Il piemontese (nome nativo piemontèis, ) è una lingua romanzaGiuliano Gasca Queirazza e Renzo Gandolfo in Il patrimonio linguistico del Piemonte, Torino, 2001 appartenente al gruppo delle lingue gallo-italiche parlate nell'Italia settentrionale.
Il piemontese è una lingua che possiede caratteristiche lessicali, fonetiche e morfo-sintattiche peculiari, che lo distinguono con una certa intensità all'interno del continuum, e lo differenziano nettamente dall'italiano.
Nella regione Piemonte sono utilizzate storicamente ben otto lingue, di cui quella che prende il nome di "piemontese" è l'unica ad essere centrata e racchiusa quasi interamente nel territorio della suddivisione amministrativa. La lingua piemontese è inoltre parte della memoria storica della colonizzazione gringa della pampa argentina. Dal punto di vista genealogico, il piemontese deriva dall'innesto della lingua latina sulle lingue celtiche e celto-liguri dopo l'occupazione romana del Piemonte, con successivi contatti e apporti dalle lingue prossime e da quelle adottate come ufficiali.
Come lingua scritta il piemontese si usa fin dal XII secolo (Sermoni subalpini), ma una vera koinè per uso letterario si è sviluppata solo nel Settecento, epoca che vide la nascita di una letteratura a carattere nazionale che toccò poco per volta tutti i generi: dalla lirica al romanzo, alla tragedia e all'epica.Camillo Brero, Storia della letteratura piemontese, Torino, Ed. Piemonte in bancarella, 1983 La grafia piemontese si basa sulla tradizione del Settecento; tuttavia dal Novecento gode di una normazione più precisa e completa che ha dato un non piccolo contributo alla stabilità e all'unità della lingua, contribuendo inoltre a codificare anche alcune varietà orali che avevano avuto tradizioni letterarie scarse o assenti.
Pur non essendo regolato ufficialmente da nessuna istituzione, il piemontese è materia di ricerca del Centro Studi Piemontesi - Ca dë Studi Piemontèis, fondato a Torino da Renzo Gandolfo nel 1969, che conduce ricerche sulla lingua, la letteratura e le sue varietà, e organizza i Rëscontr antërnassionaj per attirare allo studio della lingua altri accademici occidentali.
Caratteristiche
Fonetica Apocope, ovvero caduta di quasi tutte le vocali finali atone ad eccezione di /a/. Indebolimento delle vocali atone: > > (It. melone). Nasalizzazione delle vocali davanti alla consonate nasale alveolare , come in francese, e successivo spostamento della nasalizzazione dalla vocale alla consonante successiva con sviluppo della serie e successiva caduta di [n] (> > > (It. buona)). Sviluppo delle vocali e a partire, rispettivamente, da O breve e U lunga del latino. Degeminazione consonantica: SERRARE > saré (it. chiudere). Il gruppo latino delle occlusive -CT diventa –it-, come in francese antico: NOCTEM > neuit (It. notte); LACTEM > làit (It. latte). Palatizzazione dei nessi CL- e GL- : CLARUS > ciàr (it. chiaro), GLANDI > gianda (it. ghianda). Le consonanti latine occlusive non sonore //, //, //, subiscono un indebolimento o perfino cadono: FORMICAM > formìa (It. formica); APRILEM > avril (It. aprile), CATHÉGRA > cadrega (it. sedia). I nessi sillabici CE- CI e GE- GI-, che in latino sono velari //-//, sono diventati affricati alveolari // e (e in alcun dialetti c'è stato un ulteriore passaggio a ), successivamente e sono diventati fricativi: e : CINERE > sënner (it. cenere); CENTUM > sent (It. cento); ONDECIM > onze (It. undici), GINGIVA > zanziva (It. gengiva). A piacere, si può usare la ë prostetica (come un tempo la i- in italiano, oggi desueta) dinanzi a tutte le parole che iniziano per s + consonante o gruppi consonantici difficili, se la parola precedente termina con consonante: un grand ëscrivan (it. un grande scrivano), sinch ëstèile (It. cinque stelle); quatr ëfnoj (It. quattro finocchi); i son ëstàit (It. sono stato).
