Infanzia e adolescenza Il padre, Francesco Torelli, apparteneva ad una famiglia di origini lucane di giuristi liberal-riformisti fedeli al Regno delle Due Sicilie. Avvocato, era impiegato nell'amministrazione borbonica. La madre era la francese Joséphine Viollier, seconda moglie di Francesco, trasferitasi a Napoli con Luisa, la figlia nata da un precedente matrimonio. Nel 1850 Francesco morì d'infarto quando Eugenio non aveva ancora otto anni. Nel maggio 1856 morì anche la madre. Luisa si fece carico dell'educazione di Eugenio e dei suoi due fratelli minori, Carlo e Giovanni Battista..
Il 25 giugno 1860 il re Francesco II di Borbone richiamò in vigore la Costituzione già concessa da Ferdinando II nel 1848. Vennero ripristinati il parlamento e i ministeri. A far parte delle nuove istituzioni furono chiamate le stesse persone che avevano dato vita all'effimera esperienza del 1848, oppure loro parenti stretti. Il padre di Eugenio, Francesco, era morto, quindi gli subentrò di diritto il figlio. Appena diciottenne, Eugenio fu nominato «alunno» (ossia impiegato a titolo gratuito) per le benemerenze del defunto padre. Intanto maturava in lui un altro proposito: nell'agosto dello stesso anno decise di unirsi alle truppe degli insorti che combattevano contro i Borboni per l'unità d'Italia. Si arruolò nei «Cacciatori Irpini», una formazione creata dal patriota Giuseppe de Marco. A causa della giovane età (18 anni) e della non dimestichezza con l'uso delle armi, non gli fu consentito di prendere parte ai combattimenti..
Dopo la presa di Napoli da parte di Giuseppe Garibaldi (7 settembre), il comando delle operazioni fu assunto dall'esercito sabaudo. Le formazioni che avevano combattuto al fianco di Garibaldi vennero considerate "irregolari" e furono invitate a sciogliersi. Torelli tornò a casa. Ai primi di gennaio 1861Secondo alcune fonti, il 3 gennaio. si recò a Palazzo San Giacomo, all'epoca sede del ministero dell'Interno, per avere ragguagli sul suo stato civile. Scoprì che l'apparato burocratico dell'ex Regno non era stato smantellato e che aveva diritto a un ruolo nell'organico della burocrazia napoletana. Inoltre era stato promosso ad un grado superiore per il quale era previsto uno stipendio (mentre la mansione a cui era stato assegnato in precedenza non aveva retribuzione), in uno degli ultimi atti firmati da re Francesco II prima di rifugiarsi nella fortezza di Gaeta. Accettò quindi di entrare al ministero nella nuova amministrazione sabauda..
«L'Indipendente» e la parentesi parigina Tra i nuovi giornali apparsi in città con il nuovo regime spiccava L'Indipendente, sia perché era diretto dal famoso scrittore francese Alexandre Dumas padre, sia perché il quotidiano era molto vicino a Garibaldi, cui dedicava molti articoli. Torelli, appassionato di letteratura ed estimatore del generale nizzardo, lo lesse fin dai primi numeri. Sul giornale apparve un avviso in prima pagina in cui si rendevano edotti i lettori di una particolarità: L'Indipendente veniva scritto in francese e solamente in un secondo momento veniva tradotto in italiano per essere mandato in stampa. Il direttore Dumas si scusava col pubblico per gli eventuali errori ortografici. Torelli, che era bilingue in quanto la madre Josephine aveva sempre parlato in francese coi figli, ritenne che l'impiego nella redazione del quotidiano avrebbe potuto avviarlo alla carriera di giornalista, che teneva in grande considerazione, molto più di quella d'impiegato.
L'esito del colloquio con Dumas fu favorevole: Torelli entrò nell'organico come traduttore. La sorella maggiore Luisa si oppose fermamente al suo proposito di licenziarsi dal lavoro al ministero. Torelli quindi mantenne l'impiego pubblico. Le sue giornate divennero lunghissime: iniziavano la mattina al ministero e terminavano a tarda notte al giornale. Torelli si concedeva una breve pausa solo un'ora prima di cena..
