Linfanticidio è l'uccisione di un neonato o un bambino negli anni della prima infanzia. L'articolo aborto tratta dell'aborto prenatale, che è legale nella maggior parte del mondo dagli anni '70 (precedentemente considerato anche infanticidio).

Storia L'omicidio di un neonato o di un bambino ha avuto trattamenti diversi nel corso della storia. In particolare si nota una distinzione fra l'omicidio di un neonato, spesso assimilato all'aborto volontario, e quello di un bambino più grande.

L'infanticidio è considerato criminale nelle società moderne, mentre è stato invece pratica comune nel passato per motivi diversi. Un primo caso era quello del sacrificio ritualeÈ questo, ad esempio, il caso del Bekhorot nella cultura ebraica e il wa'd al-banat, o "seppellimento delle fanciulle", in epoca preislamica in ambito arabo, mentre un secondo caso, più comune, era quello dell'abbandono, anche chiamato "esposizione".

Infanticidio rituale Bekhorot (, “Primogenito”) si riferisce al primogenito umano o animale secondo la Bibbia ebraica, dove Dio comandò a Mosè nel Libro dell'Esodo "Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti - di uomini o di animali -: esso appartiene a Me".Esodo . In antropologia culturale questo rituale è chiamato "offerta delle primizie" o "sacrificio delle primizie" ed è comune a molte religioni.

Da secoli, l'ebraismo non pratica più l'infanticidio rituale e lo ha sostituito con la pratica del "riscatto del primogenito" ("Pidyon HaBen"): poiché il primo nato apparterrebbe a Dio, per riaverlo il padre lo "ripaga" con la somma simbolica di cinque sicli.

Il Wa'd al-banat, cioè "seppellimento delle figlie" (,) era una pratica sacrificale umana, diffusa nella Penisola araba preislamica, che prevedeva che un padre seppellisse viva una propria figlia finché non fosse sopraggiunta la morte. Non si conoscono precisamente le spiegazioni e cause di questo rito.

L'avvento dell'Islam mette fine alla pratica del Wa'd al-banat, che i teologi musulmani hanno sempre considerato barbara.

Esposizione dei neonati indesiderati

Nell'antichità abbandonare figli indesiderati era uso diffuso presso diverse popolazioni. Gli ebrei ad esempio ne vietavano l'uccisione, ma permettevano l'abbandono o la vendita degli illegittimi.

Nell'Antica Grecia di Solone e Licurgo l'uccisione del feto o del neonato (βρεφοκτονία, brefoktonìa) veniva distinta dall'abbandono dei neonati indesiderati. L'abbandono veniva chiamato "esposizione", in greco ἔκθεσις (ekthesis), o anche ἐγχυτρισμός (enchytrismòs): quest'ultima deriva da χύτρα (chytra) cioè la pentola dove si usava spesso mettere i neonati. La pratica dell'abbandono riguardava in maggioranza i neonati con malformazioni e le figlie femmine. Il mito di Atalanta racconta come il padre l'avesse abbandonata in cima a un monte in quanto figlia femmina, e fosse stata salvata da un'orsaInvece in altri miti, con eroi maschi, l'eroe viene esposto da neonato perché la madre o il padre avevano avuto un sogno premonitore su di lui, CF. Doralice Fabiano, 2014, "Nascere in Grecia tra rito e mito", in "Storia della civiltà europea", a cura di Umberto Eco.

Per secoli si è pensato, dando credito a Plutarco, che genitori spartiati fossero obbligati dallo Stato a uccidere i loro figli disabili; tuttavia, delle ricerche molto recenti smentiscono le sue affermazioni.