Morfologia e sintassi Sostantivi e aggettivi Il singolare e il plurale dei nomi maschili sono identici: ël cit / ij cit; ël prèive / ij prèive, è l'articolo a stabilire il numero del sostantivo. Nella proposizione comparativa, per esprimere il secondo termine di paragone si usa "che" e non "di": cost lìber a l'é pì bel che 'l tò. Gli aggettivi numerali ordinali si fermano a sest o setim, oltre si usa la forma col che a fa eut, col ch'a fa neuv, col ch'a conta des, col ch'a conta óndes, oppure il numero semplice Luis XIV > Luis quatòrdes
Pronomi personali La frase piemontese affermativa usa obbligatoriamente il pronome personale soggetto atono (con o senza presenza del pronome personale soggetto tonico), il che dà origine ad una struttura grammaticale aliena tanto all'italiano quanto al francese, ma riscontrabile nell'arco alpino anche in lingua friulana. Esempio: (Mi) i son. Nelle forme interrogative può essere utilizzata una particella interrogativa enclitica (e in questo caso in genere scompare il pronome verbale). Esempio: Veus-to deje deuit a sossì?. Per esprimere i casi locativo e dativo si aggiungono spesso particelle dative e locative ai pronomi verbali I-i son ansima; I-j diso; sebbene la pronuncia spesso vari in modo appena percettibile, la differenza tra locativo i e dativo j viene espressa nella forma scritta. Spesso il pronome personale oggetto viene raddoppiato. Es: "mi ha detto" = a m'ha dime. I complementi clitici nei tempi composti si pospongono al verbo: i l'hai faje; a l'ha dijlo.
Pronomi ed avverbi interrogativi Le interrogative introdotte da avverbio o pronome necessitano spesso dell'uso del pronome "che". Altrettanto gli avverbi e i pronomi delle frasi affermative: chi ch'a l'é? = chi è?; quand ch'i rivo = quando arrivo; chi ch'a l'ha dimlo = chi me lo ha detto.
Verbi Persiste in piemontese occidentale la desinenza sigmatica latina della seconda persona singolare verbale, che invece cade in italiano: nella desinenza della seconda persona singolare del presente indicativo negli ausiliari e nei verbi irregolari: it ses; it vas; it l'has; it sas. nella desinenza della seconda persona singolare del futuro di tutti i verbi: it cantras; it sernras... nella desinenza della seconda persona singolare di ogni modo e tempo nella costruzione della forma interrogativa con il relativo pronome: càntës-to?; fas-to?; parlàvës-to?... La negazione si pone dopo il verbo o l'ausiliare: i mangio nen; i l'hai nen mangià. Si preferisce porre il modo finito del verbo (forma esplicita) in luogo dell'infinito: so di scrivere male = i sai ch'i scrivo mal. Esiste un imperativo negativo (assente in italiano, ove si usa la forma infinita) Fa nen lolì! Si adoperano spesso gli infiniti sostantivati in luogo del sostantivo italianizzato: es: il battito del cuore = ël bate dël cheur; una bella parlata = un bel parlé; un'andatura sostenuta = un bel andé Le forme italiane "sono io, sei tu..." si possono trasformare in a l'é mi, a l'é ti. Es: sono io che l'ho comprato = a l'é mi ch'i l'hai catalo. In tutti i casi, non è meno corretto dire i son mi ch'i l'hai catàlo, it ses ti ch'it l'has catàlo. In luogo del participio presente (che è molto desueto) e del gerundio, per evidenziare la continuità dell'azione, si suole adoperare l'espressione esse 'n camin che.... es.: Dove stai andando? = Anté ch'it ses an camin ch'it vas? Il sole morente sul fiume = ël sol an camin ch'a meuir an sël fium. In piemontese è scorretto dire: "sto andando" = i ston/stagh andanda, che è un calco dell'italiano comparso nel secondo Novecento. La dizione corretta è: i so'n camin ch'i vogn. Quando il futuro è già evidenziato da un complemento di tempo il verbo resta al presente: doman i rivo = domani arriverò. In piemontese il tempo verbale che in italiano corrisponde al passato remoto è scomparso dall'uso dal Settecento. Viene usato al suo posto il passato prossimo: Una settimana fa andai, si traduce na sman-a fa i son andàit. Al limite se si tratta di tempi molto remoti si utilizza il trapassato prossimo: Ci andai dieci anni fa diventa I j'era andaie ch'a l'é des agn. Questa caratteristica è così profonda che anche nel parlare in Italiano i piemontesi utilizzano molto raramente il passato remoto.
