La basilica di San Vittore al Corpo (nome originario paleocristiano: basilica porziana; in milanese gesa de San Vitor o de San Vitor GrandAlberto Giovannini, Terzett, Milano, Ponzoni Editore, 1963.Luigi Pavia, El miracol de Carabôlla e alter novell milanes, Bergamo, Passerini Editore, 1921.) è una chiesa cattolica del centro storico di Milano, situata in via San Vittore. Inizialmente costruita nel IV secolo come una delle basiliche paleocristiane di Milano, fu successivamente ampliata fino a raggiungere l'aspetto attuale tra il XVI e il XVII secolo.

Già basilica dei monaci olivetani, che dimoravano presso l'annesso monastero, convertito nel 1947 nel Museo della scienza e della tecnologia, è attualmente sede parrocchiale.

Storia Sulle origini della chiesa di San Vittore al Corpo s'è ampiamente discusso, con conclusioni spesso divergenti. Le notizie riguardo a un primitivo edificio sono alquanto incerte e lacunose, anche per il fatto che con la ricostruzione cinquecentesca della chiesa è stata cancellata ogni traccia di quest'ultimo. Una parte della letteratura del tempo ricorda l'esistenza di un edificio religioso a pianta centrale, dedicato a San Gregorio, all'interno del quale sarebbe stato custodito al tempo il sarcofago contenente le spoglie dell'imperatore TeodosioMaria Teresa Fiorio (a cura di), Le chiese di Milano, Milano, Electa, 2006 (1985), pp. 122-129. Va tuttavia ricordato come il Latuada,Serviliano Latuada, Descrizione di Milano ornata con molti disegni in rame delle fabbriche più cospicue, che si trovano in questa metropoli, raccolta ed ordinata da Serviliano Latuada sacerdote milanese. Tomo primo-quinto, Milano: nella regio-ducal corte, a spese di Giuseppe Cairoli mercante di libri, 1737-1738. - IV, pp. 338-355 nel Settecento precisasse che «di questa chiesa, al presente affatto distrutta, non se ne sa pure assegnare distintamente il sito, non essendone avanzato presso di noi alcuno benché menomo indizio». Sarebbero stati soltanto i successivi scavi condotti dalla Sovrintendenza a chiarire la questione, riuscendo ad individuare sia le fondazioni del mausoleo imperiale (solo in seguito divenuto cappella di San Gregorio), sia quelle del recinto che lo cingeva. Se le prime infatti si trovavano al di sotto della scalinata d'accesso alla chiesa (rese visitabili), i resti del secondo si sviluppavano al di sotto del Monastero, e sono visibili in uno dei cortili del Museo della scienza e della tecnologia.Mario Mirabella Roberti, Il recinto fortificato romano di San Vittore a Milano, estratto da Castellum nº 6, 1967

Secondo una diffusa tradizione, la costruzione di una prima basilica viene fatta risalire alla prima metà del IV secolo, identificandola con quella basilica portiana che prese il titolo da Porzio, figlio di Filippo Oldano, nobile cittadino e senatore, che si era preoccupato al tempo di dare degna sepoltura ai martiri cristiani. Va ad ogni modo ricordato che l'identificazione di San Vittore al Corpo con la basilica portiana è tuttora alquanto discussa, né mancano le identificazioni argomentate e ugualmente sostenute con San Lorenzo o Sant'Eustorgio. Molto probabilmente ricostruita nel corso del IX secolo, la chiesa cominciò ad essere indicata con l'attuale nome, che il Latuada riconduceva alla sepoltura della salma del martire Vittore. In realtà studi più recenti hanno screditato quest'ipotesi, sostenendo più probabile una denominazione derivante dal nome del luogo in cui sorgeva la basilica. Secondo le ricerche del MontrasioAttilio Montrasio, Le basiliche preambrosiane. I sepolcri dei SS. Vittore e Satiro, Milano, 1940, pp. 40-45 pubblicate nel 1940, la denominazione al Corpo sarebbe da ricondurre al fatto che la basilica sorgesse in un campo o corpo santo, ossia sopra una di quelle aree cimiteriali cristiane poste al di fuori delle mura. Ad avvalorare questa tesi, vi sarebbe una pergamena dell'864 in cui la località su cui sorge San Vittore è detta «Ubi Corpus dicitur». Risulta peraltro attestata la presenza di una precedente area cimiteriale cristiana, sorta al di sopra di una precedente necropoli di equites singulares.

