La battaglia di Mentana fu uno scontro a fuoco avvenuto presso la cittadina di Mentana, nel Lazio. L'evento bellico si svolse il 3 novembre 1867, quando le truppe pontificie, coadiuvate da un battaglione francese, si scontrarono con i volontari di Giuseppe Garibaldi, diretti a Tivoli per sciogliere la legione, essendo fallita la presa di Roma per la mancata insurrezione dei romani.
Premesse Sin dalla costituzione del Regno d'Italia nel 1861, Camillo Cavour aveva dichiarato che il suo ultimo scopo era fare di Roma la capitale definitiva dello Stato. La città apparteneva allo Stato Pontificio che era completamente circondato dal regno di Vittorio Emanuele II. Negli anni seguenti la questione romana divenne il tema principale della politica estera italiana. Complicava il quadro la forte ingerenza della Francia nelle relazioni tra i due Paesi: Napoleone III era alleato dell'Italia, ma sin dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani.
La questione romana era fonte di tensione costante anche per la politica interna italiana. Nel 1862 Giuseppe Garibaldi tentò una spedizione armata verso Roma. Nelle sue intenzioni doveva essere una ripresa della spedizione dei Mille. Partì con i suoi uomini dalla Sicilia, ma venne fermato dall'esercito italiano il 29 agosto sull'Aspromonte: ferito, venne fatto prigioniero e messo agli arresti domiciliari nell'isola di Caprera. L'Italia non volle mettere alla prova l'amicizia col potente vicino francese.
Negli anni successivi il governo italiano si mosse per vie diplomatiche: inizialmente propose alla Francia il ritiro del contingente di stanza nell'Urbe; ma la Francia oppose un diniego. Si arrivò così alla Convenzione del 15 settembre 1864. Il Regno d'Italia si impegnò a rispettare l'indipendenza dello Stato Pontificio e a difenderla, anche con la forza, da ogni attacco dall'esterno (ma non dall'interno); la Francia acconsentì a ritirare le proprie truppe entro due anni, in modo da lasciare all'esercito pontificio il tempo di organizzarsi in un'efficiente forza di combattimento.
L'obiettivo dell'annessione di Roma rimaneva comunque assai popolare, né il Regno rinunciò al proposito di fare della città la sua nuova capitale, come sancito, a suo tempo, dal Cavour in persona. Diverse furono, in effetti, le azioni dei garibaldini sui confini o nella stessa Città eterna.
L'organizzazione della spedizione garibaldina Il 12 agosto 1866, al termine della Terza guerra di indipendenza italiana (parte della guerra austro-prussiana), con l'armistizio di Cormons il Regno d'Italia aveva guadagnato Mantova, Venezia e un'adeguata sistemazione dei confini orientali. Rimaneva aperta la questione di Roma e del Lazio, ovvero dello Stato Pontificio. Era rinviata a tempi migliori la questione di Trento e Trieste.A ciò si aggiunga che nel dicembre 1866 le ultime unità del corpo di spedizione francese si erano imbarcate a Civitavecchia per la Francia, in applicazione della convenzione del 1864.
Particolarmente impegnato sulla "Questione romana", ormai da due decenni Garibaldi andava dichiarando come fosse venuto il tempo di «far crollare la baracca pontificia» e il 9 settembre 1867, a un Congresso della Pace ospitato dalla protestante città di Ginevra, definiva il Papato «negazione di Dio [...] vergogna e piaga d'Italia».Da tenere ben presente, in questo contesto, è la rinnovata popolarità che Garibaldi aveva conquistato con la guerra del 1866, quale unico generale italiano che avesse saputo battere gli austriaci alla battaglia di Bezzecca (mentre l'esercito e la marina del re avevano dovuto subire le duplici sconfitte di Custoza e di Lissa). Ciò gli conferiva un rinnovato margine di manovra e rendeva assai più difficile al governo regio (comunque impegnato al rispetto della convenzione del 1864) fermare l'agitazione o i preparativi delle camicie rosse.
