Biografia Giorgio Rioli, soprannominato Siculo, si fece monaco nel monastero benedettino di San Nicolò l'Arena, alle falde dell'Etna, a pochi chilometri dal suo paese di nascita. Proprio la data documentata del suo accoglimento, il 24 febbraio 1534, nel monastero - che non poteva ricevere i minori di 16 anni - fa dedurre con qualche approssimazione la sua data di nascita intorno al 1517.

Non è nota né la forma né il contenuto della sua istruzione nel monastero, dotato peraltro di una ricca biblioteca, né si hanno scritti di qualsiasi tenore dei suoi anni giovanili passati nel monastero. È certo che i monaci benedettini, in qualunque abbazia del loro Ordine, non andavano nel "mondo" a predicare, non si occupavano di diatribe teologiche, non allacciavano relazioni con le corti dei principi: il loro tempo era dedicato allo studio, all'erudizione e alla meditazione.

La svolta nella vita del Rioli avvenne nel settembre 1537, quando il confratello mantovano Benedetto Fontanini (ca 1490 - circa 1555), anche conosciuto come Benedetto da Mantova, allontanatosi prudentemente da Venezia quando si ebbe notizia di sue letture di libri proibiti dalla Chiesa, dopo un lungo viaggio per tutta la penisola, e in particolare una sosta a Napoli dove conobbe Juan de Valdés, fu accolto nell'abbazia siciliana. Fu proprio nel monastero di San Niccolò che il Fontanini, dal 1537 al 1543, redasse il Beneficio di Cristo, un testo che ebbe subito larga fortuna e susciterà, malgrado la forma prudentemente coperta, grande scalpore per essere considerato - per quanto a torto - un testo contenente tesi luterane. Esso è in realtà estraneo al pessimismo protestante ma altrettanto distante dall'ortodossia cattolica, della quale rifiuta riti e sacramenti, rifacendosi piuttosto all'insegnamento di Juan de Valdés.

Essendo stato, naturalmente, pubblicato anonimo, a lungo l'Inquisizione ne ricercherà l'autore finché, di fronte al Tribunale romano, Pietro Carnesecchi rivelerà il 21 agosto 1566 che «il primo autore di questo libro fu un monaco negro [il colore del saio dei benedettini] di San Benedetto, chiamato don Benedetto da Mantova, il quale disse di averlo composto mentre stette nel monastero della sua religione in Sicilia presso il monte Etna».

Fra' Benedetto lasciò il monastero siciliano nel 1543; nel 1546 era nuovamente nel monastero benedettino di San Benedetto in Polirone, nell'attuale comune di San Benedetto Po e qui ora si trovava anche Giorgio Siculo.

Il Concilio di Trento

Al Concilio di Trento, inaugurato il 13 dicembre 1545 allo scopo di trovare, secondo una minoranza di partecipanti, una convergenza con le tesi della Riforma protestante ovvero, per la maggior parte, papa Paolo III in testa, per riaffermare l'inconciliabilità fra cattolicesimo e luteranesimo e la necessità di una lotta radicale contro quest'ultimo - l'Inquisizione romana era stata, a questo scopo, già istituita tre anni prima, a imitazione di quella spagnola - l'Ordine benedettino inviò tre abati, Crisostomo Calvini, Isidoro Clario e Luciano Degli Ottoni, abate del monastero ferrarese di San Benedetto, autore dei Commentaria a Giovanni Crisostomo e di un dialogo sul libero arbitrio, andato perduto, nel quale avrebbe sostenuto, rovesciando la dottrina agostiniana, le teorie della predestinazione alla salvezza in virtù delle opere e dell'inferno quale luogo di pene puramente spirituali.

