La fede è definibile come l'adesione a un messaggio, o un annuncio, fondata sull'accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente, e viene quindi accolta come vera nonostante l'oscurità che l'avvolge.Jean Galot, La Civiltà cattolica, edizioni n. 3169-3174, pag. 465, n. 133, vol. III, Roma 1982. La fede consiste pertanto nel «ritenere possibile» quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente.Thorwald Dethlefsen, Il destino come scelta, Mediterranee, 1984, pp. 14-15.
Accezioni Secondo l'accezione religiosa, ad esempio di Tommaso d'Aquino, essa è la disposizione ad accogliere come vere le informazioni di cui non si ha una conoscenza diretta, basandosi sull'autorità altrui.
In senso laico esprime fiducia nei valori umani e nella sincerità di un sistema che garantisca la veridicità di quegli ambiti a cui non arrivi l'evidenza della ragione coi principi della logica.
Il termine deriva dal latino fides che indica sia la credenza religiosa, ma anche la lealtà, l'impegno solenne, la fedeltà e il mantenimento della parola data; in generale assume il significato di accettazione di misteri o dottrine non razionalmente dimostrabili ma nonostante ciò ritenute vere «per l'autorità del Dio rivelante che non può ingannarsi né ingannare».Concilio Vaticano I, sess. III, Constit. De Fide, 3.
In una diversa accezione, ovvero nella teologia cristiana, è una delle tre virtù teologali, dono divino che dispone il credente ad abbandonarsi fiduciosamente nelle mani di Dio accettando la sua parola.
Fede e sapere
Diversamente dal sapere, fondato sulla certezza consapevole della propria validità, la fede prende quindi dagli altri, ovvero dal di fuori, i propri contenuti, come avviene ad esempio nelle religioni rivelate che attingono le loro dottrine da un dato di rivelazione.Thorwald Dethlefsen, op. cit., pp. 14-15. Il rapporto tra fede e sapere è divenuto in tal modo oggetto di riflessione filosofica. Per Agostino d'Ippona la fede cristiana non è mai disgiunta dal sapere: a ben guardare, infatti, tutte le nostre conoscenze si fondano su atti di fede, su credenze che noi prendiamo per buone prima di averle personalmente sperimentate. Solo dopo averle credute come ammissibili si può esercitare su di esse l'attività critica e riflessiva dell'intelletto (credo ut intelligam); e a sua volta il comprendere aiuta ad interiorizzare, a far proprio ciò che prima andava accolto ciecamente per un semplice atto di fede (intelligo ut credam).
L'intelletto non pensa mai a vuoto, ma sempre partendo da un dato di fede: «La fede cerca, la ragione trova. E ancora la ragione cerca Colui che ha trovato».«Fides quaerit, intellectus invenit. Et rursus intellectus Eum quem invenit adhuc quaerit» (Agostino, De Trinitate, XV, 2, 2, 27-29). La fede coincide così con l'intuizione, cioè con l'illuminazione, elargita in dono dalla grazia divina, che consente di far luce non tanto sulla Verità, quanto sulla propria ignoranza: una consapevolezza dell'ignoranza senza la quale non vi sarebbe spinta ad indagare il mistero. Non si cercherebbe infatti la verità se non si fosse certi almeno inconsciamente della sua esistenza, secondo un tema di lontana ascendenza socratica e platonica.Battista Mondin, Il pensiero di Agostino: filosofia, teologia, cultura, p. 114, Città Nuova, 1988.