Il diritto romano non aveva un proprio termine tecnico per l'infanticidio. "Infanticidium" e "infanticida" vengono dal tardo latino. Presso i romani, il padre aveva diritto assoluto di decidere quali e quanti bambini avrebbero fatto parte della famiglia: se lo riconosceva come proprio, compiva il gesto di sollevarlo da terra (da cui il termine "allevare"); se invece non lo riconosceva, gli era consentito di portarlo alla columna lactaria esponendolo alla pietà di chi passava e più spesso alla sorte di morire di fame o essere fatto schiavo. Questo destino riguardava in generale le figlie femmine, ad eccezione della primogenitaRégine Pernoud, La femme au temps des cathédrales, Paris, Éd. Stock, 1980, p. 22.Philippe Ariès (dir.), Georges Duby (dir.), Peter Brown, Évelyne Patlagean, Michel Rouche, Yvon Thébert et Paul Veyne, Histoire de la vie privée, vol. 1: De L'Empire Romain à l'an mil, Paris, Seuil, 1999, 670 p. (ISBN 978-2-02-036417-1).: si è notato infatti che è molto raro trovare accenni a famiglie in cui ci fosse più di una figlia, e si è dedotto che i genitori abbandonassero le figlie a partire dalla secondogenita. "Tutti i giuristi hanno notato la cosiddetta sparizione forzata delle figlie minori"Régine Pernoud, 1980, La femme au temps des cathédrales, Paris, Éd. Stock, p. 22.. L'esposizione dei maschi era meno frequente di quella delle femmine, ma era possibile quando fossero malformati oppure in "soprannumero": pare infatti che i Romani favorissero le famiglie con tre figli. Come scrivono dei testimoni dell'epoca, fra cui il filosofo cristiano Giustino, i bambini indesiderati che non morivano di stenti venivano raccolti da mercanti di schiavi o prostitute.Durante l'impero romano, Germani, Egizi ed Ebrei allevavano tutti i loro figli, in contrasto con la pratica romana.

Ruota degli esposti

Così come nella penisola araba l'Islam mette fine al sacrificio delle femmine, in Europa la condizione dei neonati indesiderati cambia radicalmente con l'avvento del Cristianesimo.

Nel II secolo, Minucio Felice mette a confronto la morale pagana con quella cristiana e si rivolge ai pagani ponendo sullo stesso piano aborto, infanticidio ed esposizione dei neonati

L'imperatore Costantino I sancisce nel 315 che una parte del fisco sia utilizzata per il soccorso degli infanti abbandonati e per i figli delle famiglie povere. Nel 318 una legge prevede la pena di morte per l'infanticidio ma non sanziona chi vende i propri figli. Soltanto nel VI secolo Giustiniano punirà l'abbandono considerandolo come infanticidio.

Tuttavia, la pratica dell'abbandono dei neonati non cessava, e in particolare pare vi facessero ricorso le donne adultere e probabilmente le famiglie troppo povere per mantenere il bambino. Così l'arciprete Dateo di Milano descrive le pratiche di infanticidio a cui ricorrevano le donne adultere nell'VIII secolo d.C.Maria Teresa Fiorio, San Salvatore in xenodochio, in Le chiese di Milano, Milano, Electa, 1985, p. 230. Così reca l'iscrizione sepolcrale sulla sua tomba: «Sancte memento Deus / quia condidit iste Datheus / hanc aulam miseris auxilio pueris».:

La ruota degli esposti era funzionale ad accogliere i neonati in forma anonima. Era una bussola girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, divisa in due parti chiuse per protezione da uno sportello: una verso l'interno ed un'altra verso l'esterno che, combaciando con un'apertura su un muro, permettesse di collocare, senza essere visti dall'interno, gli esposti, i neonati abbandonati. Facendo girare la ruota, la parte con l'infante veniva immessa nell'interno dove, aperto lo sportello si poteva prendere il neonato per dargli le prime cure.

Diritto moderno Varia è la considerazione giuridica e criminologica dell'infanticidio, a seconda del soggetto che compie l'azione delle circostanze temporali e di altre condizioni. In diritto penale, l'uccisione di un bambino si considera il più delle volte un omicidio comune. L'infanticidio si potrebbe quindi intendere in senso etimologico (uccisione dellinfante, colui che non sa ancora parlare), ma non è esattamente così: per varie ragioni, gli ordinamenti considerano meno gravi, rispetto all'omicidio, i reati speciali individuati come infanticidio, e le delimitano in un ambito molto stretto. LInfanticide Act britannico, ad esempio, chiama infanticidio un delitto specifico, che può essere commesso solo dalla madre nel primo anno di vita del bambino.