Luciano degli Ottoni intervenne in Concilio il 23 novembre 1546 sulla dottrina della giustificazione sostenendo che chi ha vera fede non può essere un peccatore; la fede cristiana consiste nel credere che Cristo sia figlio di Dio: chi crede in Cristo è allora nato da Dio e chi nasce da Dio non può peccare e poiché non peccare significa salvarsi, basta la fede per essere salvati. Di fronte a una tesi che appariva perfettamente luterana, l'Ottoni fu costretto dall'assemblea conciliare a ritrattare la sua tesi. Spedì tuttavia a Giorgio Siculo, al monastero di San Benedetto in Polirone, il testo del suo intervento, per averne un'opinione, fatto questo che mostra un singolare apprezzamento dell'anziano abate per il giovane frate. Il Siculo gli rispose l'8 dicembre, con una lunga lettera, conservata come Responsio [...] quid sit Justificatio [...] o Trattato sulla giustificazione, nella quale loda l'Ottoni ma insieme lo corregge.

Il trattato sulla giustificazione La predestinazione non esiste, sostiene frate Giorgio: esistono bensì i "predestinatori", luterani e calvinisti, coloro che «osano dire che chi non è eletto e predestinato in nessun modo può salvarsi, per quanto si penta, faccia e dica», ma la grazia dispensata a tutti e la positività della natura umana ci permettono, secondo una libera decisione, di riconoscere ed evitare il male, salvandoci. Ma bisogna distinguere due tipi di fede: una è quella che ci permette di credere nelle verità delle Scritture, una fede generica e non risolutiva; l'altra è la fede vera e viva, che illumina interiormente il cristiano e lo rigenera: è questa la fede che salva.

Scrive infatti il Siculo che «i credenti come i non credenti, attraverso la grazia generale e la conoscenza del bene e del male, che la natura porta con sé, possono obbedire e conservare integralmente sia la legge divina che la legge umana», ma solo il credente, «dopo aver conseguito la giustificazione cristiana e la viva rigenerazione ed esser divenuto un nuovo membro del corpo di Cristo, della sua carne, delle sue ossa e del suo spirito, rinascerà come nuova creatura e nuovo uomo, che fu creato secondo il Signore nella giustizia, nella santità e nella verità».

Questa dottrina non è accettata dai protestanti, per i quali l'uomo è insieme giusto e peccatore, ma che essa sia vera e apostolica, sostiene frate Giorgio, è dovuta al fatto che Cristo stesso gli apparve e gliela rivelò: «quod vere Christus apparuit mihi, et doctrinam istam me docuit, apostolicamque veritatem». Infatti, Cristo stesso, di fronte al moltiplicarsi delle dottrine e delle sette, ha deciso di scendere in terra e mostrare la vera sua dottrina la quale, scrive il Siculo rivolgendosi direttamente all'abate Degli Ottoni, è stata scritta e rivelata altrove («alibi resoluta sunt et declarata»).

In quel suo scritto, che il Siculo si dichiara pronto a mostrare, se necessario, ai teologi riuniti a Trento, egli ha rivelato e spiegato «il divino mistero e l'ammirevole sacramento fatto da Gesù Cristo in quella sacrosanta e divinissima cena piena di misteri, la comunione di sé e l'unità ottenuta con tutti i credenti, passati, presenti e futuri».

Luciano Degli Ottoni, naturalmente, non fece conoscere in Concilio le teorie del monaco siciliano. La questione della giustificazione, ottenuta per sola fede, secondo i luterani, con la grazia e le opere, per i cattolici, fu risolta nel Concilio il 7 gennaio 1547 con l'approvazione del decreto che ribadiva la dottrina tradizionale della Chiesa: la rottura con i protestanti era consumata anche se il Concilio si trascinerà stancamente fino al 1563.

A Riva, dove va ad abitare nel 1547 nei locali annessi alla chiesa di Santa Maria Maddalena, sui monti sovrastanti la cittadina, il Siculo, in attesa di poter intervenire al Concilio di Trento, viene scelto e ottenne un buon successo come predicatore quaresimale ma, nella primavera del 1550 circolano contro di lui accuse di eresia e il monaco lascia improvvisamente la cittadina per l'Emilia.

Vive tra Ferrara e Bologna, dove il Concilio si è trasferito e dove lo raggiunse una notizia che suscitò profonda impressione in tutta l'Europa, alimentando ulteriormente il dibattito sui temi della giustificazione, della predestinazione e del libero arbitrio, oltre che della libertà di coscienza, ai quali parteciperà pubblicamente anche il Siculo: la morte di Francesco Spiera. Nel 1550 fa stampare due sue opere, lEpistola alli cittadini di Riva di Trento contra il mendatio di Francesco Spiera et falsa dottrina de' protestanti, e lEspositione nel nono decimo et undecimo capo della Epistola di San Paolo alli Romani.

