Spina fu un'importante città portuale etrusca affacciata sul mare Adriatico, presso il delta del fiume Po. Fu una delle città più importanti dell'Etruria padana, assieme a Felsina (Bologna) e a Kainua (l'attuale Marzabotto).
Fu impiantata, entro i decenni finali del VI secolo a.C., su alcuni dossi sabbiosi disposti lungo un ramo meridionale del Po, in un paesaggio lagunare che oggi si trova interamente all'interno della terraferma bonificata, nel territorio del comune di Comacchio. Il suo abitato, individuato solo nel 1965, era organizzato secondo un piano regolare in cui le vie di comunicazione erano in larga parte canali; le sue due necropoli, scavate a partire dal 1922, hanno restituito oltre quattromila sepolture e la più ampia raccolta di ceramica attica proveniente da un unico sito. La città cessò di esistere come centro urbano nel corso del III secolo a.C.; il sito fu poi obliterato dalle acque delle valli di Comacchio e la sua stessa collocazione rimase incerta fino alla metà del Novecento.
Toponimo Il nome della città è documentato soltanto in greco, nella forma Σπῖνα, e in latino come Spina: la forma etrusca non è nota, perché le iscrizioni restituite dal sito sono in grandissima parte graffiti onomastici sui vasi dei corredi e non nominano la città... L'etnico compare in greco come Σπινῆται in Strabone e come Σπινᾶται nella citazione di Polemone conservata da Ateneo.Strabone, Geografia, V 1, 7.Ateneo, Deipnosofisti, XIII 606 a-b.
Le fonti antiche non concordano sulla direzione dell'eponimia. In Dionigi di Alicarnasso la città prende nome dalla foce del fiume presso la quale sorse, detta Σπινῆτις;Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 18, 4. in Plinio, all'opposto, è la foce a essere detta Spineticum dal nome della città.Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III 120. Il ramo fluviale su cui sorgeva è quello che le fonti medievali chiamano Padovetere, dal latino Padus vetus, sopravvissuto nella toponomastica locale nella forma Paviero..
Le fonti antiche
Le testimonianze letterarie su Spina sono poche e tarde rispetto alla vita della città, e si concentrano su due tradizioni di fondazione, sulla ricchezza degli abitanti e sul loro dominio del mare.
Il più antico riferimento è il frammento della Foronide di Ellanico di Lesbo riportato da Dionigi di Alicarnasso: sotto il regno di Nana i Pelasgi, cacciati dai Greci, lasciarono le navi presso il fiume Spinete nel golfo Ionio e di là si spinsero all'interno.Ellanico di Lesbo, Foronide, in Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 28, 3. Il frammento nomina un fiume Spinete e la sosta delle navi, non l'abitato.
Dionigi stesso, nel primo libro delle Antichità romane, racconta più diffusamente che i Pelasgi partiti da Dodona furono spinti dal vento di scirocco fino a una delle foci del Po e vi lasciarono le navi insieme alla parte di gente meno in grado di sopportare i disagi della marcia, ponendo una guardia a custodia delle imbarcazioni perché servissero da rifugio in caso di insuccesso. Quanti rimasero là fortificarono l'accampamento e, andando le cose secondo i loro desideri, fondarono una città che prese nome dalla foce; ebbero poi fortuna più di ogni altro popolo di quel mare e inviavano a Delfi decime dei guadagni ricavati dalla navigazione. In seguito i barbari confinanti mossero contro di loro in forze e gli abitanti lasciarono la città.Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 18, 3-5.