La chiesa è fra le cinque nominate nel IV secolo da Sant'Ambrogio. Nel corso dell'XI secolo Arnolfo II arcivescovo di Milano affidò la basilica ai benedettini della vicina San Vincenzo in Prato che, al culmine della propria ascesa economica, vi edificarono una nuova residenza. In quel tempo la chiesa era orientata diversamente e l'antico ingresso sorgeva in corrispondenza dell'attuale coro, mentre la vecchia abside si trovava in corrispondenza dell'attuale sagrato. Secondo il ReggioriFerdinando Reggiori, Virgilio Ferrari, Il monastero olivetano di San Vittore al Corpo in Milano e la sua rinascita quale sede del Museo nazionale della scienza e della tecnica "Leonardo da Vinci", Milano, Silvana Edizioni d'Arte, 1954 l'antica basilica aveva un'ampiezza indicativamente pari a quella attuale, strutturata su tre navate con volta a crociera, ed infine con una sola abside.

Il Mausoleo imperiale

Rintracciato nel corso delle indagini della Sovrintendenza condotte fra il 1953 e il 1960 e tuttora visitabile nelle sue fondazioni rese accessibili in uno spazio ipogeo alla scalinata d'accesso alla chiesa, aveva una forma ottagonale, con lati di 7,5 metri ciascuno. Presentava una pavimentazione in mattoni analoga a quella rinvenuta nelle Terme Erculee, affiancata a un'altra parte in opus sectile marmoreo, con un motivo di esagoni alternati a triangoli. Al suo interno vi erano otto nicchie, una per lato, dalla forma rettangolare alternata a quella semicircolare. Le pareti disponevano di un altro zoccolo di marmo grigio, sormontato da tarsie marmoree e mosaici.Silvia Lusuardi Siena, Milano (Mediolanum): Il recinto di S.Vittore al Corpo, in Catalogo della Mostra "Milano capitale dell'Impero romani (286-402 d.C.)", a cura di Gemma Sena Chiesa, Milano, 1990, pp. 111-115. La datazione del Mausoleo viene ricondotta alla prima illustre sepoltura che avrebbe dovuto ospitare, ossia quella di Massimiano, per quanto il primo imperatore ad esservi effettivamente sepolto fu Valentiniano IIAmbrogio, De obitu Valentiniani, 3, 42, 49 e 58. e forse anche da Graziano (come lascerebbe intendere lo stesso AmbrogioAmbrogio, De obitu Valentiniani, 54 e 79.). Non è pertanto possibile fornire una datazione archeologica precisa. L’unico dato certo è che l’unica tomba accertata è del presbiter Probus, morto nel 368.

Il recinto di San Vittore Ignorato dalle fonti classiche e medievali, il Recinto di San Vittore venne scoperto soltanto fra il 1950 e il 1953, nel corso delle indagini condotte dalla Sovrintendenza presso l'ex Monastero degli Olivetani, divenuto nel frattempo Museo della Scienza e della Tecnica. Di forma ottagonale schiacciata, aveva lati compresi fra i 42 e i 44 metri, un asse maggiore che ne misurava 132 e quello minore di 100.D.Caporusso & A.Ceresa Mori, C'era una volta Mediolanum, in Archeo attualità dal passato di settembre 2010, n.307, p. 95. Ad ogni suo vertice vi si ergeva una torre dalla pianta semi-circolare. Dal punto di vista funzionale, il recinto è stato generalmente interpretato come una struttura difensiva, posta a protezione del Mausoleo imperiale, all'interno del quale probabilmente erano stati sepolti gli imperatori Graziano e Valentiniano II; secondo altri anche l'imperatore Teodosio.