LEpistola e lEspositione NellEpistola – una copia della quale egli fece consegnare il 17 luglio al consiglio della comunità di Riva - si scusava dell'affrettata partenza da Riva, dovuta probabilmente ad accuse di eresia, e prendeva posizione contro lo Spiera che «ha temerariamente et mendacemente incolpato la gratia et divina bontà della impenitentia et dannatione delli increduli et ostinati peccatori», disprezzando la misericordia divina che accoglie qualunque peccatore voglia tornare «alla vera penitentia et obedientia delli soi divini commandamenti». Attaccando esplicitamente le tesi dei protestanti e del Vergerio - «quelle mortifere et mendaci Lettere che per suggestione di esso maligno et astuto spirito sono state scritte» - il Siculo sembrava porsi in un ambito di rigore cattolico.

Se lo Spiera - argomenta il Siculo - aderendo al luteranesimo, si era considerato appartenente agli eletti, com'è possibile che si sia poi sentito dannato? Evidentemente la dottrina protestante della giustificazione per fede era erronea: «Tu, Francesco, per la falsa dottrina la quale havevi imparato de non potere più perire, tenendoti essere delli eletti, i quali non puono più perire (secondo la dottrina de' protestanti) falsificavi il tuo officio, non ti curavi più del divin timore». La dannazione dello Spiera è dunque l'effetto delle cattive opere compiute, della disonestà di cui diede prova come avvocato, non dell'abiura della sua fede. E di cattive opere è pieno il mondo: «stati, città e castella de' cristiani pieni de pompe e mondane vanità, pieni de ingiustitia, assassinamenti, robbamenti e gravamenti di poveri, pieni di sanguinolenza, odii e tradimenti, pieni de inimicitie e discordia, pieni de adulterii, fornicationi scortaccioni, sodomittice pollutioni, roffiani, meretrice e violationi de verginelle, vedove e orfanelle, pieni de usurai, marioli e falsitadi, pieni de ogni carnale corrutione e disonestà, senza pace, senza carità, senza fede e senza legge e fuori de ogni cristiana verità».

La salvezza è però possibile «perché credemo nell'Evangelio» e siamo cristiani «perché siamo stati dalli preti battezzati». I protestanti sbagliano a predicare «la giustificazione senza l'osservanza et obedienza del santo Evangelio», ossia - intende qui il Siculo - senza le buone opere; ma ora che la cristianità è divisa sulla giusta strada da seguire, bisognerà attendere che si definisca la vera dottrina cristiana: nel frattempo, occorrerà comportarsi come san Paolo che «per non dar scandalo all'infermi fratelli et ad essa cristiana religione, circuncise Timoteo, come cosa necessaria alla salute, quantunque lui alli Galati dicesse Si circuncidimini, a gratia excidistis».

Siculo esprime qui la sua approvazione nei confronti dei nicodemiti: simulare adesione a culti che non si approvano, non significa rinnegare Cristo ed è opportuno rimanere uniti, protestanti e cattolici, in attesa dell'inevitabile soluzione del dissenso, grazie a lui stesso, in possesso di una rivelazione affidatagli da Cristo; infatti, «tutti quelli, i quali con bona mente et senza contentione legerano la presente epistola con ogni fideltà et prudenza, l'accettarano et gl'obedirano come opera divina et non humana; trovandola tutta piena di superna scienza et divina dottrina, et non terrena né humana», una dottrina che gli era stata rinfacciata da alcuni, «i nomi delli quali io voglio per il presente tacere», come opera diabolica, tacciando lui stesso di malignità e mendacio.

Contro i protestanti, riafferma la sua fiducia nel libero arbitrio al punto di arrivare a concezioni pelagiane: con il peccato originale l'uomo, edotto di ciò che è bene e ciò che è male, ha potuto scegliere - cosa negata allo stesso Adamo prima della caduta - e, con la venuta di Cristo, può scegliere la salvezza, contro ogni ipotesi di predestinazione.