La riflessione agostiniana sulla complementarità tra fede e ragione, verità e dubbio, approda in tal modo alla concezione medioevale della filosofia come "ancella della fede", intesa non come capacità di dimostrare con la ragione i contenuti della rivelazione cristiana, bensì di difenderli dalle critiche nei loro confronti dimostrando semmai la falsità e la contraddizione di chi li rinnega, come si evinceva peraltro già in Clemente Alessandrino.«La dottrina del Salvatore è perfetta in se stessa e non ha bisogno di appoggio, perché essa è la forza e la sapienza di Dio. La filosofia greca, col suo apporto, non rende più forte la verità, ma siccome rende impotente l'attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori contro la verità, la si è chiamata a ragione siepe e muro di cinta della vigna» (Clemente Alessandrino, Stromata, I, XX, 100, 1). La logica viene utilizzata cioè nel senso negativo della teologia apofatica, quale regola del pensiero adottata ad esempio da Anselmo nella sua prova ontologica,Karl Barth ha fatto notare in proposito che nel costruire la sua prova ontologica Anselmo d'Aosta non attribuisce a Dio alcun contenuto positivo, enunciando il proprio argomento più che altro come «regola del pensiero», come divieto di pensare in modo inappropriato (K. Barth, Filosofia e rivelazione , trad. di V. Vinay, p. 123 e segg., Silva, Milano 1965). non in sostituzione ma come complemento della fede: secondo la sintesi di Tommaso d'Aquino, «siccome di Dio non possiamo sapere che cosa è, ma piuttosto che cosa non è, non possiamo indagare come Egli sia, ma piuttosto come non sia».Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I, q. 3, prologo.
Come la fede svela alla ragione la possibilità di nuovi campi di indagine, a sua volta la ragione naturale è in grado di fornire quei «preamboli» o premesse capaci di elevare alla fede, giungendo ad esempio a riconoscere «il fatto che Dio è» ("de Deo quia est"):Tommaso d'Aquino, citazione in Summa contra Gentiles, I, 3. senza questa premessa infatti non si potrebbe credere che Gesù ne sia il Figlio. I «preamboli» verranno poi confusi in epoca illuminista con la capacità di «dimostrare» con la ragione i fondamenti della fede.Perone, Ferretti, Ciancio, Storia del pensiero filosofico, vol. III, pag. 563, SEI, Torino 1988 ISBN 88-05-01687-X.
La possibilità di affiancare argomenti razionali alla fede, che in epoca scolastica dà luogo alla disputa tra dialettici e antidialettici, viene negata alla radice in epoca moderna da Martin Lutero, per il quale essa si tradurrebbe nella presunzione di ritenersi giustificati in base a criteri interamente umani. Soltanto la fede consente a nostra volta di giustificare le parole di Dio come giuste e vere:Dino Bellucci, Fede e giustificazione in Lutero, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1963, pp. 169-170. «Iustificatio Dei et credulitas in Deum idem est».Martin Luthers Werke, Weimar, 1883, vol. 56, pag. 226. Questa nozione di "fede" rifiuta di rinchiudere il discorso nell'ambito della logica. Una forma di fede siffatta è chiamata fideismo, quando si presuppone che tanto più essa è autentica, quanto più crede all'esistenza di Dio senza basarsi su alcuna prova o argomento razionale. Una tale prospettiva la si ritrova spesso nel pensiero di Søren Kierkegaard (e in particolare alla sua opera Timore e tremore), e in altri pensatori religiosi facenti capo all'esistenzialismo. William Sloane Coffin ha affermato che «”fede” non è accettazione senza dimostrazione, ma fiducia senza riserve».
Raimon Panikkar ha proposto al riguardo la seguente distinzione: per “fede” si intende la capacità di aprirsi allulteriorità, a qualcosa di più, di oltre; si tratta di una capacità che non ci viene data né dai sensi né dall'intelletto (Panikkar si richiama alla filosofia cristiana, che distingueva tra credere in Deum – apertura al mistero – credere Deo – fiducia in ciò che può essere stato affermato da un essere supremo – e credere Deum – credere nella sua esistenza). La fede (in Deum) non ha oggetto; è il pensiero che ha un oggetto; se la fede avesse un oggetto sarebbe ideologia, un frutto del pensiero, mentre la divinità affiora oltre il pensiero. La “credenza” è invece la formulazione, l'articolazione dottrinale, compiuta ordinariamente da una comunità, che si è progressivamente cristallizzata in proposizioni, frasi, affermazioni e, in termini cristiani, dogmi. Credenza è l'espressione simbolica, più o meno coerente, della fede che spesso viene formulata in termini concettuali.
