Le terramare erano villaggi dell'età del bronzo media e recente (dal 1650-1150 a.C.) appartenenti a una civiltà sviluppatasi nelle aree di pianura dell'Emilia e nelle zone meridionali delle province di Cremona, Mantova e Verona.
Etimologia Il nome terramara deriva da terra marna, termine utilizzato dagli agronomi del XIX secolo per designare il terriccio fertilizzante che si ricavava dai depositi archeologici pluristratificati risalenti all’età del Bronzo., p. 82.
Questi depositi, prodottisi nell’età del bronzo durante la vita dei villaggi con il progressivo sovrapporsi dei resti delle abitazioni, formavano delle collinette, alte fino a 4/5 metri, che costituivano ancora nel XIX secolo un tratto caratteristico del paesaggio padano. Nel corso dell'Ottocento queste collinette furono per la maggior parte distrutte dall'attività di cava volta al recupero del terriccio, che veniva venduto come concime destinato prevalentemente allo spargimento sui prati stabili, dai quali si ricavava il foraggio. Il termine terramara ha quindi un’origine agronomica, ma successivamente esso restò in uso nella letteratura archeologica ad indicare, fino ad oggi, i villaggi dell'età del bronzo dell’area emiliana.
Primi scavi e storia degli studi
Lo sfruttamento a fini commerciali delle cave di terra marna, iniziato dalla fine del Settecento e proseguito durante tutto il corso dell’Ottocento, aveva portato alla luce ingenti quantità di reperti risalenti all’età del bronzo, che avevano destato soprattutto a partire dalla metà del XIX secolo un grande interesse negli studiosi di antichità. La tradizione archeologica dominante nella prima metà dell’Ottocento riconosceva nelle Terramare siti utilizzati per roghi funerari o riti sepolcrali dai Galli o dai Romani.; ; , p. 49. A partire dalla metà del XIX secolo, sull’onda degli studi effettuati sulle palafitte preistoriche dei laghi svizzeri da Ferdinand Keller, iniziarono le prime pionieristiche indagini sui villaggi costruiti su palafitte nei laghi dell’Italia settentrionale, dovute soprattutto al geologo e archeologo torinese Bartolomeo Gastaldi..
Fu però in Emilia, dove molte terramare erano in corso di sbancamento per fini agricoli, che gli studi sugli insediamenti preistorici trovarono maggiori possibilità di sviluppo. Nella provincia di Parma Pellegrino Strobel e Luigi Pigorini condussero importanti ricerche, tra le altre sulla Terramara di Castione Marchesi.Luigi Pigorini, dopo essere divenuto direttore del Museo Nazionale di Parma nel 1867, fondò nel 1876 il Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma (, p. 48; , p. 63). Sui siti del territorio di Reggio Emilia si concentrò l’attività di Gaetano Chierici, che nel 1862 raccolse i reperti nel Gabinetto di Antichità Patrie, poi denominato Museo di Storia Patria nel 1870.. A Modena Giovanni Canestrini, primo traduttore in Italia dellOrigine delle Specie di Charles Darwin, e in seguito Carlo Boni si occuparono delle terramare modenesi. Canestrini eseguì a partire dal 1863 ricerche sulle terramare finanziate dal Comune di Modena, grazie alle quali poté raccogliere una consistente quantità di reperti dell’età del bronzo che costituì il primo nucleo del Museo civico di Modena, p. 49., fondato nel 1871 da Carlo Boni, che si distinse anche negli scavi della Terramara di Montale.. Il 1871 fu un anno di svolta per gli studi sulla preistoria, perché il Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia preistoriche, tenuto in quell’anno a Bologna, sancì ufficialmente anche in Italia il riconoscimento di questa nuova disciplina e diede fondamento scientifico alla teoria tutt’oggi accettata delle terramare come resti di abitazioni risalenti all’età del bronzo., pp. 52-55. In quegli stessi anni fu definito il modello paradigmatico delle terramare: abitati di forma generalmente quadrangolare, perimetrati da un fossato e da un terrapieno o argine, con all’interno abitazioni costruite su piattaforme lignee, organizzate secondo un modulo planimetrico ortogonale. Gli studi sulle Terramare proseguirono intensamente fino alla fine dell’Ottocento, per poi subire una battuta di arresto nel corso della prima metà del Novecento.; , p. 49. Dalla fine degli anni Settanta del Novecento ad oggi gli studi sulle Terramare sono ripresi con nuovo vigore, portando un notevolissimo ampliamento delle nostre conoscenze.; .
Esordi e sviluppo delle Terramare
Lo sviluppo delle Terramare in pianura padana è un processo che si può far risalire tra la fine dell’antica età del bronzo e una fase evoluta del Bronzo medio 1 (circa 1700-1600 a.C.), periodo durante il quale compaiono i primi abitati definibili come terramare, cioè dotati di strutture perimetrali quali fossato e argine. In questo momento sembrano convergere verso la pianura padana centrale diverse componenti “culturali”, dall’area palafitticola settentrionale (cultura di Polada), dall’ambito peninsulare (facies di Grotta Nuova), dall’area occidentale (Piemonte meridionale, Pavese, Liguria), e forse anche dall’area danubiana. Il motivo principale che determinò questa progressiva colonizzazione della pianura, precedentemente scarsamente abitata e occupata da una estesa foresta planiziaria, fu un generalizzato aumento demografico e probabilmente un’oscillazione delle condizioni climatiche verso un clima più fresco ed umido (oscillazione climatica di Löbben)., pp. 10, 14.