Garibaldi riuscì così a organizzare la "Legione garibaldina", un piccolo esercito di circa 10 000 volontariBenché vi sia generale incertezza in merito all'effettiva consistenza, in assenza di registri., predisponendo, al contempo, un piano per la sollevazione di Roma.
La notizia di questa mobilitazione, tuttavia, era stata sbandierata in pubblico: ciò permise all'imperatore dei Francesi Napoleone III di programmare con congruo anticipo una spedizione di soccorso al pontefice (che giunse infatti a Civitavecchia pochi giorni dopo l'inizio dell'invasione del Lazio). Vennero inoltre messe in allarme le truppe dell'esercito pontificio, costituite per due terzi da italiani e per il resto da volontari europei, tra cui francesi (specie nella cosiddetta "Legione di Antibes"), mentre gli Zuavi pontifici erano un corpo multinazionale costituito da volontari belgi, svizzeri, irlandesi e olandesi, oltre che francesi (tra cui anche canadesi di lingua francese).
L'invasione del Lazio L'invasione degli Stati Pontifici era imminente. Il 21 settembre 1867 il presidente del consiglio Urbano Rattazzi fece pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale un monito con cui si esortavano gli italiani a rispettare l'integrità territoriale pontificia e non violare la frontiera. Ogni tentativo di sconfinamento sarebbe stato impedito. In visita ad Arezzo, Garibaldi reagì chiamando all'appello i volontari per la conquista di Roma. Due giorni dopo, il generale nizzardo programmò di lasciare Sinalunga e spostarsi verso il confine, ma il prefetto di Perugia ne ordinò l'arresto. Il tenente Pizzuti, della luogotenenza d'Orvieto, si presentò alle ore 6 del 23 settembre presso l'abitazione di Garibaldi. Il generale, che stava ancora dormendo, non oppose resistenza. Salì sul treno e fu scortato fino ad Alessandria. Alla notizia dell'arresto, si verificarono tumulti in alcune città d'Italia. Garibaldi espresse il desiderio di essere trasferito a Caprera e il governo acconsentì.
La detenzione del generale tuttavia non eliminò la minaccia dell'invasione dello Stato Pontificio. Infatti il 5 ottobre alcuni volontari raggiunsero Bagnorea, barricandosi nel convento di San Francesco. La settimana successiva ci furono ulteriori sconfinamenti a Viterbo e Montelibretti. Non riuscendo le truppe italiane ad arginare il fenomeno, Napoleone III annunciò l'imminente invio di un corpo di spedizione francese. Il governo italiano, nell'estremo tentativo di evitare questa eventualità, promise di prodigarsi ulteriormente contro i volontari. La situazione precipitò il 16 ottobre, quando Garibaldi evase da Caprera presentandosi qualche giorno dopo a Firenze, in piazza Santa Maria Novella, arringando la folla. La situazione era sfuggita di mano alle autorità italiane..
Il 22 ottobre a Roma avvenne un attentato alla caserma Serristori, causando la morte di venticinque zuavi pontifici che lì avevano quartiere, quasi tutti italiani e francesiNella Relazione pubblicata dalla «Civiltà Cattolica» e disponibile online (vedi nota relativa) sono elencati 15 zuavi italiani, in gran parte cittadini dello Stato pontificio, 9 francesi e un tirolese, oltre a "due borghesi romani".. Il numero delle vittime e la ripartizione tra militari e civili differiscono tra le varie fonti. Nell'articolo del «Corriere della Sera», citato nei Collegamenti esterni, Vittorio Messori scrive di "ventitré zuavi francesi e quattro inermi popolani romani". La scheda pubblicata sul sito del Museo criminologico, elencata anch'essa nei Collegamenti esterni, parla di "venticinque soldati zuavi" ma non fa cenno a vittime civili. Arrigo Petacco, a pagina 120 del volume già citato, scrive: "Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati da due ex emigrati, riuscirono a piazzare una mina che fece rovinare una parte dell'edificio, ma nel frattempo gli zuavi pontifici si erano messi in salvo e l'azione perse di importanza pratica". Sembrerebbe, dunque, secondo quest'ultima fonte, un attentato senza vittime. La Relazione della «Civiltà Cattolica», pubblicata a ridosso del fatto, elencando i nomi e la città di origine di tutte le vittime, può considerarsi la più attendibile. e di due cittadini romani (Francesco Ferri e la figlia di sei anni, Rosa). L'attentato doveva dare il via a una sollevazione, che invece non ci fu. Il 24 novembre 1868 fu eseguita la sentenza di condanna a morte per decapitazione, sottoscritta da papa Pio IX, del patriota Giuseppe Monti (muratore di Fermo) e del romano Gaetano Tognetti a Roma in largo dei Cerchi (vicino al Circo Massimo).
