Fu docente presso le Università di Torino, Pisa, Londra, ed ebbe collaborazioni con atenei stranieri e collaborò all'Enciclopedia Italiana, all'Oxford Classical Dictionary e all'Encyclopædia Britannica. Fu definito da Donald Kagan "il più importante studioso al mondo della storiografia del mondo antico". Ricevette nel 1974 un cavalierato onorifico del Regno Unito. Il titolo conferito fu di Honorary Knight Commander of the Order of the British Empire (KBE). L'aggettivo onorifico indica il conferimento a persona cittadina di uno stato non costituito come Reame del Commonwealth. In questi casi l'onorificenza dà diritto al titolo, da posporre abbreviato al nome, ma non all'appellativo Sir (Dame per le signore), riservato ai cittadini di tali reami. (Vedi relative voci in Wikipedia in lingua inglese).
Biografia Famiglia Nacque in una famiglia di ebrei piemontesi che – originaria del villaggio savoiardo di Montmélian – aveva alle spalle una storia plurisecolare di spostamenti attraverso le valli della regione, alla ricerca di una sede sicura al riparo da persecuzioni e vessazioni.
Tra i fratelli del nonno Donato figurava quel Marco Momigliano che, come rabbino maggiore, aveva riorganizzato nel 1866 la comunità di Bologna e che fu l'autore di Autobiografia di un Rabbino italiano (1897).Riproposta nel 1986 dall'editore Sellerio. Il familiare più influente per il futuro storico fu comunque l'altro fratello del nonno: Amadio, modesto uomo d'affari e modesto proprietario di terre. Talmudista, legato alla cultura cabbalistica, appassionato lettore dello Zohar, in rapporti di amicizia con Elia Benamozegh, lo zio Amadio, che negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Arnaldo visse nella sua stessa casa caragliese, si occupò della prima educazione del fanciullo precoce e studioso, a cui insegnò l'ebraico, ponendolo in grado di conoscere ben presto l'intero Antico Testamento, facendogli apprendere nel contempo a mente i Proverbi di Salomone e le massime del Pirkei Avot (Le Massime dei Padri).
Benché prendesse talora lezioni da professori di Cuneo, l'istruzione scolastica avvenne sostanzialmente entro le pareti domestiche. Momigliano non frequentò mai la scuola, ma verso gli undici anni leggeva il patriarca degli apostati cattolici, Ernest Renan, e cresceva in un clima incline a considerare il rilievo dell'incontro tra la cultura greca con quella ebraica, insieme alla formazione del cristianesimo, per la civiltà occidentale. Parte integrante della cultura familiare era anche l'interesse per il Cristianesimo, rappresentato da Arturo Carlo Jemolo, cugino di Arnaldo da parte di madre, e dall'esempio di Attilio Momigliano, il critico letterario, vicino a posizione crociane, dantista e autore di studi sul cattolico giansenista Alessandro Manzoni.
Si è supposto che rilevante debba essere stata anche la presenza, oltre che l'insegnamento, del «cugino prediletto» Felice Momigliano,socialista, studioso di Mazzini, di Renan e del profetismo, docente di Filosofia all'Istituto Superiore di Magistero Femminile di Roma. che al dodicenne Arnaldo leggeva e commentava il non ortodosso Spinoza.Ottavo Contributo, p. 431. Angariato dal regime fascista, Felice Momigliano finì col suicidarsi nel 1924, accompagnato alla tomba dal velenoso e poco caritatevole auspicio del fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Agostino Gemelli: «Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano è morto suicida [...]. Ma se insieme col Positivismo, il Socialismo, il Libero pensiero e con il Momigliano morissero tutti i giudei che continuano l'opera dei giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l'acqua del Battesimo» («Vita e Pensiero», X (1924), vol. XV, p. 506; una solo parziale ritrattazione da parte dello stesso Gemelli a p. 753)..
Fra Amadio e Felice – ha osservato la curatrice di Pagine ebraiche, Silvia Berti, «Momigliano crebbe assimilando una religiosità che era soprattutto fedeltà alla tradizione dei padri e nello stesso tempo precocemente imparava a laicizzarla, e a pensarla storicamente».
Suo padre, Salomone Riccardo Momigliano, commerciante di granaglie e poi presidente della Cassa rurale di Caraglio fu combattente nella prima guerra mondiale, consigliere comunale per i democratici antigiolittiani nella provincia di Giolitti, assessore comunale, prosindaco e sindaco; nel 1918 aveva finito con il confluire con la sua fazione antigiolittiana nel Fascio di Combattimento del Comune di Caraglio e in seguito, dal 1923 al 1925, fu segretario politico del Partito Nazionale Fascista cittadino.. La madre, Ilda Levi, crocerossina e medaglia di bronzo nella prima guerra mondiale, fu segretaria femminile anch'essa del Fascio di Caraglio fino al 1938 e al momento della guerra etiopica si era prodigata dopo il varo delle sanzioni economiche all'Italia nella campagna per la raccolta dell'Oro alla Patria.
L'ambiente familiare in cui il giovane Arnaldo era venuto formandosi univa quindi il rispetto rigoroso della tradizione religiosa ebraica a una convinta accettazione della realtà statuale italiana senza soluzione di continuità tra lo stato liberale e il regime fascista: nel 1936 si arruolò volontario nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.. Solo nell'ambiente universitario torinese e poi, soprattutto a Roma, tra gli intellettuali impegnati nel lavoro di redazione dell'Enciclopedia Italiana, il giovane Momigliano conobbe l'opposizione antifascista, le cui ragioni intese progressivamente fino ad assumerle come proprie al manifestarsi della persecuzione razziale antisemita che gli avrebbe resa assurda l'identificazione tra patria e regime fascista.
