Era figlio del giurista e diplomatico Amedeo Giannini.

Biografia L'impegno nella Resistenza Durante l'occupazione tedesca di Roma Giannini, di fede socialista, operò nelle Brigate Matteotti, agli ordini del collega giurista Giuliano Vassalli.

Il 24 gennaio 1944 partecipò all'azione di un gruppo di partigiani socialisti che permise la fuga di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, assieme ad altri cinque patrioti socialisti, dal carcere di Regina Coeli. L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Giuliano Vassalli, con l'aiuto di diversi partigiani delle Brigate Matteotti, tra cui, oltre a Giannini, Giuseppe Gracceva, Filippo Lupis, Ugo Gala, Alfredo Monaco, medico del carcere, e sua moglie Marcella Ficca MonacoCfr. Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, Quando liberammo Pertini e Saragat dal carcere nazista , in Patria Indipendente, pubblicazione ANPI - Vedi anche . Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal "braccio" tedesco del carcere a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli. I due leader del PSIUP furono dunque scarcerati insieme agli altri esponenti socialisti Luigi Andreoni, Luigi Allori, Carlo Bracco, Ulisse Ducci, Torquato Lunedei. Pertini stesso narrò in seguito questi fatti nelle sue memorie« […] Si decide di sottrarre alla minaccia capitale Pertini, Saragat e altri cinque detenuti che sono nel braccio tedesco di Regina Coeli, sempre restando a disposizione della giustizia italiana. Gli autori del "colpo" partigiano sono Vassalli, Giannini, Lupis, Gracceva, Maiorca, Alfredo e Marcella Monaco. I primi due, entrambi professori universitari malgrado l’età giovanissima, sono stati fino all’8 settembre ufficiali al Tribunale militare di Roma. Essi non hanno abbandonato gli uffici senza provvedersi di moduli e timbri di scarcerazione. Collabora nell’azione Filippo Lupis, un giovane avvocato che, per la sua professione, può circolare senza troppa difficoltà a Regina Coeli. Gracceva, comandante partigiano, è alla testa, insieme con Vassalli, di un’organizzazione militare sorta dopo l’8 settembre. Maiorca, militante socialista, è tenente presso l’ufficio di polizia della PAI dove, per legge, i detenuti scarcerati debbono passare per un controllo dei documenti. Alfredo Monaco è medico a Regina Coeli e, come tale, ha sotto l’occhio ogni movimento del carcere. Marcella Monaco, infine, moglie del dottore, è addetta al luogo segreto dove i detenuti saranno portati se il colpo riesce. I soli a sapere del complotto sono Pertini e Saragat.

È toccato al primo comunicare al compagno che, per loro, le cose si sono messe male, e che la condanna a morte è data come sicura […] Arriva il falso ordine di scarcerazione perfettamente strutturato, in ogni elemento burocratico, e i detenuti sono invitati dai funzionari tedeschi a preparare la loro roba per lasciare Regina Coeli. Andreoni, Bracco e gli altri perdono un po’ di tempo nei preparativi di partenza ed ecco Pertini fulminarli con lo sguardo, non potendoli avvertire con le parole […] Finalmente i detenuti sono pronti, vengono regolarmente dimessi da Regina Coeli. Il gran colpo è andato a segno… Per quattro giorni il silenzio sulla clamorosa evasione è completo; poi, improvvisamente, esso è rotto dalla "Voce dell’Italia" della BBC britannica.

