La famiglia Alidosi fu un casato signorile dell'Italia centro-settentrionale, attestato dal XII secolo nell’area della valle del Santerno, tra Imola e Castel del Rio. La tradizione storica la vuole investita nel 1209 dall'imperatore Ottone IV di Brunswick della Massa di Sant'Ambrogio con formula di piena giurisdizione (Mero et mixto imperio), la famiglia esercitò prerogative feudali di origine imperiale.

Il cognome Alidosi (Alidosio) è attestato in Emilia fin dall'Alto Medioevo. Le ipotesi sulle origini della famiglia divergono: una tradizione la collega agli Onesti, antichi duchi di Ravenna; un’altra la considera una diramazione dei conti di Cunio, confluiti poi nella famiglia Da Barbiano e in età successiva stabilitisi a Milano con il titolo di conti di Belgioioso. Si tratta, in entrambi i casi, di ricostruzioni genealogiche non suffragate da una documentazione continua e verificabile. A partire dal X secolo gli Alidosi compaiono con frequenza negli annali imolesi come membri eminenti della comunità politica locale. La reiterata presenza nelle fonti suggerisce un gruppo familiare numeroso e articolato, dotato di una solida base patrimoniale e di una capacità di proiezione territoriale significativa. La carenza di atti anteriori e di registri sistematici impedisce, però, di ricostruire una genealogia completa e coerente dell’intero casato..

Le informazioni più consistenti riguardano due linee principali. La prima è quella dei Vicari pontifici di Imola, dignità mantenuta dal 1355 fino al 1424; la seconda quella dei Signori di Castel del Rio. È estremamente probabile che entrambe derivassero dal medesimo ceppo familiare, ma non è documentato il nesso preciso che le unisce. L’assenza dell'"anello" genealogico costituisce un limite strutturale alla ricostruzione storica.

La tradizione storiografica presenta inoltre elementi di confusione attributiva. Alcuni eventi ascritti agli Alidosi risultano, a un’analisi comparata delle fonti, riferibili piuttosto ai Manfredi di Faenza o agli Ubaldini di Susinana. Questo fenomeno riflette la sovrapposizione di poteri signorili in area romagnola e la frequente mobilità politico-militare delle élite tra XIII e XIV secolo. Nel XIII secolo membri della famiglia sono attestati a Ravenna; in seguito alle trasformazioni politiche regionali si trasferirono a Forlì e successivamente a Siena, dove furono ammessi al Monte del Popolo., segno di un’integrazione nelle strutture civiche locali. In età successiva il nome Alidosi scompare progressivamente dalle fonti italiane, indice dell’estinzione del casato o della sua confluenza in altre linee familiari.

Dal casato provennero anche diversi vescovi e il cardinale Francesco Alidosi.

Storia

Origini Le origini della famiglia risultano incerte e sono state più oscurate che chiarite dalle costruzioni genealogiche elaborate nel XVIII secolo, spesso improntate ad intenti celebrativi più che a rigore documentario. La più antica menzione finora nota della famiglia risale al 1152, quando in un documento compare un Alidux Guidoniis Lithusii. La forma latina del nome, che precede di alcuni anni l’attestazione relativa ad Alidosio de Malaparte, consente di retrodatare con maggiore precisione la presenza del casato nel territorio imolese.

Alidosio de Malaparte, attivo nella seconda metà del XII secolo, compare come testimone in un atto del 9 marzo 1159 con il quale il conte palatino Federico, in nome dell’imperatore Federico Barbarossa, pone sotto protezione imperiale la chiesa di San Cassiano e i beni del vescovo di Imola, in una fase in cui la sede episcopale era ancora situata presso il Castrum Sancti Cassiani. Tra i presenti figurano il conte Malvicino da Bagnacavallo, i podestà di Faenza e di Imola e numerosi esponenti dell’aristocrazia italiana e tedesca. La qualità dei partecipanti indica l’elevato profilo sociale di Alidosio, inserito in un contesto politico-istituzionale di rilievo sovralocale. In atti successivi gli Alidosi risultano inoltre qualificati come vassalli del vescovo di Imola.