Gli anni torinesi Superato brillantemente, eccezion fatta per la matematica, l'esame di maturità al Liceo Silvio Pellico di Cuneo nel 1925, primo anno di attuazione della riforma Gentile, Momigliano si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Torino dove poté conoscere e frequentare Carlo Dionisotti, Mario Soldati, Cesare Pavese, Lalla Romano, Aldo Bertini, Aldo Garosci, Ludovico Geymonat, Paolo, Piero e Renato Treves, Giulio Carlo Argan, Norberto Bobbio, Virginia, Carlo e Alessandro Galante Garrone, Leone Ginzburg, Massimo Mila.
Nei primi anni di università, Momigliano attese a studi letterari e filosofici. In una lettera del 9 agosto 1926 indirizzata all'amico Carlo Dionisotti scriveva: «Ho letto i Prolegomeni di Kant nell'edizione mirabilmente commentata da Piero Martinetti. È lettura non troppo difficile e davvero vivificante. Tu ti accorgi che un nuovo infinito mondo di meditazioni ti si apre».Carlo Dionisotti, Ricordo di Arnaldo Momigliano, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 10.
E in una successiva lettera, sempre da Caraglio: «confesso che, per quanto non ignori i tentativi crociano-gentiliani di dare un significato umano anche all'impossibilità di raggiungere l'assoluto, non riesco a vincere quel senso della trascendenza, che in me spesso torna», confessione giovanile in cui traspare già il nodo, caratteristico di tutta l'opera di Momigliano, di una preoccupazione insieme filosofica e religiosa. Solo al terzo anno di università Momigliano si orientò decisamente alla storia antica, dedicandosi allo studio dello storico greco Tucidide, argomento poi della sua tesi di laurea. La scelta nell'ambito degli studi classici della letteratura e della storia greca, se importava maggiore difficoltà tecnica, consentiva al contempo, come osserva Dionisotti, «un prudente distacco dall'abuso che il regime fascista veniva facendo della tradizione romana».
A vent'anni, nel 1928, Arnaldo Momigliano si era iscritto al Gruppo universitario musicale della Gioventù Universitaria Fascista. Come pubblico dipendente, negli anni trenta dovette iscriversi al PNF. In tale condizione rimase fino alla espulsione, applicata in seguito alla legislazione razziale, il 28 novembre 1938.Se l'iscrizione a vent'anni al GUF torinese difficilmente comportò un processo di riflessione approfondito, diversa fu la questione della tessera del PNF che a Momigliano deve essere pesata ogni giorno – dalla presa di coscienza dell'erronea identificazione fra stato e regime – se ancora nel luglio del 1945 poteva scrivere: «Non ho studiato Tacito abbastanza per parlarne con qualche autorità. C'è più di una persona a Oxford che potrebbe farlo meglio di me. Ma io posso forse invocare per me una qualificazione a parlare di Tacito che altri non ha. Io ho vissuto sotto un regime totalitario per sedici anni, cinque mesi, un giorno e circa diciotto ore». Ovvero esattamente il periodo intercorrente tra il conferimento dell'incarico di formazione del governo a Mussolini da parte di Vittorio Emanuele III (29 ottobre 1922) e il suo arrivo nella terra d'esilio inglese.
Gli anni romani: libera docenza ed Enciclopedia Italiana
Laureatosi nel giugno del 1929, il ventunenne Momigliano seguì nell'autunno dello stesso anno il maestro Gaetano De Sanctis a Roma, dove iniziò la sua collaborazione all'Enciclopedia Italiana e dove, nel dicembre del 1931, ottenne la libera docenza. Dal marzo del 1933, venticinquenne, ricoprì per incarico la cattedra di storia greca, resasi vacante per il rifiuto di prestare giuramento di fedeltà al Fascismo da parte del maestro De Sanctis..
Vincitore nel 1936 del concorso per la cattedra di storia romana all'Università di Torino, Momigliano tornò come professore nellalma mater che lo aveva laureato sette anni prima. Se la sua carriera universitaria fu rapida, intensissima in ogni caso era stata la sua produttività scientifica che, solo nei primi sette anni dalla laurea, annoverava più di 180 pubblicazioni, tra cui tre monografie, Prime linee di storia Maccabaica (Roma 1930), L'opera dell'imperatore Claudio (Firenze 1932), Filippo il Macedone. Saggio sulla storia greca del IV secolo (Firenze 1934) e un fortunato Sommario di storia delle civiltà antiche per la scuola media, a comprova di un'attività di ricerca e interpretazione che fin dall'inizio si applicava all'intera disciplina: storia orientale, greca e romana.
All'ampiezza del quadro delle ricerche momiglianee, corrispondeva inoltre subito l'attenzione a particolari minimi e malnoti, senza che venisse meno la preoccupazione, poi costante, di riconoscere la sopravvivenza nella civiltà moderna così della tradizione classica come di quella ebraica.
Il meritato successo accademico del Momigliano che tornava alla sua Torino nel 1936 «splendeva – come ha ricordato Carlo Dionisotti - su di uno sfondo buio […] Fra i nostri compagni d'università e di facoltà, nei tardi anni venti, uno solo, Leone Ginzburg, era stato paragonabile a Momigliano per la precoce maturità e autorità intellettuale. […] Davanti a lui era spalancata, non soltanto socchiusa, la porta di una carriera universitaria. Ma nel gennaio 1934 Ginzburg rifiutò il giuramento richiesto anche ai liberi docenti e rinunciò a quella carriera. Il seguito, fino alla morte in carcere nel febbraio del 1944 a Roma, è noto. Quelli che negli anni trenta si proposero una carriera universitaria dovettero scegliere fra la minestra che il regime fascista imponeva come primo piatto e la finestra».