Parlando da Londra nella sua rubrica "Al di qua e al di là del fronte" Paolo Treves dice testualmente: «Stasera la solita rubrica non avrà luogo perché il nostro animo è commosso per l’evasione da Regina Coeli di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat condannati a morte dal tribunale di guerra tedesco. I nostri due compagni hanno ripreso in Roma il loro posto di lotta». Ad ascoltare Radio Londra ci sono i tedeschi, che prendono appunti. Alla notizia balzano dalle loro postazioni d’ascolto e chiamano al telefono il direttore di Regina Coeli. La risposta è che i detenuti, forniti di regolari mandati di scarcerazione, autenticamente firmati e bollati, sono stati dimessi. Identica risposta dall’ufficio della PAI. I tedeschi minacciano di fucilare tutti. Iniziano le indagini: risalgono al Tribunale militare dove constatano che l’iter cospirativo è tutto formalmente autentico, tranne la firma sul mandato di scarcerazione.» in Vico Faggi (a cura di), Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1978. e in un'intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973Intervista di Oriana Fallaci a Pertini, pubblicata su L'Europeo, 27 dicembre 1973, riportata nel sito dedicato ad Oriana Fallaci.. Quest'audace azione partigiana salvò probabilmente la vita dei due futuri Presidenti della Repubblica che, se ancora incarcerati a Regina Coeli, sarebbero stati sicuramente inseriti nell'elenco dei detenuti politici da uccidere alle Fosse Ardeatine.

Carriera accademica Allievo di Santi Romano e Guido Zanobini, diventa professore ordinario di diritto amministrativo a 24 anni, nel 1939. Ha insegnato nelle università di Sassari, Perugia, Pisa e all'università di Roma La Sapienza, dove ha concluso la sua carriera accademica nel 1988 con la nomina a professore emerito. Ha insegnato anche scienza delle finanze e diritto finanziario, diritto ecclesiastico e diritto costituzionale. Fu anche avvocato.

Fu direttore della Rivista trimestrale di diritto pubblico ed autore di centinaia di pubblicazioni in materia di diritto costituzionale, amministrativo ed economico.

Movendo dalla teoria istituzionalistica di Santi Romano, fu il primo sostenitore dello studio del diritto pubblico fondato su un approccio interdisciplinare e realistico, osservando come lo studio di un sistema giuridico non potesse limitarsi allo studio delle norme che lo componevano, dovendo abbracciare anche l'economia, la sociologia, la scienza politica etc.

Tra i suoi allievi e assistenti, Sandro Amorosino, Alberto Barettoni Arleri, Franco Bartolomei, Sabino Cassese, Giancarlo Coraggio, Marco D'Alberti, Valeria Mazzarelli, Rita Perez, Aldo Piras, Mario Sanino, Filippo Satta, Franco Gaetano Scoca, Federico Spantigati, Paolo Stella Richter, Paolo Urbani, Stelio Valentini.

È stato membro dell'Accademia dei Lincei e vice presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali.

Nel 1984 il governo Craxi I istituisce una commissione, affidandone la presidenza a Giannini, per dare attuazione all’indirizzo programmatico di governo circa la “messa a fuoco di definiti diritti del cittadino nei rapporti con l’amministrazione per porre fine alle imperscrutabilità, alle immotivate lentezze, ai superati autoritarismi dei comportamenti amministrativi”. La commissione, articolata in tre sottocommissioni aventi rispettivamente a capo Sabino Cassese, Renato Laschena e Mario Nigro, ha il compito di formulare proposte per la revisione della disciplina dei procedimenti amministrativi allo scopo di promuovere la democratizzazione e la semplificazione amministrativa. E' grazie a questa commissione, da lui tanto voluta, che sono poste le fondamenta della legge-quadro sul procedimento amministrativo e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni che, una volta dotata delle normative di attuazione, rivoluzionerà per sempre i rapporti tra cittadino e pubblici poteri (legge 7 agosto 1990, n. 241).

Nel 1988 è stato insignito del premio Aldo Sandulli. Nel 1990 l'Accademia dei Lincei gli ha conferito il Premio Feltrinelli per le Scienze Giuridiche.

Muore nel 2000 a seguito di una crisi cardiaca.

In politica e nelle istituzioni

Dal 12 agosto 1945 al 2 agosto 1946 fu capo di gabinetto del ministro per la Costituente Pietro Nenni. Dal luglio 1946 ai primi mesi del 1948 fu capo dell'ufficio legislativo del ministero dell'Industria, nominato da Rodolfo Morandi.

Iscritto al Partito Socialista Italiano, se ne allontana nel 1953. Rientrerà nel Psi qualche anno più tardi, e fino al 1991 farà anche parte dell'Assemblea nazionale del PSI istituita da Bettino Craxi nel 1984.