Infanticidio per causa d'onore

Durante l'Illuminismo, filosofi e giuristi tra cui Immanuel Kant, Cesare Beccaria, Carrara, Gian Domenico Romagnosi iniziano a prendere in considerazione il fatto che le madri che uccidevano i neonati andavano almeno in parte compatite, in quanto esse potevano essere di umilissima origine e avere subìto violenza magari da parte di qualche aristocratico o soldato di passaggio, e cercavano di sfuggire al disdoro sociale sopprimendo il neonatoFrancesca Chessa et al., "Evoluzione normativa del delitto di infanticidio", Rivista di psichiatria, Novembre-Dicembre 2020, Vol. 55, Suppl. 1 al N. 6, pp. S20-S22, doi 10.1708/3504.34902.

L'articolo 369 del codice penale Zanardelli del 1889 faceva propria questa prospettiva e riconosceva le attenuanti anche a chi commetteva un infanticidio per causa d'onore, uccidendo dei figli nati fuori dal matrimonio. Questi figli erano chiamati "prole illegittima". Le attenuanti erano valide purché il bambino non fosse nato da più di cinque giorni e comunque non fosse iscritto nei registri dell'anagrafe.

Si considerava che l'assassino fosse mosso dal desiderio di salvare l'onore, cioè la propria reputazione sociale o quella di una delle sue parenti femmine:

Questa disposizione è stata abrogata nel 1930 con il Codice Rocco, tuttora in vigore. Secondo l'articolo 576 dell'attuale Codice Rocco, chi uccide un neonato o un bambino per motivi d'onore rischia fino a 30 anni di prigione

Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale

L'attuale codice penale italiano all'art. 578 prevede oggi una pena più lieve (da 4 a 12 anni di reclusione) solo in ragione delle particolari condizioni di abbandono materiale e morale in cui si trova la madre puerpera. In tutti gli altri casi, l'uccisione di un bambino è semplicemente reato di omicidio. Le attenuanti riguardano comunque solo la madre puerpera, infatti il trattamento di favore non si estende a coloro che eventualmente concorrano nel reato, puniti con la stessa pena prevista per l'omicidio:

Analoga soluzione è accolta da altri ordinamenti, come quello brasiliano attuale (art. 123 c.p.). In alcuni paesi (ad esempio di lingua spagnola) hanno rilevato o rilevano ulteriori elementi. Può essere disposto un preciso limite temporale (24 ore, 72 ore, 7 giorni) dal parto oppure, soprattutto in passato, sono stati inclusi nella previsione altri consanguinei (oltre alla madre), specie in relazione a motivi d'onore.

Analisi sociologiche Neonaticidio e figlicidio Nella legge italiana il termine "infanticidio" designa l'omicidio di un neonato nel primissimo periodo dopo il parto. Il termine "neonaticidio" quindi si sovrappone di fatto al termine infanticidio.

"Figlicidio" è un neologismo che indica l'uccisione di uno o più figli da parte di uno o entrambi i genitori naturali o adottivi. Il concetto di "figlicidio" è più ampio di quello di infanticidio in quanto include i figli già cresciuti; è individuabile nelle aggravanti degli artt. 576 e 577 del codice penale italiano, che peraltro corrispondono al concetto più generale di parricidio.

Una classificazione del figlicidio è quella proposta da Resnick nel 1969, a seguito di una ricerca effettuata fra il 1951 e il 1967 su figlicidio per mano di madre. La classificazione è basata su cause e motivazioni del delitto. Anche Resnick sottolinea che il periodo più a rischio per il minore è quello fino ai sei mesi. Resnick propone 5 categorie:

Nel figlicidio altruistico, uccidendo il figlio, la madre intenderebbe salvarlo dalle sofferenze e dalla rovina imminente causata dalla propria inadeguatezza (omicidio pietatis causa). Spesso, la madre si suicida dopo aver ucciso il figlio. Nel figlicidio psicotico, la madre uccide in preda ad allucinazioni. Nel figlicidio di bambino indesiderato, la madre è immatura, in fase adolescenziale, o ha avuto il figlio da una relazione extraconiugale.