Alcuni decenni più tardi è attestata, nel castello di San Cassiano presso Imola, una domus Aliducis. L’edificio doveva avere dimensioni e prestigio significativi, se il vescovo vi convocò il capitolo dei canonici della cattedrale per una delle refezioni annuali cui l’ordinario era tenuto per obbligo consuetudinario. Il dato conferma il radicamento territoriale e la crescente centralità della famiglia nell'area imolese.

Nel 1209 i fratelli Alidosio e Lito, detto Malgarito, figli di un altro Alidosio, ricevettero da Ottone IV l’investitura di una terra situata ai piedi dell’Appennino, in valle di Santerno, denominata Massa di Sant'Ambrogio. Si trattava di un possedimento già appartenuto al patrimonio matildino, in seguito passato ai canonici imolesi e quindi rivendicato dall’autorità imperiale. Il privilegio imperiale, che fece entrare la famiglia stabilmente nel ceto della nobiltà feudale, fu concesso con la formula cum omnìmoda iurisdictione ac mero et mixto imperio, vale a dire con attribuzione di giurisdizione piena e con esercizio congiunto del potere civile e penale sulle terre investite. L’origine imperiale del feudo trovò riflesso anche nell’araldica familiare: l’aquila imperiale compare infatti nello stemma del casato quale dichiarazione di fedeltà e di legittimazione politica. Questo elemento simbolico, pur non costituendo di per sé prova giuridica del titolo feudale, rappresenta un indicatore identitario coerente con la matrice imperiale della signoria di Massa di Sant'Ambrogio..

Da questo momento il casato assunse la denominazione "de Massa", alla quale nel corso del XIII secolo si affiancò il nome dell’antenato, ormai consolidato come cognome. La Massa Sancti Ambrosii venne progressivamente identificata come Massa Alidosiorum e, in età successiva, come Castel del Rio, segnando il passaggio da un toponimo funzionale a una denominazione signorile stabilmente connessa al dominio familiare.

XIII secolo Nel corso del XIII secolo gli Alidosi consolidarono e ampliarono la propria giurisdizione feudale nell’area di Massa e lungo l’asse del Santerno. Acquisirono il controllo di Castiglioncello e Visignano, in territorio fiorentino, nonché del castello di Linaro, situato sulla sinistra del Santerno, in posizione paesaggisticamente favorevole ma soprattutto strategica per il controllo militare di Imola. L'espansione territoriale si accompagnò a una crescita demografica e politica del casato, che estese la propria presenza anche a Bologna e a San Giovanni in Persiceto. L'accesso degli Alidosi alle prime cariche pubbliche nel comune di Imola è attestato dopo la cacciata della famiglia rivale dei Nordigli nel 1286. In documenti successivi membri del casato compaiono tra i titolari di uffici cittadini.

Il ramo principale stabilì tuttavia la propria residenza a Imola, dove la famiglia fu coinvolta in conflitti ricorrenti con altri gruppi aristocratici del centro urbano e del contado. In tale contesto risultò determinante l’appoggio di Maghinardo Pagani da Susinana, definito da Dante Alighieri «il lioncel dal nido bianco». Grazie a queste alleanze, gli Alidosi riuscirono progressivamente a imporsi, tanto che nel 1302 Imola risultava di fatto, se non ancora formalmente, sottoposta alla loro egemonia.

XIV secolo Alcuni decenni più tardi Lippo Alidosi consolidò la posizione assumendo una signoria pienamente strutturata. Nominato nel 1334 capitano della città per un quinquennio, in concomitanza con la redazione dei nuovi statuti comunali, mantenne l’ufficio anche oltre la scadenza prevista. La situazione di fatto fu infine riconosciuta da papa Benedetto XII, che, pur con riserve, gli conferì nel 1341 la vicaria pontificia su Imola, legittimando così l’assetto signorile.