La nuova chiesa

Ridotta a commenda, il complesso passò il 29 agosto 1507 agli Olivetani, che ne intrapresero una trasformazione radicale. Gli unici resti del periodo benedettino sono oggi il lavabo in marmo bianco, risalente al tardo Quattrocento e il Cristo deposto in terracotta, opera del bolognese Vincenzo Onofri, conservato nella cappella di San Gregorio. Al rifacimento del monastero concorsero diverse personalità del tempo, fra cui Vincenzo Seregni (di cui si ricordano inoltre diversi disegni raffiguranti la chiesa nelle sue forme precedenti) e Galeazzo Alessi, entrambi attestati qui nel 1553. I lavori per il rifacimento della chiesa cominciarono il 31 marzo 1560 e rispondevano alla volontà degli Olivetani di avere un piazzale antistante il monastero che fungesse anche da sagrato della chiesa; il progetto della nuova chiesa sarebbe da attribuirsi secondo padre Agostino DelfinoneS. Vismara, Un catalogo d'archivio del Seicento (S. Vittore di Milano), Rivista storica benedettina nº 8, Milano, 1913, pp. 350-357, che nel corso del Seicento riordinò l'archivio del monastero, all'Alessi, secondo Costantino BaroniCostantino Baroni, Documenti per la storia dell'architettura a Milano nel Rinascimento e nel Barocco, Milano, Sansoni, 1941 al Seregni. In realtà è oggi universalmente concordato che il progetto del Seregni non corrisponda a quello realmente portato a termine come definitivo, ad opera invece dell'Alessi, subentrato al primo - che comunque mantenne la supervisione dei lavori - per motivi tuttora sconosciuti. Nei progetti del Seregni vi era infatti il mantenimento delle strutture già esistenti, come la Cappella di San Gregorio, che avrebbe costituito la parte destra del nuovo accesso simmetrico, che avrebbe visto l'erezione di un secondo corpo simmetrico ad affiancarla. Diverso sarebbe stata anche la tribuna, che sarebbe stata impostata su un quadrato con cupola a impianto ottagonale.

Il nuovo progetto, che venne poi realizzato ad eccezione della facciata rimasta compiuta, comportava la completa eliminazione della Cappella di San Gregorio e il totale stravolgimento degli spazi della precedente basilica. L'intervento suscitò allora diverse critiche; fra queste sono particolarmente note le parole di padre Puccinelli che nel suo Zodiaco della Chiesa Milanese considerava il rifacimento come una «spesa superflua ed enorme, solo fu fatta per levare il titolo di basilica portiana ed introdurre il titolo di abbazia, la cappella maggiore fu levata verso levante per collocarla a ponente; dove già era la porta della chiesa qui è il coro e dove è ora la porta, ivi erano i tumuli dei Santi». I lavori procedettero particolarmente celeri grazie all'ingente disponibilità economica degli Olivetani; a partire dal 1570 è attestata la presenza di Martino Bassi, che curò alcune cappelle laterali e il campanile; successiva invece quella di Tolomeo Rinaldi e Francesco Sitone. I lavori si protrassero fino agli inizi del XVII secolo (l'altare maggiore era comunque già stato consacrato da Carlo Borromeo nel 1576). LOratorio di San Martino, distrutto nel corso dei lavori, venne ricostruito nell'angolo settentrionale dell'attuale sagrato, «formato da una sola nave, senza alcun ornamento ragguardevole», secondo il Latuada.

Verso la metà del XVII secolo la chiesa aveva ormai assunto l'aspetto attuale: i secoli successivi non avrebbero infatti apportato modifiche rilevanti, ad eccezione della sostituzione del pulpito e del settecentesco altare maggiore in marmo e bronzo (il secondo), sostituito con uno ad opera di Giovanni Muzio (il terzo).

Descrizione La facciata