In breve tempo Dumas si rese conto che poteva fidarsi del giovane collaboratore. Iniziò a coinvolgerlo anche nella cura delle sue opere letterarie e dei suoi saggi. Molto della monumentale opera sulla Storia dei Borboni fu dettato da Dumas in francese direttamente a Torelli, che si occupò poi della traduzione in italiano. All'inizio Torelli si era autodefinito «assistente» del direttore. Dopo un anno il rapporto era notevolmente cambiato: i controlli di Dumas sulle bozze di stampa si fecero sempre più sporadici e il direttore affidò a Torelli mansioni sempre più numerose: il giovane si recava alla posta, trattava con la tipografia e teneva la contabilità..
Nel 1864 Dumas decise di ritornare in Francia; Torelli non si lasciò scappare l'occasione e lo seguì a Parigi. In poco tempo si affrancò dalla tutela dello scrittore; in autonomia, iniziò a collaborare a riviste parigine (come Le Nain jaune, La Vie Parisienne e La Vogue Parisienne) scrivendo articoli di moda e costume. Nella capitale trovò giornali che mantenevano la propria indipendenza autofinanziandosi con la pubblicità; il telegrafo era ampiamente utilizzato, a differenza che in Italia. Ottenuto il passaporto francese, unì il cognome della madre a quello del padre. Il poeta Luigi Gualdo (1844-1898) lo presentò all'editore milanese Edoardo Sonzogno, che frequentava spesso la capitale parigina per lavoro (1864).. Da Parigi Torelli collaborò alla rivista «L'Illustrazione Universale». Sul finire del 1865 Sonzogno gli chiese di venire a Milano per dirigere i due periodici illustrati della casa editrice.
I primi anni a Milano Dal gennaio 1866 Torelli Viollier fu redattore capoLa carica di direttore spettava formalmente all'editore. di L'illustrazione universale e L'Emporio pittoresco. Entrambe le testate ebbero scarsa fortuna: nel 1867 scomparve L'Illustrazione e l'anno successivo chiuse L'Emporio. Torelli Viollier, all'età di 24 anni, tornò alla stampa quotidiana, come cronista per il quotidiano Il Secolo, fondato da Sonzogno nel 1866. Si occupò di cronaca nera e bianca. Si appassionò al teatro (curò la rivista teatrale, cioè tenne la rubrica delle recensioni) e pensò che quella di critico teatrale avrebbe potuto diventare la sua nuova professione.. Collaborò anche con Il Gazzettino rosa di Bizzoni e Felice Cavallotti, in quel momento politicamente moderato, ma se ne distaccò quando il giornale assunse toni decisamente radicali e antimonarchici. Quando anche Il Secolo si spostò verso l'area mazziniana, il rapporto con Sonzogno si incrinòIl mutato orientamento di Sonzogno e dei suoi periodici fu la conseguenza dei fatti della Comune di Parigi, dello scandalo della Regìa cointeressata dei tabacchi e del "processo Lobbia".. Torelli Viollier restò al Secolo stando, però, ben attento a non farsi coinvolgere politicamente.
La "separazione in casa" durò fino al 1872: quell'anno Torelli Viollier passò ai concorrenti Fratelli Treves; si trattò, comunque, come già avvenuto con Dumas, di un distacco concordato, che non pregiudicò le amichevoli relazioni personali con l'editore. Uscito dal Secolo, Torelli venne chiamato a difendersi da calunnie infondate mosse contro di lui da Felice Cavallotti, ex collega ai tempi del Gazzettino rosa. Lo scontro fra i due, con tanto di risvolti giudiziari (due cause penali), si trascinò fino agli anni ottanta. Cavallotti lo sfidò anche a duello (per poi mandare uno spadaccino in sua vece)..
Torelli Viollier fu redattore capo del quotidiano di Casa Treves, il Corriere di Milano, fondato nel 1869. Al Corriere Torelli Viollier iniziò, finalmente, ad occuparsi di politica. L'editore, e direttore Emilio Treves, manteneva infatti il quotidiano su posizioni vicine al moderatismo e al costituzionalismo, più consone alle idee del giornalista italo-francese. Oltre a scrivere per il Corriere di Milano, Torelli Viollier fu anche redattore dell'Illustrazione Italiana (da non confondere con il quasi omonimo periodico di Sonzogno), impegno che ne migliorò considerevolmente la posizione economica. Grazie alla raggiunta stabilità finanziaria, fece salire a Milano la sorellastra Luisa e uno dei fratelli, il più giovane, Titta Torelli.