Nel Periplo dello Pseudo-Scilace la città, il cui nome è restituito dagli editori, è detta greca ed è collocata nel territorio dei Tirreni, presso un fiume risalibile per una ventina di stadi; da Pisa la si raggiungeva con un cammino di tre giorni.Pseudo-Scilace, Periplo, 17. Strabone la definisce «un tempo illustre città greca», ridotta al suo tempo a un modesto villaggio dell'entroterra, e ricorda che a Delfi si mostrava un tesoro degli Spineti e che di costoro si raccontava che avessero avuto il dominio del mare; nello stesso passo attribuisce invece ai Tessali la fondazione di Ravenna. In un altro luogo della Geografia gli Spineti dell'Adriatico compaiono, accanto a Gige, a Creso e ai Sibariti, fra i dedicanti le cui offerte erano conservate nei tesori del santuario delfico con l'iscrizione del loro nome.Strabone, Geografia, IX 3, 8. Il passo nomina gli Spineti fra i dedicanti, non il loro thesauros.
Plinio elenca la foce Spineticum, già detta Eridano, e ricorda che vi sorgeva accanto la città di Spina, potentissima, precisando però che tale giudizio era stato inferito dagli antichi a partire dai tesori delfici; ne attribuisce la fondazione a Diomede. Giustino, nel compendio di Pompeo Trogo, inserisce Spina nel catalogo delle fondazioni greche d'Italia, collocandola fra gli Umbri e attribuendola, insieme a Tarquinia, ai Tessali.Giustino, Epitome delle Storie filippiche di Pompeo Trogo, XX 1, 11.
Alla città si riferisce infine la notizia, riportata da Ateneo sulla scorta di Polemone o di chiunque abbia scritto lHelladikós, secondo cui nel tesoro degli Spineti a Delfi si trovavano due statue di pietra raffiguranti fanciulli.
Le due tradizioni non hanno lo stesso peso né la stessa storia. Quella pelasgica è la più antica e la più articolata: nella redazione di Ellanico la città non compare affatto, perché vi figurano soltanto il ramo Spinetico del Po e la sosta delle navi, mentre il racconto di fondazione in tre tempi conservato da Dionigi ne rappresenta uno sviluppo successivo, in cui la città finisce per dare il nome al fiume anziché riceverlo.. Dominique Briquel ha datato la formazione della leggenda attorno al 500 a.C., risalendo per il tramite di Ellanico a Ecateo, e ha osservato che essa esisteva già prima che lo scalo spinetico acquistasse la sua importanza commerciale, il che sposta la spiegazione del suo successo dal piano dei traffici a quello dei rapporti di parentela mitica fra Etruschi e Greci.. La fondazione diomedea, attestata dal solo Plinio, può invece essere l'applicazione a Spina di un tipo di leggenda diffuso nella regione e riferito in primo luogo ad Adria..
I barbari confinanti che in Dionigi provocano l'abbandono della città sono stati identificati con i Galli Boi, ma l'identificazione è secondaria rispetto al nucleo del racconto.. Quanto alla definizione di polis hellenís data alla città dallo Pseudo-Scilace e da Strabone, non è oggi intesa in senso etnico, ma come indicazione di piena accessibilità commerciale ai mercanti greci..
Storia delle ricerche La ricerca della città perduta ha una lunga storia erudita. Giovanni Boccaccio la collocava sullostium Eridanum, ipotesi che si rivelò a lungo fuorviante, e la questione fu ripresa da Flavio Biondo e Leandro Alberti nel Cinquecento e dagli eruditi ferraresi e comacchiesi del Settecento senza esito.. Nell'Ottocento Elia Lombardini si servì della cartografia viennese del 1820 per ricostruire come il delta si fosse modificato e riconobbe nei cordoni sabbiosi il lido di età etrusca; continuò però a collocare Spina lungo il Primaro, perché in quel punto tornavano i novanta stadi di Strabone..