Il 23 ottobre 1867 ebbe luogo lo scontro di Villa Glori, quando un drappello di settantasei volontari guidati da Enrico e Giovanni Cairoli, giunti a prendere contatto con i rivoluzionari romani, non trovarono nessuno ad attenderli e vennero sopraffatti dai Carabinieri svizzeri dell'esercito pontificio. Garibaldi paragonò il loro sacrificio a quello di Leonida alle Termopili in Grecia e infatti l'architetto Giulio De Angelis, che ha realizzato i disegni del Museo, ne ha fatto un tempio greco-romano."Giulio De Angelis Architetto, di Enza Zullo, Gangemi Editore, 2005 Numerosi sono i cimeli dei Cairoli nel Museo di Mentana.
Il 25 ottobre gli Zuavi pontifici assaltarono, non senza perdite, il lanificio Aiani a Trastevere, centro clandestino del moto insurrezionale, dove si radunavano patrioti e si preparavano armi e bombe per gli insorti, uccidendo nove dei patrioti presenti, tra cui Francesco Arquati.
Il 26 ottobre Garibaldi, con il suo piccolo esercito di volontari (circa 8 000 uomini), decise di occupare Monterotondo. Si fermò dapprima nella locanda Frosi e poi nel castello Orsini, ospite del principe, il garibaldino don Ignazio Boncompagni.Vedi G. Adamoli, Da S. Martino a Mentana, Treves, 1892 e F. Guidotti, "l'occupazione di Monterotondo, atti e documenti, 2006, Ed. Stampa Sabina. Qui, tuttavia, Garibaldi decise di arrestare la marcia, nell'inutile attesa della sperata insurrezione in Roma. Solo alcuni reparti vennero inviati verso Roma. Lo stesso generale avanzò il 29 ottobre sino a Villa Spada e al Ponte Nomentano, nella speranza di suscitare, con la sua presenza, una ribellione in Roma che, in effetti, si limitò ad alcuni scontri a fuoco: il 30 Garibaldi tornò sui propri passi a Monterotondo.
Lo stesso 26 ottobre il secondo battaglione della colonna di Nicotera, partito a occupare Monte San Giovanni, fu respinto da un attacco a sorpresa dei soldati pontifici e si ritirò. Solo trentanove coraggiosi della quinta e della settima compagnia, guidati dal maggiore siciliano Raffaele de Benedetto e dal capitano senese Giuseppe Bernardi, decisero di tenere il campo contrattaccando alla baionetta. I trenta volontari rimasti, incalzati dai pontifici, si barricarono all'interno della Casina Valentini, rifiutandosi di cedere le armi, nonostante fossero circondati e presi di mira da quattrocento nemici tra zuavi, gendarmi e squadriglieri papali. Dopo otto ore di combattimento, non essendo riuscite a vincere l'eroica resistenza dei garibaldini, le truppe pontificie appiccarono il fuoco alla casina. I patrioti operarono allora un'audace e improvvisa sortita, riuscendo a rompere l'accerchiamento a colpi di moschetto e baionetta. Dopo due ore di cammino notturno, i soli ventidue superstiti, tra cui Giacomo de Zanchi, Giacomo Amoretti e il conte Ottavio Vulcano, poterono riunirsi al battaglione.
Nel frattempo giunse conferma che truppe regolari italiane avevano anch'esse attraversato il confine, con la missione ufficiale di arrestare Garibaldi; si sperò, forse, in qualche complicazione fra queste e la guarnigione di Roma. Nulla di tutto questo accadde.
I preparativi nell'esercito pontificio