Il termine Lucifero il cui significato letterale è Portatore di luce, è un termine con il quale ci si può riferire a differenti entità mitologiche (la divinità romana "Lucifer", la corrispondente divinità greca Fosforo e per molti filoni del cristianesimo, a Satana) o anche al pianeta Venere il quale è associato alle citate divinità greco-romane.
Il termine luciferismo indica invece l'adorazione e la devozione a tale entità. Secondo i principali filoni teologici del cristianesimo, questo essere sarebbe perfettamente assimilabile alla figura di Satana, mentre secondo altri movimenti e dottrine esegetiche si tratterebbe di due entità diverse.
Origine e significato Il termine significa letteralmente Portatore di luce, in quanto tale denominazione deriva dall'equivalente latino lucifer, composto di lux (luce) e ferre (portare), sul modello del corrispondente greco phosphoros (phos=luce e phero=portare), e in ambito sia pagano che astrologico esso indica la cosiddetta «stella del mattino», cioè il pianeta Venere visibile all'aurora, ed è anche identificato con questo nome. Nella corrispondenza tra divinità greche e romane l'apparizione mattutina del pianeta Venere era personificata dalla figura mitologica del dio greco Phosphoros e del dio latino Lucifer. Analogamente in Egitto Tioumoutiri era la Venere mattutina. Nell'antico Vicino Oriente, inoltre, la "stella del mattino" coincideva con Ishtar per i Babilonesi; Astarte per i Fenici; Inanna per i Sumeri.
In ambiti dell'occultismo e dell'esoterismo, infine, Lucifero sarebbe il detentore di una sapienza inaccessibile all'uomo comune.
Lucifero nella mitologia greco-romana Lucifero o Lucifer è una divinità della luce e del mattino della mitologia romana, corrispondente alla divinità greca della luce: Eosforo ("Portatore dell'Aurora") o Fosforo ("Portatore della luce"), nome dato alla "Stella del mattino", era figlio di Eos (dea dell'Aurora) e del Titano Astreo e fu padre di Ceice (Ceyx), re di Tessaglia, e di Dedalione.
Nella religione greco-romana Mentre di Lucifero come divinità legata a Venere non abbiamo traccia, esistevano culti dedicati a divinità definite "Lucifere" (cioè Portatrici di Luce)Giovanni Ambrogio Maria Bertrandi, Gio. Antonio Penchienati, Carlo Giovanni Brugnone, Opere anatomiche, e cerusiche, Volume 7.. Oltre a queste, tra le Divinità Maschili Solari più conosciute che ritroviamo nel pantheon greco-romano vi è Apollo, un cui epiteto era Phosphoros (ΦΩΣΦΟΡΟΣ in lettere greche)apollon-epithets APOLLO THE EPITHETS, su http://www.HellenicGods.org, che tradotto in latino è Lucifer, Lucifero appunto.
Nella letteratura giudaica extra-biblica Il giudaismo ortodosso attuale nega l'esistenza di qualsivoglia entità spirituale che non sia Dio, considerandoli rispettivamente come o messaggeri umani o emanazioni impersonali della potenza di Dio/realizzazione di una sua azione (per i cosiddetti angeli) e appellativi di malattie/catastrofi (per i cosiddetti demoni). Questo assumendo che le personificazioni appartengano solo alle correnti eterodosse che si rifanno ai tre libri di Enoch, che è uno dei vari Apocrifi dell'Antico Testamento, o addirittura sono proprio post bibliche (al massimo ravvisabili nelle stesure più tarde), ossia influenze mesopotamiche avvenute nel periodo post-esiliaco e poi Irano-Zorastriste o elleniche. A sostegno di ciò vedasi: Rambam in Guida dei Perplessi 2,4 e 2,6, o come è scritto nel