La svolta arrivò con le bonifiche novecentesche. Nel 1922 lo scavo di Valle Trebba portò alla luce le prime sepolture e riportò la città sulla carta; nel 1954 iniziarono gli scavi di Valle Pega.. A partire dal 1956 le riprese aeree, eseguite dal ravennate Vitale Valvassori per conto di Nereo Alfieri, allora conservatore del Museo archeologico nazionale di Ferrara, fornirono i primi indizi utili alla localizzazione dell'abitato, rivelando una rete di canali insabbiati.. Gli indizi si concentravano nel settore compreso fra Motta della Girata e la Paganella, che il progressivo prosciugamento delle valli più orientali stava rendendo leggibile. Le esplorazioni furono finanziate dallEnte Pro Spina di Ferrara e condotte con il pilota Ugo Cassigoli: Valvassori realizzò oltre duecento fotogrammi prospettici, ai quali si aggiunsero nello stesso anno riprese aerofotogrammetriche dell'aviazione militare. Alfieri vi riconobbe un canale artificiale largo fra i quindici e i venti metri e rettilineo per quasi due chilometri, sul quale si innestava una rete di canali minori che ritagliavano spiazzi sabbiosi di forma geometrica, e riferì ai dossi Belfiore e Sabbioni i due nuclei individuati.. I due pubblicarono insieme le scoperte dell'abitato, mentre Valvassori dedicò un contributo a parte agli apparecchi e alla tecnica delle prospezioni.. Non ci si limitò allo spoglio delle riprese verticali già disponibili: con l'aeronautica militare furono condotte campagne apposite, all'infrarosso oltre che in verticale e in obliquo. È il motivo per cui l'impresa dei due è considerata eccezionale nella storia dell'archeologia aerea italiana: una legge del 1939, abrogata soltanto nel 2001, rese a lungo impraticabile il volo di ricognizione a fini archeologici, e la disciplina rimase in Italia legata all'analisi di fotografie scattate per altri scopi..
Alla stessa stagione di ricerche appartiene lo scavo di Santa Maria in Padovetere: nel 1956, a ridosso della necropoli, affiorarono per caso i resti di un edificio d'aspetto tardoromano, e Alfieri li scavò riconoscendovi una piccola chiesa con battistero e un ampio sepolcreto cristiano, il primo edificio di quell'età indagato nel delta. Il Liber pontificalis di Andrea Agnello permise di identificarla con lecclesia beatae Mariae fatta erigere dall'arcivescovo ravennate Aureliano e detta in Padovetere perché sorgeva su un ramo di Po che al IX secolo era già morto; e su quel riconoscimento Alfieri poté rimettere in carta un settore intero della rete fluviale del delta in antico..
L'abitato vero e proprio fu però individuato solo dopo il prosciugamento della Valle del Mezzano. Nel novembre 1959 la draga che apriva il Collettore Mezzano intercettò poderosi strati archeologici, lacerando il quartiere residenziale per circa duecento metri in senso est-ovest; l'area prese fra gli operai il nome di «barina dei cocci». Nel 1965, a valle prosciugata, iniziarono le indagini di scavo, dirette dal soprintendente Gino Vinicio Gentili e seguite sul campo da Alfieri.
Le ricerche sull'abitato proseguirono per settori successivi fino agli anni ottanta; le campagne del 1977-1981 furono affidate a Giovanni e Stella Patitucci Uggeri e a Fede Berti.. Quegli scavi furono però condotti con metodo non stratigrafico, per tagli artificiali, senza applicare i concetti di taglio e di struttura negativa e con quote di cantiere variabili di anno in anno: i dati pubblicati prima della loro riedizione vanno perciò usati con cautela. Dal 2007 l'indagine è ripresa con due cantieri contigui, quello della Soprintendenza e quello dell'Università di Zurigo, che hanno restituito interi isolati e sequenze stratigrafiche di oltre quindici livelli di occupazione..
Topografia L'abitato sorgeva a ridosso di un ramo estinto del Po, alla confluenza di più corsi d'acqua appenninici, in un tratto di laguna costiera protetta da un cordone litoraneo, a circa 4 km dalla linea di riva antica.. I cordoni sabbiosi su cui furono impiantate le necropoli risalgono al passaggio fra l'età del bronzo finale e i primi tempi dell'età del ferro, ed erano già pedogenizzati quando, a cavallo fra il VI e il V secolo a.C., vennero destinati a uso funerario..