e neanche una propria famiglia, dal momento che il loro matrimonio, anche se raggiunto con il consenso del padrone, si considerava come un semplice concubinato ed i figli nati da esso erano di proprietà del padrone.

Gli schiavi eseguivano ogni tipo di attività lavorativa immaginabile per l'epoca, nelle domus (gli schiavi domestici venivano spesso ricevuti con una cerimonia e si praticava loro una "purificazione" versando acqua sulla testa), nelle ville e nelle fattorie, che non comportasse l'utilizzo di armi, la possibilità di fuga o la gestione di beni molto costosi: agricoltore, allevatore di animali, falegname, giardiniere, domestico, muratore, ecc.

Solitamente agli schiavi venivano assegnati compiti in base al loro livello culturale e particolari competenze o inclinazioni.

Nel caso fosse particolarmente colto, spesso veniva impiegato come insegnante di lingua, più spesso il greco, o, nel caso di persone molto calme e fidate, come precettore dei bambini. Raramente venivano utilizzati come scriba, compito che si preferiva affidare a professionisti romani.

Anche nelle professioni specializzate erano presenti molti schiavi: mimi e cantori, artigiani, architetti, atleti, contabili, intellettuali (filosofi, poeti, storici, eruditi in genere).

Tra le mansioni di medio livello vi era la cura estetica ed il benessere fisico della persona. Esistevano quindi: addetti al bagno, manicure e pedicure, massaggiatori, prostitute, truccatrici, guardarobieri con il compito di aiutare ad indossare la toga, la palla, ecc. Erano spesso incaricati di compiere funzioni di maggiordomo, ricevevano gli invitati, raccoglievano la toga ed i calzari, preparavano il bagno caldo, insaponavano, risciacquavano ed asciugavano i padroni, e spesso lavavano loro i piedi. Si trattava per lo più di schiavi provenienti dall'Egitto e dall'Oriente civilizzato.

I più belli, graziosi e gentili, erano meglio abbigliati, servivano il vino, tagliavano le vivande, porgevano i vassoi, mentre quelli incaricati di raccogliere, pulire i piatti e gettare o riciclare la spazzatura erano peggio vestiti. Spesso nelle famiglie più ricche ad ogni invitato si aggiudicava uno schiavo "servus ad pedes", che rimaneva seduto ai piedi del triclinio. Quelli che nascevano schiavi e venivano educati costituivano una classe privilegiata tra i servi. Non potevano assistere alle rappresentazioni teatrali.

Per gli schiavi esistevano mansioni di basso livello, come spurgare le fognature, buttare la spazzatura, allevare i porci, ecc. Gli schiavi impiegati nell'inferno delle miniere o nel duro lavoro nei latifondi, militarmente organizzato per una produzione su larga scala, erano spesso quelli provenienti dall'occidente barbarico.

Un'autentica condanna a morte era la cessione a una scuola di gladiatori, che in molti casi portava rapidamente alla morte e solo qualche volta alla gloria come gladiatore plurivittorioso, che spesso riotteneva la libertà. Gli schiavi non combattevano in guerra, perché reputati inaffidabili.

Agli schiavi spesso i padroni mettevano una targhetta o un ciondolo iscritto simile al collare, rinvenuto a Roma, recante l'epigrafe " tene me ne fugia[m] et revoca me ad dom[i]inu[m] meu[m] Viventium in ar[e]a Callisti", vale a dire "arrestami che io non continui a fuggire e riportami dal mio padrone Viventius nell'area di Callisto" (forse l'area nei pressi della chiesa di Santa Maria in Trastevere fondata nel III secolo dal vescovo e martire Callisto).

Gli schiavi affrancati (manomessi) dai loro padroni venivano invece chiamati liberti. Alcuni di questi, specie nell'età imperiale, fecero sorprendenti carriere: per compensare o far dimenticare la propria origine servile, i più intraprendenti si gettarono in speculazioni lucrose, accumulando in fretta grandi capitali per poi dedicarsi all'usura. I liberti più abili e colti posero le proprie capacità nella burocrazia al servizio degli imperatori come segretari, consiglieri, amministratori; del resto, erano spesso preferiti ai senatori perché più fedeli di loro all'ex padrone, al quale dovevano tutto: la libertà e il potere.

Le pene o punizioni nei confronti degli schiavi erano molto diffuse, da quella più semplice del trasferimento in una famiglia rustica a quella del lavoro forzato in miniera, alle cave, alla macine, al circo, sino alla crocifissione. Frequente era il ricorso alla fustigazione (sferza, scudiscio e il terribile flagello, frusta a nodi), alla rasatura della testa, fino alla tortura vera e propria: l'ustione mediante lamine di metallo incandescenti, la frattura violenta degli stinchi, la mutilazione, l'eculeo (strumento in legno che stirava il corpo sino a spezzarne le giunture). Agli schiavi fuggitivi, calunniatori o ladri si scrivevano in fronte, col marchio infuocato, rispettivamente le lettere FUG (fugitivus), KAL (kalumniator) o FUR (fur=ladro). Tuttavia chi riusciva a sottrarsi alla cattura cessava di essere schiavo, per una consuetudine passata nel diritto. Per gli schiavi ribelli, terroristi, sediziosi vi era la crocifissione; molti, però, finivano anche in pasto alle belve feroci del circo, bruciati vivi o venduti alle scuole gladiatorie, dove nella maggior parte dei casi la morte sopraggiungeva rapida.