Alla sua morte gli succedette il figlio Roberto Alidosi, il quale collaborò attivamente con Gil Álvarez Carrillo de Albornoz nelle campagne romagnole volte a ristabilire l’autorità pontificia. In particolare, Roberto sostenne le operazioni contro le forze legate ai Visconti, agli Ordelaffi e ai Manfredi, contribuendo alla ridefinizione degli equilibri politici nell’area.

Dal matrimonio tra Roberto Alidosi e Melchina dei Malatesta nacquero Lito, Azzo, Bertrando, Alidosio, Lippo e Malatesta, oltre a due figlie, Teresa e Violante. Lito intraprese la carriera ecclesiastica e divenne vescovo di Imola, consolidando così la presenza del casato anche nelle strutture di governo spirituale della città.

Alla morte di Roberto, il 29 novembre 1362, Azzo e Bertrando entrarono in conflitto per la successione nella signoria. L’intervento del legato pontificio portò al loro arresto e al trasferimento a Bologna. Raggiunta una riconciliazione e rientrati a Imola, dovettero tuttavia fronteggiare una rivolta popolare, sintomo di un equilibrio politico ancora instabile. Nel 1365 il Consiglio degli Anziani di Imola, riunito nella cattedrale di San Cassiano, deliberò a larga maggioranza l’invio ad Avignone di cinque cittadini con l’incarico di presentare a papa Urbano V le lamentele della comunità contro Azzo e Bertrando Alidosi, qualificati nel testo della deliberazione come lupi rapaces et praedones. Tra i componenti dell’ambasceria figurava Benvenuto da Imola, docente e futuro commentatore della Commedia di Dante. L’iniziativa non ebbe esito favorevole per i promotori, Azzo intervenne personalmente per sostenere le proprie ragioni e quelle del fratello, ottenendo dal pontefice la conferma congiunta nel vicariato.

Alla morte di Azzo nel 1372, Bertrando rimase unico titolare della signoria e fu confermato vicario pontificio da papa Gregorio XI il 26 agosto 1373. La sua azione politica si caratterizzò per capacità amministrativa e per un'attenzione sia agli interessi pubblici sia a quelli patrimoniali della famiglia. Attraverso accordi e alleanze, in particolare con la Repubblica di Firenze, riuscì a consolidare e ampliare la propria autorità territoriale. Nel 1384 papa Urbano VI gli riconobbe la facoltà di trasmettere la signoria ai figli, trasformando di fatto il vicariato in una signoria ereditaria.

XV secolo Tra la sua discendenza, Giovanna Alidosi sposò a Gubbio, il 13 febbraio 1416, Bartolomeo Brancaleoni, signore di Castel Durante. Dalla loro unione nacquero Piera e Gentile. Quest’ultima contrasse matrimonio con Federico da Montefeltro, duca di Urbino, inserendo la linea alidosiana in un circuito dinastico di rilievo nell’Italia centro-settentrionale del Quattrocento.

Alla morte di Bertrando, la signoria passò ai figli Ludovico e Lippo, ancora minorenne. Scomparso Lippo nel 1396, Ludovico rimase unico titolare del potere, che esercitò per oltre ventun anni, tra fasi di instabilità e significativi ampliamenti territoriali. Consolidò la propria posizione attraverso alleanze matrimoniali con i Pio e con gli Ordelaffi, mantenendo al contempo il tradizionale orientamento filofiorentino della famiglia..

Ludovico si distinse anche per un marcato interesse umanistico. Intrattenne rapporti epistolari e poetici con figure di primo piano della cultura del tempo, tra cui Coluccio Salutati, Pietro Paolo Vergerio, Franco Sacchetti e Simone Serdini. Tale rete di relazioni colloca la corte imolese entro il circuito dell'umanesimo civico tardo-trecentesco e primo-quattrocentesco.

Il suo dominio fu tuttavia travolto dall’espansione militare di Filippo Maria Visconti, le cui truppe operavano in Romagna sotto il comando di Angelo della Pergola e di Secco da Montagnana. Tra il 1° e il 2 febbraio 1424 Ludovico e il figlio Bertrando furono catturati. Il duca li fece detenere rispettivamente nel castello di Monza e in quello di Trezzo, dove rimasero fino al 1426.