Con il Bronzo medio 2 (circa 1550-1450 a.C.) l’occupazione del territorio si consolida; questo periodo è caratterizzato da un netto aumento del numero di insediamenti, di dimensioni solitamente comprese entro i due ettari, che coprono fittamente il territorio con un’organizzazione di tipo policentrico, senza apparenti gerarchie che permettano di individuare degli abitati egemoni rispetto ad altri., p. 16. La tecnica costruttiva sia delle strutture perimetrali dei villaggi che delle abitazioni al loro interno diventa omogenea in quasi tutti gli abitati. Questi ultimi, come già proposto dagli studiosi ottocenteschi, erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno sostenuto da palizzate o da grandi gabbioni di legno. Gli scavi archeologici del XIX secolo e quelli più recenti hanno dimostrato che internamente i villaggi avevano di solito un'organizzazione molto regolare, con case allineate secondo uno schema ortogonale determinato dall'incrocio delle strade. Le abitazioni erano frequentemente costruite su impalcati in legno che, a differenza delle palafitte, sorgevano su terreno asciutto.
A partire dal Bronzo medio 3 (circa 1450-1325 a.C.) si assiste ad una riorganizzazione del territorio e dei rapporti tra gli abitati, che riflette un nuovo assetto politico. Alcune terramare cominciano ad essere abbandonate e contestualmente altre si ingrandiscono considerevolmente. Questo fenomeno è evidente soprattutto nel momento più avanzato del Bronzo medio 3Tra metà XV sec. a.C. e fine XIV – inizio XIII sec. a.C. e nel Bronzo recente 1Tra fine XIV – inizio XIII sec. a.C. e fine XIII sec. a.C.. In queste due ultime fasi cronologiche si registra quindi una vera e propria ristrutturazione politico-territoriale tendente a una più razionale occupazione del territorio, in cui gli abitati più grandi e popolosi (fino ad oltre abitanti), possono raggiungere l’estensione di quasi 20 ettari con strutture perimetrali e infrastrutture territoriali (argine, fossato, estese reti di canali esterni per irrigare i campi coltivati, strade) di dimensioni notevoli e particolarmente complesse. Queste terramare maggiori controllano politicamente territori comprendenti altri insediamenti di dimensioni più piccole, probabilmente in posizione subalterna. Questa fase corrisponde all’apogeo dello sviluppo economico delle terramare, in cui le attività artigianali (lavorazione del corno di cervo, dei tessuti, del metallo) si accompagnano allo sviluppo dei traffici anche a lunga distanza., pp. 18-19; ; ; .
La fine delle Terramare Con il passaggio al Bronzo recente 2 (fine XIII – metà XII sec. a.C.) il mondo terramaricolo entra in crisi fino a giungere, negli anni attorno al 1150 a.C., a un vero e proprio collasso che porta allo spopolamento della pianura emiliana e di buona parte del territorio terramaricolo a nord del Po., p. 20. Le motivazioni della crisi si possono ricondurre a un insieme di fattori. In presenza di una forte pressione demografica come quella che ha caratterizzato le terramare, che raggiunge nel suo apogeo la probabile consistenza di almeno abitanti, insieme ad un intenso sfruttamento dei suoli durato vari secoli, una crisi climatica in senso più arido, anche di breve durata, attestata da vari indicatori quali le evidenze archeobotaniche e l’abbassamento delle falde acquifere, può aver determinato gravi conseguenze sul piano alimentare., pp. 10-11.
La crisi economica può avere innescato ulteriori problematicità, quali ad esempio crisi epidemiche, ma anche una maggiore instabilità politica e un aumento della conflittualità, come sembra ipotizzabile considerando il decremento dei villaggi e la sopravvivenza più lunga di quelli con maggiori difese perimetrali. Il sistema sociale e politico delle terramare, nonostante si trasformi nel tempo, rimane sostanzialmente un modello comunitario, in cui le élite, che pure sono presenti, sono fortemente integrate all’interno della società e mantengono il controllo attraverso un sistema inclusivo e poco gerarchizzato. Un modello di società che basa la sua sopravvivenza sulla condivisione dei beni e dei mezzi di produzione, sulla costruzione e sul mantenimento di dispendiose infrastrutture comunitarie come terrapieni, fossati, canali di irrigazione e magazzini comuni può non essere sopravvissuto ad una sopravvenuta difficoltà produttiva, determinando l’implosione del sistema economico e sociopolitico che per quasi cinque secoli aveva garantito stabilità e benessere.; , p. 20
La fine delle terramare rappresenta ancora un problema aperto, così come il destino della popolazione. Recenti studi hanno proposto che a seguito della crisi e del collasso del sistema terramaricolo si sia prodotta una diaspora, perdurata verosimilmente per alcuni decenni, che avrebbe spinto piccoli gruppi di abitanti verso nuovi territori a sud. In tal senso non mancano evidenze archeologiche che potrebbero confermare tale ipotesi, in particolare lungo la fascia adriatica ma anche in Campania..
Tecniche edilizie
I villaggi terramaricoli erano difesi da possenti fortificazioni che consistevano in un largo fossato esterno, entro il quale veniva incanalato un vicino corso d’acqua, e in un possente terrapieno, irrobustito da “gabbioni” in legno e sormontato spesso da una palizzata anch’essa in legno. Le porte di accesso al villaggio erano probabilmente munite di torri di difesa, sempre in legno. Le abitazioni all’interno dei villaggi seguivano uno schema regolare ed erano intervallate da strade più o meno larghe a seconda dell’importanza. Le strutture portanti delle case erano realizzate in legno di quercia, mentre le pareti venivano costruite con un’orditura di paletti verticali che sostenevano intrecci di rametti di frassino o nocciolo, poi ricoperti da un intonaco contenente limo e secondariamente sabbia, con l’aggiunta di limitate quantità di sterco animale. La pavimentazione era in terra battuta e poggiava su un impalcato di legno, mentre il tetto era probabilmente realizzato mediante la sovrapposizione di canne palustri.
Necropoli