Il De Amore libri tres è un trattato in lingua latina in tre libri scritto da Andrea Cappellano che codifica i principi, le pratiche e le dinamiche sociali dell’amore cortese, culminando però con un ripudio e condanna dell’amore nella sezione finale. Si tratta di un'opera capitale - secondo un’impostazione tradizionale fondata nel 1941 da John Jay ParryParry, Jh. J. (a cura di), Andreas Capellanus, The Art of Courtly Love, New York, Ungar (Records of Civilization. Sources and Studies, 33), 1941.; Dronke, P., “Andreas Capellanus”, in The Journal of Medieval Latin, 4 (1994), p. 52. e oggi fortemente discussa - per la sistematizzazione teorica degli ideali dell’amore cortese così come elaborati e praticati nelle corti comitali della Francia medievale nel corso del XII secolo, sviluppando le poco precedenti riflessioni della lirica trovadorica in congiunzione con la tradizione cristiana e classica pagana (in particolare, lArs Amatoria di Ovidio). Tale opera esercitò un’enorme influenza culturale e influsso modellizzante, diretti o indiretti, su tutta la successiva lirica amorosa europea medievale, come testimoniato dalla presenza di una notevole tradizione manoscritta in più lingue.
Il trattato è dedicato e indirizzato al giovane amico Gualterus, nuovo adepto dell’amore le cui domande l’autore si propone di soddisfare presentando una disamina completa del fenomeno amoroso. Il Libro I tenta di dare una definizione dell’amore, di descriverne gli effetti, di individuare quali persone possano amare sulla base di criteri fisiologici e sociologici; attraverso la lunga sezione di dialoghi distinti per i tipi sociali coinvolti, in cui trovano spazio molteplici questioni (in primis, dimostrare come la sola nobiltà d’animo renda meritevoli dell’amore e la superiorità dell’amore libero sul matrimonio) si propone poi di fornire la strategie di seduzione adeguate a ciascun gruppo sociale in base al rango dell’amante che si desidera. Il Libro II si occupa delle strategie utili al mantenimento dell’amore, e parallelamente di quali siano i segni di un amore che decresce o che è prossimo alla fine; nella forma dei 21 iudicia emessi dalle Corti di Amore, presiedute da nobildonne, si dà risposta ai dubbi che possono sorgere in una specifica circostanza ipotetica; il libro culmina presentando le 31 regulae amoris di valenza universale. Il Libro III -aggiunto, come affermato dall’autore, di sua sola iniziativa - si pone, almeno apparentemente, in opposizione con i primi due, dal momento che porta avanti una inaspettata palinodia con la riprovazione delleros, che è condotta sui piani della incompatibilità con la virtù cristiana, la nocività dell’amore sul benessere fisiologico dell’individuo e la tenuta sociale, e la intrinseca malvagità della natura muliebre.
Questa evidente dicotomia strutturale – schema retorico tradizionale della disputatio in utram partem, ovvero a favore e poi contro una stessa tesi -, insieme ad alcune contraddizioni e incoerenze contenute nei primi due libri, ha alimentato un lungo dibattito critico in merito alle reali intenzioni dell’autore e il significato dell’opera: se fosse, come effettivamente fu letto per secoli, un manuale della fin amors; se fosse una compilazione eterogenea di materiali erotici preesistenti, senza quindi pretesa di coerenza interna; se, invece, l’opera fosse un esercizio satirico di ambito clericale di critica della depravazione dell’amore laico delle corti, di cui il Libro III rappresenterebbe la condanna esplicita; se, infine, sempre in una prospettiva satirica, il trattato fosse un esercizio di decostruzione sia delle posizioni erotofile tipiche delle corti così come di quelle erotofobe tipiche degli ambienti clericali.
Nonostante la sua ambiguità interpretativa, nella sua concreta esistenza storico-culturale il De Amore fu interpretato e letto per secoli quale massima autorità relativa al fenomeno amoroso, e ha contribuito sensibilmente a definire una sensibilità culturale in merito alleros per tutti gli uomini di cultura, soprattutto i poeti d’amore di buona parte della lirica europea occidentale
Titolo Non è possibile stabilire con certezza quale fosse il titolo voluto dall’autore, dal momento che la tradizione manoscritta presenta una notevole varietàKnapp, F. P. (a cura di), De amore: libri tres, pp. 299-301.: i più frequenti sono “Liber/Tractatus amoris/de amore”; “Gualterus de amore”; De arte amatoria/amandi”. Certamente non può considerarsi autoriale il titolo che comprende il nome di Gualterus: presumibilmente sul modello della celebre commedia da lettura del XII secolo Pamphilus de amore - il cui titolo era formato dal nome del protagonista e da un sintagma indicante il contenuto -, questo nome, che figurava nel titolo come destinatario, deve essere stato frainteso sia come titolo complessivo che come nome dell’autore.
Coordinate di tempo e di spazio
Datazione Dal momento che i manoscritti disponibili risalgono tutti a non prima del XIV secolo, l’unica via per tentare di stabilire una cronologia dell’opera si deve necessariamente basare su dati interni. Una prima pista per tentare di delineare quantomeno una periodizzazione generale è data dalle persone citate nell’opera; sono infatti citate:
Marie de Champagne (1145–1198), - figlia del re di Francia Luigi VII e sorellastra di Filippo Augusto - che nel 1164 aveva sposato Enrico I, conte di Champagne († 1181). Nei 21 “giudizi d’amore” contenuti nell’opera, insieme alla contessa sono citate 4 dame coeve (cui i responsi sull’amore sono attribuiti): Eleonora (Alinoria), regina d’Inghilterra (1152–1204; in precedenza regina di Francia 1137–1152), figlia del duca d’Aquitania e madre di Maria di Champagne. Elisabetta/Isabella di Vermandois († 1182), contessa delle Fiandre (nel De amore indicata solo come tale), nipote di Eleonora e quindi cugina di Maria. Ermengarda (Mengarda, 1143–1192), viscontessa di Narbona, l’unica a non appartenere a questo gruppo familiare.