L'ergastulum era la prigione privata in cui i padroni rinchiudevano gli schiavi indisciplinati destinati ai lavori più pesanti (di qui il termine italiano ergastolo).Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher.

Essi si riunivano in collegia per assicurarsi assistenza materiale e atti di culto funerario. Alla fine dell'età repubblicana e all'inizio dell'età imperiale la filosofia dello stoicismo, che affermava il principio della libertà naturale di ogni uomo, si diffuse nel mondo intellettuale romano e contribuì ad alleviare le condizioni di vita degli schiavi.Giovanni Ramilli, Istituzioni Pubbliche dei Romani, pag. 34-36, ed. Antoniana, Padova, 1971.

Cause della schiavitù Nascita da una madre a sua volta schiava in una domus (erano chiamati verna). Perdita della propria condizione di libero: bambino esposto alle intemperie in campagna, salvato da briganti e allevato per essere venduto come schiavo, spesso in località lontane; figlio venduto dal padre in virtù della sua condizione di pater familias;Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 27, 1. cittadino non romano fatto prigioniero di guerra dai romani; cittadino romano o straniero catturato dai pirati (come capitò a Gaio Giulio Cesare), incapace di pagare il proprio riscatto, poco noto, incapace di dimostrare la propria identità, successivamente venduto in terra straniera. Questo non accadeva però ai cittadini romani fatti schiavi del nemico e che tornavano poi in patria, grazie a un antico istituto, ovvero lo "ius postliminii"Matteo Marrone, Manuale di diritto privato romano, G.Giappichelli Editore, Torino, 2004, pp. 125.. individui condannati a pena giudiziaria comportante la perdita definitiva della libertà personale; debiti (nexum): molti cittadini divenivano proprietà del creditore in seguito alle leggi ferree che nell'età repubblicana tutelavano i creditori.

Abbandono dei neonati nei boschi Nei tempi classici greco-romani, la schiavitù ebbe un certo collegamento con la pratica dell'abbandono dei neonati. Neonati considerati deformi, malaticci o indesiderati, venivano esposti alle intemperie nei boschi, dove potevano morire o essere adottati; questi erano spesso salvati dai mercanti di schiavi, che li allevavano per farli diventare loro schiavi. Il filosofo cristiano Giustino, nella sua Prima Apologia, difendeva la pratica cristiana di non esporre gli infanti per preservarli da un destino di schiavitù.

Condizione giuridica degli schiavi A causa della grande importanza economica e sociale che gli schiavi avevano nella società Romana, fin da subito il diritto si preoccupò di regolarizzare e inquadrare la posizione e le possibilità delle suddette persone.

Seguendo la divisione che il giureconsulto Gaio fece sulla ius, suddividendola a seconda che trattasse delle persone, le cose o le azioni, gli schiavi, in quanto esseri umani, venivano collocati in uno stadio alquanto atipico, infatti, seppur venivano fatti rientrare tra la ius riguardante la persona, in realtà erano possibili oggetti di proprietà o di altri diritti soggettiviGli schiavi potevano essere proprietà di un privato, dello stato (servi publici) o della casa imperiale., applicandosi, quindi, la ius delle cose.Matteo Marrone, Manuale di diritto privato romano, G.Giappichelli Editore, Torino, 2004, pp. 126-127.

Gli schiavi, in quanto considerati come cose, non potevano vantare alcun diritto o obbligo giuridico e le stesse unioni che nascevano tra uno schiavo e una schiava non avevano rilevanza, non essendo matrimonium, ma contubernium, e, proprio per questo, il padrone poteva disfare e separare le famiglie servili in totale libertà. Per buona parte della storia Romana, gli schiavi erano assoggettati alla piena volontà del padrone, che aveva anche il potere di decidere la vita e la morte dei suoi servitori. Però, successivamente, il potere del padrone non fu più assoluto, attraverso delle leges e degli editti, specie in epoca imperiale: la lex Petronia del 19 d. C. metteva sotto il controllo del magistrato la facoltà che aveva il padrone di destinare gli schiavi ad bestias, un editto dell'imperatore Claudio toglieva il diritto di proprietà al padrone che aveva abbandonato uno schiavo vecchio e malato e l'imperatore Antonino Pio minacciò pene al padrone che uccideva uno schiavo sine causa (senza motivo).

La condizione servile, comunque, era semi-ereditaria, infatti il figlio di una madre schiava era schiavo, qualunque fosse la condizione giuridica del padre; invece il figlio nato da madre libera era libero, anche se il padre era uno schiavo.