Preposizioni Con complementi di tempo non si utilizza la preposizione "in" nelle forme articolate, ma "di", ossia ëd: "nel duemilacinque" = dël doimilassinch. "nella Seconda Guerra Mondiale" = dla guèra dël Quaranta. "I coetanei nati nel 1958" = ij coscrit nà dël 58, "In agosto" = dël mèis d'Aost, "in autunno" = d(l)'oteugn. Nella sintassi più corretta, il verbo andé ("andare") regge gli infinitivi senza l'interposizione della preposizione "a", comportandosi come un verbo modale. Nemmeno la parola ca ("casa") richiede la preposizione: "vado a casa a mangiare" = i von ca mangé La preposizione articolata ant la davanti alla parola ca ("casa") è talvolta scritta come un unico sintagma avverbiale antëcà ("dentro casa"). In alcune varietà il complemento di moto a luogo riferito a persone (sia nomi comuni che propri) si fa con la preposizione an senza articolo, anziché da: "vado a casa dallo zio Giacomo" = i von ca 'n barba Giaco. Solo in Val Sangone e nella Bassa Val di Susa, a contatto con le locali varietà franco-provenzali, la proposizione del complemento di mezzo non è la più comune con, ma to 'd: "battevano con un martello" = a batìo to d'un martèl.
Diffusione e limiti geografici In Piemonte si parlano 6 tipi linguistici differenti. Di conseguenza, l'area in cui si parla la lingua piemontese, pur essendo piuttosto vasta, non coincide con l'intera superficie della regione Piemonte. Tutta la provincia del VCO, amministrativamente piemontese, è infatti di parlata lombarda, eccetto Formazza e Macugnaga, che sono colonie di lingua walser, come anche Alagna e Rimella in Valsesia.
La Provincia di Novara è invece interessata dal confine tra il piemontese e il lombardo. L'ultima fascia di comuni che porta in modo variabile i tratti piemontesi è quella compresa tra il corso della Sesia e dell'Agogna, che sono gli ultimi classificabili come effettivi piemontesi prima di cedere il passo a un dialetto di transizione e poi al lombardo.
Questi comuni sono gli ultimi che praticano l'enclisi dei pronomi con i participi passati, la vocalizzazione della "L" (come càud vs. cald dal latino CALIDU), la sesta persona indicativa in -o (lor i canto vs. lor i càntan), i dittongamenti piemontesi (candèila, sèira e non "candèla, sèra" o candira, sira, tipici lombardi) mentre immediatamente a est compaiono con forza tratti lombardi come la conservazione delle occlusive intervocaliche che in piemontese cadono (dismentigà vs. dësmentié), gli infinitivi terminanti per consonante (vess, scriv), il tipo pronominale luu/lee al posto di cëll/cëlla oltre ad usi lessicali tipicamente lombardi (mett e non più il piemontese buté; trà e non più il piemontese campé; botelia e non più il piemontese bota).
Di contro al valsesiano e al novarese occidentale, che sono i dialetti più lombardi del piemontese (conservano infatti alcune occlusive intervocaliche, il pronome dativo-locativo ghë anziché il tipo lenito piemontese jë/ië, usano frequentemente la negazione lombarda mia, e possiedono ovvie vicinanze nel lessico), alcuni tratti piemontesi si rinvengono nel Cusio e nella città di Novara, residui tuttavia in un tipo di parlate già lombardo (tra questi, la vocalizzazione della L, diffusa in Cusio e nell'Alto-Novarese, la quarta persona terminante per -oma, il plurale femminile terminante per vocale, i dimostrativi del tipo col, cost che iniziano per ['kʊ-], localmente anche l'esito palatizzato in "-é" del latino -ARE, invece dell'"-à" che è dominante nel tipo lombardo, e i giorni della settimana piemontesi non terminanti per "-dì").