Giannini fece parte di numerose commissioni ministeriali. In particolare la commissione creata dal ministro dell'Industria e commercio Emilio Colombo (nota come "commissione Santoro Passarelli" dal nome del vice presidente Francesco Santoro Passarelli) per la riforma del diritto societario (1959), e le commissioni istituite tra il 1962 e il 1966 dai successivi ministri dei Lavori pubblici Benigno Zaccagnini, Fiorentino Sullo, Giovanni Pieraccini e Giacomo Mancini per l'elaborazione di una nuova legge urbanistica in sostituzione di quella del 1942 (nessuno di questi progetti andò in porto ma alcune proposte di Giannini confluirono nella legge n. 765 del 6 agosto 1967 detta "legge-ponte"). Dal 1974 al 1976 fu a capo della commissione di studio che gettò le basi del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 24 luglio 1977 con il quale si portò a compimento il trasferimento delle funzioni amministrative alle regioni ordinarieAugusto Barbera-Franco Bassanini, I nuovi poteri delle regioni e degli enti locali,, Il Mulino 1979, pagg. 7-14..

Come tecnico di area socialista è ministro per la Funzione pubblica nel governo Cossiga I (4 aprile 1979 - 4 agosto 1980) e nel Cossiga II (4 agosto 1980 - 18 ottobre 1980).

Durante questo periodo cura la pubblicazione di un rapporto per la riforma della pubblica amministrazione in Italia (noto come "rapporto Giannini"), dando luogo a quello che è stato definitoSabino Cassese, Il politico, il riformatore, lo studioso, in Mondoperaio, n. 11-12/2015, p. 31. il suo terzo periodo di esperienza da riformatore, in cui "riuscì da un lato a far acquisire consapevolezza della grande importanza politica dell'amministrazione e della necessità della sua riforma; dall'altra impostò il problema della riforma come problema economico (di maggiore efficienza dei servizi amministrativi), con le conseguenti necessità di razionalizzazione e di diminuzione dei costi". Ciò lo indusse - al di là della riproposizione di alcune posizioni che aveva avanzato in gioventùCesare Pinelli, Lavare la testa all'asino, in Mondoperaio, n. 11-12/2015, p. 35: la sua proposta di autogoverno ruotava intorno alla regione vista come “organo dello Stato fornito di autogoverno, nel senso che i funzionari della regione avrebbero lo stato giuridico dei funzionari dello Stato, pur essendo elettivi. In altre parole si tratterebbe di trasportare da noi l'istituzione delle contee anglosassoni”. Più in generale, delle sue proposte "sono testimonianza la relazione che presentò al congresso fiorentino del partito socialista dell'aprile 1946, e la conseguente mozione, anche questa da lui redatta: due atti con cui si definiva la linea del partito" socialista all'Assemblea Costituente: Sabino Cassese, Il politico, il riformatore, lo studioso, in Mondoperaio, n. 11-12/2015, pp. 29-30, dove si prosegue ricordando che sia la relazione sia la mozione concludevano affermando che la forma di governo proposta non era né parlamentare, né presidenziale, né assembleare, ma “una nuova forma di governo, che muove interamente dal popolo (capo dello Stato – assemblea – governo – tribunale costituzionale), il quale è raccordato allo Stato dagli enti locali e dall'autogoverno, dai partiti e dagli organismi di autogoverno del campo dell'economia”. - a riprendere l'assunto secondo cui "la prima parte della Costituzione è opera monumentale, degna di figurare accanto alle più grandi Costituzioni esistenti. La seconda parte è un obbrobrio"M.S. GIANNINI, Intervento, in Il pensiero giuridico di Carlo Lavagna (1996), in Scritti, X, Giuffrè, 2008, p. 83, ove proseguiva motivando così: "... perché se diciamo che fonda la democrazia ciò è accaduto in quanto si è avuta, da tutti, un'interpretazione, un'applicazione che oggi ci fanno dire che in questa parte della Costituzione, bene o male, è delineato uno Stato democratico”..

Promotore di radicali riforme statali (inizio anni '90)