Nel 1874 i fratelli Treves, però, decisero di monetizzare i guadagni già ottenuti dal Corriere nei suoi pochi anni di vita e lo vendettero ad un quotidiano concorrente, il Pungolo, senza prima consultarsi con Torelli Viollier. Dalla fine del 1874 all'autunno del 1875 Torelli Viollier rimase disoccupato e trascorse un periodo di ristrettezze economiche. Nell'autunno del 1875 avvenne un cambio di gestione a La Lombardia – già giornale unionista sin dal 1859 – su cui si pubblicavano gli atti ufficiali della Provincia, quindi una testata che godeva di una posizione di rendita..
La direzione de «La Lombardia» L'editore, il giovane avvocato lodigiano Riccardo Pavesi, cercava un direttore giovane, dinamico e soprattutto non compromesso: praticamente l'identikit di Torelli Viollier. Tramite conoscenze comuni, Eugenio si inserì nelle trattative che si svolgevano nello storico Caffè Gnocchi e alle quali parteciparono, fra gli altri: Vincenzo Labanca, amico di Torelli Viollier, giornalista, lo zio di questi Baldassarre, filosofo, e Tommaso Randelli, vecchio amico sia di Vincenzo Labanca sia di Torelli Viollier. Le trattative si conclusero felicemente per Torelli Viollier, che ottenne la direzione della testata.
Dal timone della Lombardia ha la possibilità di crescere professionalmente, di farsi conoscere e di entrare in contatto con ambienti politici a lui affini e con persone che hanno capitali per realizzare ambiziosi progetti. La dichiarazione d'intenti di Torelli Viollier si può considerare un'anticipazione di quello che sarà il Corriere della Sera:
L'esperienza alla direzione della Lombardia, iniziata nel 1875, dura pochi mesi poiché Torelli Viollier ha già in mente la fondazione di un nuovo quotidiano e vuole perseguire con tenacia questo obiettivo. Affascinato dal modello anglosassone, pensa ad un quotidiano totalmente indipendente, anche dalla Destra e dall'Associazione costituzionale, cui si sente affine.
Fino al 1875 la fondazione di una nuova testata era impedita da due ostacoli oggettivi: la mancanza di un finanziatore che non chiedesse contropartite politiche o personali; la mancanza di spazio, visto che Milano aveva già ben otto quotidiani. I cinque principali erano: il già citato Pungolo, organo dei monarchici; La Perseveranza, il giornale più letto a Destra; Il Secolo, il giornale più letto a Sinistra; il Gazzettino Rosa, foglio dei garibaldini, e La Plebe, preferito dagli anarchici e dai socialisti. La tiratura complessiva dei quotidiani milanesi toccava le copie. Per una città che contava 300.000 abitanti era una media elevata.
La genesi del «Corriere della Sera» L'idea del nuovo giornale Alla fine del 1875 questi due ostacoli iniziano a vacillare: prima di tutto è nell'aria la sconfitta elettorale della Destra e il conseguente ricambio di potere. Per quanto riguarda il secondo dato di fatto, l'esperienza alla guida della «Lombardia» lo ha avvicinato, come già accennato, ad una serie di personalità con disponibilità di capitali che potrebbero costituire una solida base finanziaria per il nuovo giornale.
Per quanto riguarda l'accennata sensazione di imminente sconfitta elettorale della Destra, è utile fare una breve panoramica politica. Nel 1874 le elezioni politiche avevano spaccato in due il paese, il Centro-Nord alla Destra e il Meridione alla Sinistra. Non che nel Settentrione la Sinistra fosse debole: tutt'altro. Ma era eterogenea e questo ne inficiava la capacità di proporsi come forza di governo. Alla Destra si rimproverava la politica finanziaria inadeguata alle esigenze del neonato stato unitario, la sostanziale non risoluzione della questione meridionale dopo la guerra al brigantaggio, in generale posizioni eccessivamente conservatrici e la sistematica costituzione di una classe dirigente formata da una élite di intoccabili che impediva il ricambio e il ringiovanimento della classe dirigente medesima.