In particolare, la lettera fittizia attribuita a Maria di Champagne contenuta nel dialogo F è datata al 1° maggio 1174, sicuro termine postquem.
Vi è poi una ulteriore allusione a un evento politico contemporaneo che difficilmente un lettore di epoche successive avrebbe potuto cogliere; nel dialogo E, l’interlocutrice rifiuta il servizio alla corte di Amore con queste parole:
Fin da Trojel, che si occupò della prima e unica edizione critica del trattato, questo passo venne interpretato come un riferimento al matrimonio fra il re ungherese Bela III (1173–1196) e Margherita Capeto († 1197), sorella del re Filippo II Augusto e sorellastra di Maria di Champagne. Questo insieme di dati farebbe propendere per una datazione che pone un termine postquem per la composizione dell’opera negli ultimi tre decenni del XII secolo, con una probabilità crescente sul finire dell’ultimo decennio. È invece possibile identificare un sicuro termine antequem: la prima citazione del De Amore da parte di un altro autore - Albertano da Brescia nel suo De amore et dilectione Dei et proximi et aliarum rerum et de forma vitae - risale al 1238, e dimostra che l’opera doveva essere compiuta e diffusa prima di quella data. Nel complesso, dunque, è possibile definire un sicuro ventaglio cronologico che pone la composizione fra il 1174 e il 1238, sebbene sia più probabile che il trattato sia stato composto entro la fine del secolo. Altri studiosi, fra cui Gaston ParisTrojel, E., (a cura di), Andreae Capellani Regii Francorum De Amore libri tres, p. VI. prima e Peter Dronke più recentemente, sostengono invece una datazione fra il secondo e terzo decennio del XIII secolo.
Luogo di composizione La questione di dove il De Amore sia stato composto è strettamente legata a quella della biografia del suo autore, del quale si hanno poche informazioni di assai difficile interpretazione.
In linea di massima, la critica è concorde nell’identificare la corte reale di Parigi e quella comitale di Troyes come i due centri di gravitazione dell’autore e quindi dell’opera. In merito al rapporto fra queste due realtà, tuttavia, rimane una certa discordia: alcuni studiosi come KarneinRuffini, G. (a cura di), De Amore, Milano, Guanda, 1980, pp. XII-XVI. e - per motivi diversi - Dronke sono convinti di una composizione pienamente parigina del trattato (così come l’origine del suo autore); altri, fra cui in particolare Rajna, TrojelTrojel, E., (a cura di), Andreae Capellani Regii Francorum De Amore libri tres, pp. I-LVI. e Ruffini, credono invece che i forti legami che l’opera presenta con la letteratura e l’ambiente culturale di Troyes suggeriscano una composizione nello Champagne; o quantomeno una composizione in due tempi, iniziata a Troyes e poi terminata a Parigi (se si accetta che l’incerta figura di Andrea Cappellano si sia effettivamente spostato alla corte del re).
Fonti e genesi dell’opera Il precedente letterario più illustre - e diretto modello strutturale del trattato - è lArs Amatoria di Ovidio, per i primi due libri (I: l’acquisizione dell’amore; II: la conservazione dell’amore), e i Remedia Amoris per il terzo (III: la riprovazione dell'amore). Cappellano è sicuramente debitore a Ovidio per l’analisi attenta del fenomeno erotico, e non sorprendono le numerose citazioni - non solo allArs, ma anche alle Heroides - piene di ammirazione a quello che, fino almeno al De Amore stesso, rappresentava la massima autorità sull’amore della tradizione letteraria occidentale - soprattutto nel XII secolo, un’epoca in cui la diffusione e l’interesse per Ovidio fu tale che Traube la definì l’” aetas ovidiana”Ruffini, G. op. cit., pp. XII-XVI., pp. XVII.. D’altra parte, Andrea non si può definire un semplice imitatore del poeta latino, se non altro perché l’impostazione argomentativa e i precetti d’amore discussi rivelano una notevole autonomia e originalità.
Per il resto, almeno per quanto riguarda la classicità, Andrea manifesta un bagaglio culturale comune agli uomini di lettere del suo secolo: si ritrovano citazioni di Orazio, Seneca, Cicerone (al suo De amicitia in particolare), Virgilio, Donato, Claudiano e Isidoro di Siviglia. Mentre si può dare per certa una conoscenza diretta delle opere di Ovidio, vista l’enorme diffusione che ebbero nel XII secolo, per gli altri autori classici è improbabile che Andrea avesse una conoscenza diretta: è più probabile che abbia attinto ai numerosi florilegi disponibili, secondo una prassi scolastica tipicamente medievale. L’autore presenta altresì una piena padronanza dell’arte retorica, parte integrante dell’insegnamento scolastico, e forte è la presenza in particolare della Rethorica ad Herennium, all’epoca reputata massimo modello in virtù della sua (errata) attribuzione a Cicerone; è soprattutto nei dialoghi che Andrea si dimostra un maestro dellArs disputandi, ovvero la tecnica del dibattito.
Lauctoritas più spesso citata accanto ad Ovidio sono i testi biblici, di cui l’autore mostra una notevole conoscenza, rappresentando il testo centrale per la formazione culturale di qualunque uomo medievale.