Cristianesimo Secondo il Nuovo Testamento Il significato principale della parola "fede" (traduzione dal grecoπίστις, pìstis, che a sua volta rende il verbo ebraico he'emìn),Citato per la fede in senso forte: Gen 15,6; Es 14,31; Is 7,9b. si riferisce a colui che ha fiducia, che confida, che si affida, la cui persuasione è salda. La parola greca può anche essere intesa nel senso di «fedeltà» (Tit ). In ebraico è indicata dal verbo Āman (da cui deriva anche la parola "Amen), significa "poggiare su", "appoggiarsi a", e dunque una fede che è ferma, salda e non vacilla.
Romani 10:17 spiega che la fede nasce dall'ascolto della parola di Dio (fides ex auditu).
La Lettera agli Ebrei afferma che Lo stesso brano nella traduzione dal testo siriaco è:
Dante traduce fedelmente il passo citato nel Paradiso della Divina Commedia, dal testo della vulgata:
La Lettera agli Ebrei continua illustrando il significato e il ruolo pratico della fede:
Riassumendo il concetto neotestamentario di fede, si può dire che esso è basato sull'autorivelazione di Dio, soprattutto per quanto riguarda la fiducia nelle promesse e il timore dei castighi contenuti nella Bibbia.
Gli autori del Nuovo Testamento inoltre associano la fede in Dio a quella in Gesù Cristo. Il Vangelo di Giovanni è particolarmente chiaro al riguardo, dove Gesù dice che Alla richiesta
Secondo il Nuovo Testamento, infine, la fede rientra fra i doni dello Spirito Santo cosiddetti «carismatici».Ef 4 1-7.
Cattolicesimo Il cattolicesimo fa propria la definizione di fede di Tommaso d'Aquino, secondo cui «la Fede è l'atto dell'intelletto che dà il proprio assenso alle verità divine per comando della volontà, messo in moto da Dio per mezzo della Grazia».«Fides est actus intellectum assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per Gratiam» (). Come l'ordine della grazia non distrugge o mortifica la natura umana, ma la eleva e perfeziona, così è necessario che sussista una cooperazione e un non mutuo opporsi fra grazia della fede e natura razionale dell'uomo: la teologia viene intesa come scienza rigorosa che utilizza la filosofia per illustrare e difendere le verità della fede, senza esaurirle.ST I, q. 1, a. 8: "Cum enim gratia non tollat naturam, sede perficiat, oportet ratio humana subveniat fidei" (Dal momento che la grazia non sminuisce la natura umana, bensì la perfeziona, occorre che la ragione umana si ponga al servizio della fede)
Sant'Agostino è il primo a distinguere fra fides qua creditur (ablativo, la fede in virtù e con la quale si crede) dalla fides quae creditur (nominativo femminile singolare, la fede che si crede): mentre la fides qua equivale a credere a Dio come persona, la fides quae è credere che Dio esiste e alle sue verità.Citazione: aliud sunt ea quae creduntur, aliud fides qua creduntur (De Trinitate 13, 2, 5): "una cosa sono le cose che si credono, un'altra la fede con la quale sono credute". Come citato in
Così scrive sant'Agostino nelle Confessioni:
«Tu mi facesti considerare l'incalcolabile numero dei fatti a cui credevo senza vederli, senza assistere al loro svolgimento, quale la moltitudine degli eventi storici, delle notizie di luoghi e città mai visitate di persona, delle cose per cui necessariamente, se vogliamo agire comunque nella vita, diamo credito agli amici, ai medici, a persone di ogni genere; e infine come ero saldamente certo dell'identità dei miei genitori, benché nulla potessi saperne senza prestare fede a ciò che udivo». Il Concilio Vaticano I cita questa definizione nella Costituzione Dogmatica Dei Filius, la quale mette in luce i tre principali elementi che caratterizzano l'atto di fede: l'intelletto che riconosce le verità rivelate come credibili, la volontà che aderisce alle realtà credute, ed infine la Grazia divina che mette in movimento le due facoltà precedenti in modo tale che tutto l'uomo aderisca a Dio stesso.
La fede è una delle tre virtù teologali che precede e fonda la speranza e la carità. Essa è l'adesione alla verità Divina cui segue l'affidamento a Dio e la carità operosa: è fede che spera e che ama.