Talmud Yerushalmy (ove dice che i nomi dei malachim sono il risultato della diaspora), David NeumarkToledòth ha-filosofia be-Israel, I, pag. 18. per una veloce biografia: https://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/judaica/ejud_0002_0015_0_14747.html, Adin Steinsaltz, Michael D. Coogan, Yehoshua Efron e altri. Generalmente invece è opinione accademicamente diffusa (nel Bereshit Rabba 3,8, Shaye J. D. Cohen, Lawrence Schiffman, Martin Jafee, Jacob Neusner, Bernard J. Bamberger e altri) che fosse comune nel Giudaismo del Secondo Tempio, quindi coevo alla redazione dei vari libri dell'AT, credere ad angeli e demoni come entità a sé stanti (come avviene in Flavio Giuseppe es. in Guerra Giudaica VI: 298 e Antichità Giudaiche 1:73, o i suoi commenti sugli esorcismi), senza dover per forza rifarsi strettamente alla letteratura enochica, ad esempio come retaggio della fase primordiale della religione nel passaggio da enoteismo-monolatria-monoteismo.GLI ANGELI TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO di Gianfranco Ravasi in "Le Ali Di Dio - MESSAGGERI E GUERRIERI ALATI TRA ORIENTE E OCCIDENTE" a cura di MARCO BUSSAGLI E MARIO D'ONOFRIO, Silvana Editoriale
I libri di Enoch riportano come angeli furono precipitati nel deserto di Dudael e conficcati sotto un cumulo di pietre. L'enigmatica figura di Azazel, citato nel Levitico, sarebbe uno di loro e corrisponderebbe al dio di Edessa Azizo o alla dea sud-arabica al-Uzzah, entrambi personificazioni del pianeta VenereG. Deiana, Levitico, Paoline, Milano 2005, pp. 182-185..
La Jewish Encyclopedia afferma che l'identità fra Sataniel (Satana) ed Helel (Lucifero) risale già a un secolo prima dell'era cristiana, quando alcuni scritti ebraici, come il Secondo Libro di Enoch e la Vita Adam et Evae del I secolo d.C. circa, interpretarono un passo di Isaia e uno di Ezechiele nello stesso senso adottato in seguito dai Padri della Chiesa, riferendolo cioè al racconto della Caduta degli Angeli capeggiati dall'arcangelo Semeyaza (o Samhazai, cioè "il mio nome ha visto"), che sarebbe appunto altro nome di Sataniel. Purtroppo tale passo della Jewish Encyclopedia fa riferimento a tre paragrafi di due fonti dove si parla della caduta di Satana come angelo, ma il termine relativo a Lucifero (e le sue varianti come stella del mattino) non sembra essere presente, quindi tale associazione, con le conseguenze teologiche che ne conseguirebbero, andrebbe presa con molta cautela. Al vaglio, non sembra che altrove esista una documentazione nella letteratura giudaica extra-biblica del termine Lucifero e sinonimi.
Nell'Antico Testamento
Lucifero (in ebraico הילל, helel, in greco φωσφόρος, in latino lucifer) è il nome classicamente assegnato a Satana dalla tradizione giudaico-cristiana in forza dell'interpretazione prima rabbinica e poi patristica di un passo di .
Nella Vulgata, cioè la versione in latino della Bibbia, il termine lucifer è utilizzato nell'Antico Testamento solo quando il profeta Isaia lo applica al re di Babilonia, la cui caduta è oggetto dell'ironia del profeta. I Padri della Chiesa tennero conto del frequente accostamento di Babilonia al regno del peccato, dell'idolatria e della perdizione sia nell'Antico sia nel Nuovo TestamentoUn esempio per tutti è quello dato nel libro dell'Apocalisse:, nonché dei quattro sensi delle Scritture, e identificarono il Lucifero di Isaia con il Satana di Giobbe e dei Vangeli.
Andando nel dettaglio, questa è la traduzione detta Nova Vulgata:
Questa è invece la traduzione ufficiale cattolica CEI 2008:
Mentre le traduzioni italiane precedenti hanno avuto in passato il termine esplicito Lucifero (), visto come personificazione e non come appellativo, al giorno d'oggi alcuni lo considerano alla stregua di un errore di traduzione sebbene lo slittamento di senso sembri essere successivo. Questo perché, come già accennato nei paragrafi precedenti, il testo originale mostra la frase הֵילֵל בֶּן-שָׁחַר, letta come hêlel ben sahar (dove helel viene per lo più fatto derivare dalla radice hâlal, "risplendere", anche se esistono dei dibattiti sulla sua etimologia che vedrebbero il termine con radice yâlal, in greco ὀλολύζων, "ululare", "urlare" così come tradotto da Aquila di Sinope e confermato da San Girolamo"Pro eo quod nos interpretati sumus ob facilitatem intelligentiæ: quomodo cecidisti de coelo, lucifer, qui mane orienbaris, in hebraico, ut verbo exprimamus ad verbum, legitur: Quomodo cecidisti de coelo, ulula, fili diluculi" - Sancti Eusebii Hieronymi Stridonensis Presbyteri Operum: Tomus Primus-[undecimus] - ), e il libro di Isaia mostra molti riferimenti all'epoca della sua (presunta) stesura. Infatti si parla del V secolo a.C. durante l'esilio in Babilonia e dopo il crollo della monarchia salomonica, con molte invettive contro l'idolatria, e di riflesso verso chi, come i regnanti, voleva equipararsi a divinità. Ci sono alcuni sottili riferimenti infatti alla religione cananea: ad esempio, al versetto 13, quando si parla di Nord, si legge il termine tsaphon, che è legato al nome del dio Baal-Zephon, essendo il dio della montagna eponima, la cui importanza era tale da essere un generico riferimento per il nordRichard J. Clifford, The Cosmic Mountain in Canaan and the Old Testament, pag. 137.. Curioso notare che le due divinità montanare Shachar e Shalim sono doppie divinità dell'alba e del tramonto, rispettivamente. Shalim era legato agli inferi attraverso la stella della sera e associato con la pace. Il nome di Shachar è usato appunto nel nostro versetto 12, tradotto come "stella del mattino". Inoltre Shachar è considerato precursore del dio Attar John Day, Yahweh and the gods and goddesses of Canaan, (2002) London: Sheffield Academic Press. ISBN 978-0-567-53783-6, la cui vicenda del tentativo fallito di usurpare il trono di Baal è vista da alcuni studiosi come un parallelo evidente con la vicenda narrata nel versetto stesso. Quando nel versetto 14 viene detto "mi farò uguale all'Altissimo", il termine usato è Elyon, che è un titolo divino pre-israelitico. Il famoso versetto del è stato interpretato come Elyon, dio supremo del pantheon cananeo, che assegna ciascuna delle 70 nazioni del mondo (come si legge in Genesi 10) ad ognuna delle 70 divinità del pantheon stesso, ed in particolare a YHWH fu assegnata la protezione di Israele (mentre ad esempio, in al dio Chemosh viene assegnata la popolazione di Moab). In altri passi Elyon è identificato come YHWH stesso, come in , , e nei . L'assemblea citata nel versetto potrebbe essere o l'assemblea degli dei cananei o l'assemblea dei protettori delle nazioni ().
Secondo Stephen Herbert Langdon l'invettiva di Isaia ha qualche somiglianza con lEpopea di ErraPer una generica informativa dell'epopea, leggasi https://www.terralab.it/esoterica/Gilgamesh/dei.htm. Altrimenti un testo di riferimento è : "L'epopea di Erra" di Luigi Cagni, Istituto di studi del Vicino Oriente dell'Università, 1969. Ne Il mulino di Amleto, di G. De Santillana e H. von Dechend, nell'ultima nota di appendice, la 42, viene citato di nuovo Langdon che anziché tradurre il termine ebraico helel, lo considera un nome proprio, come trascrizione dell'epiteto babilonese 'elil' ('lo splendido'), indirizzato a Marduk-GioveG. De Santillana e H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Milano, Adelphi, 1983, p.495, n. 35., sebbene non abbia riscontri nell'ambito accademico moderno. Quindi si riscontra un complesso gioco di riferimenti incrociati di un re a cui si rivolgono ironicamente paragoni illustri a molteplici dei, per esaltare il contrasto della sconfitta e della sua caduta nel tentativo di auto divinizzarsi.
Vi è un altro passo dell'Antico Testamento, che viene tradizionalmente interpretato come un riferimento ad un angelo caduto dunque Lucifero, che ne sarebbe l'eccellenza, la cui dicitura però non compare esplicitamente. Nel libro di Ezechiele, Dio biasima la caduta del principe di Tiro dal suo originario stato di perfezione e di santità, oltre che di alleanza col popolo ebraico. Il messaggio rivolto al "re di Tiro" contiene espressioni che possono applicarsi anche a Satana: