Fu protagonista a Vicenza e Novara, capo del corpo di spedizione in Toscana nel 1849, due volte inseguitore di Garibaldi a Morazzone e Comacchio.

Esordi Konstantin d'Aspre nacque a Bruxelles, negli ultimi anni del dominio austriaco, figlio del Luogotenente feldmaresciallo Carlo d'Aspre (originario di Gand e morto nel 1809).

Nel 1806, diciassettenne, si arruolò nell'esercito austriaco. Nel 1809, quando il ministro Stadion e Francesco II ritennero maturi i tempi per la riscossa, il d'Aspre era già tenente-maggiore e venne aggregato allo stato maggiore. La campagna si concluse con la sconfitta dell'Arciduca Carlo a Wagram e d'Aspre rimase nell'esercito imperiale, che pure era stato ridotto alla miseria di 150.000 uomini.

L'11 giugno 1809, cinque giorni dopo Wagram (ove era stato ferito mortalmente il padre, morto l'indomani per le ferite) lo incontrò il barone Marbot, che nelle sue memorie ricorda un curioso episodio: mentre i francesi di Andrea Massena assalivano la cittadina di Teswitz, giunse un messo dall'imperatore per annunciare che era stato concluso un armistizio. Alla notizia due ufficiali si interposero fra le schiere pronte alla battaglia: de Marbot, appunto, e un giovane aiutante di campo dell'Arciduca Carlo, d'Aspre. Entrambi vennero feriti, il secondo ad una spalla ed insistette con il primo per essere medicato dai chirurghi francesi, che riteneva assai migliori dei suoi. Venne ricevuto da Masséna e visitato dallo stesso Napoleone Bonaparte, che gli promise tutto l'aiuto possibile e gli trasmise i propri complimenti per l'Arciduca. D'Aspre e de Marbot si rincontrarono quasi trent'anni più tardi a Cremona. A somma dei due incontri de Marbot definì d'Aspre “un uomo arguto, ma piuttosto eccitabile”.

La guerra della sesta coalizione L'occasione dell'ennesima rivincita venne nel dicembre 1812, quando Napoleone Bonaparte rientrò dalla Russia con un esercito assai ridotto e stremato.

Nello stesso dicembre la Prussia dichiarò la propria neutralità, per poi passare, il 28 febbraio 1813 alla alleanza aperta con la Russia e l'Inghilterra. L'Austria si univa solo il 20 agosto 1813, ed organizzava due armate: la principale, affidata a Schwarzenberg ed a Radetzky, era destinata al fronte tedesco e prese parte alla vittoriosa battaglia di Lipsia il 16-19 ottobre 1813, la seconda, affidata da metà dicembre 1813 a Bellegarde, era destinata ad invadere l'Italia. A quest'ultima venne comandato d'Aspre.

La fine del Regno d'Italia Egli partecipò alle prime operazioni contro il ben organizzato esercito franco-italiano di Eugenio di Beauharnais, Viceré del Regno d'Italia. Prese parte alla lenta avanzata dall'Isonzo alle porte della Lombardia, interrotta dalla sonora sconfitta che Eugenio inflisse a Bellegarde l'8 febbraio 1814, sul Mincio. Il fallimento dell'azione austriaca venne sancita, il 16 aprile, dalla Convenzione di Schiarino-Rizzino, che stabiliva una linea del cessate il fuoco prima di Peschiera e Mantova, che restavano italiane.

Venne poi il tradimento della miglior nobiltà milanese Carlo Verri, Confalonieri, il generale Pino, Manzoni, Porro Lambertenghi, fra gli altri) che, il 20 aprile nominò un Comitato di Reggenza Provvisoria, ribelle al Eugenio di Beauharnais, che inviò delegati a Bellegarde perché mandasse truppe ad occupare la capitale. Il Viceré prese atto che l'indipendenza del Regno d'Italia era compromessa e, il 23 aprile, con un esercito al completo e senza essere stato sconfitto dagli austriaci, firmò a Mantova la capitolazione.

La fine di Gioacchino Murat La conquista della completa egemonia in Italia, tuttavia, sarebbe stata imperfetta se fosse stata permessa la sopravvivenza dell'ultimo regno indipendente non vassallo dell'Austria: il Regno di Napoli del Murat, che pure, l'11 gennaio 1814 aveva tradito Eugenio e Napoleone Bonaparte alleandosi con Vienna. L'occasione giunse il 30 marzo 1815 quando Murat (con circa uomini) si portò a Rimini e vi diffuse il famoso Proclama nel quale si dichiarava promotore e difensore dell'unità e della libertà italiane. Esso seguiva di poco più di un mese la fuga di Napoleone dall'isola d'Elba.

Bellegarde dispose lesto dell'armata austriaca in Italia (circa uomini), costituendone una parte (circa uomini) in corpo di spedizione (affidato al generale viennese di padre comasco Federico Bianchi, sotto l'alto comando di Johann Maria Philipp Frimont). Il 2 maggio Murat fu battuto nella battaglia di Tolentino e cominciò una penosa ritirata.

Proprio queste furono le favorevoli circostanze che permisero a d'Aspre, ancora maggiore, di mettersi finalmente in mostra: Murat aveva posto il proprio quartier generale a Teano e stava facendo ripiegare le proprie truppe sulla linea del Volturno, poco sopra Capua: lì stava ripiegando anche la 4ª Divisione, comandata dal ministro della guerra generale Francesco Macdonald, che per la notte del 16-17 maggio si era accampata nei pressi di Mignano in provincia di Caserta. D'Aspre compì un raid notturno, alla testa di due sole compagnie e due squadroni austriaci. La sorpresa fu totale e dei circa napoletani, solo 700 poterono ricongiungersi con il grosso a Capua.

Si trattò di un fatto enorme, e la cosa fece molta sensazione. Probabilmente in questa occasione d'Aspre venne decorato della croce di Cavaliere (il primo di tre livelli) dell'Ordine militare di Maria Teresa (i registri portano una data imprecisata fra il 1813 ed il 1816). Tuttavia, occorre considerare che l'esercito napoletano era in fase di avanzato sfaldamento e non covava più speranza di riscatto.

In ogni caso Piero Pieri ha potuto sostenere che proprio quest'episodio abbia persuaso Murat che tutto era finito. La campagna si concluse il 19 maggio, con l'imbarco di Murat per la Corsica: il 2 giugno gli austriaci poterono far rientrare a Napoli Ferdinando I delle Due Sicilie.

La repressione della costituzione napoletana del 1821

Nel 1820 partecipò al corpo di spedizione austriaco che sconfisse il Pepe nella battaglia di Rieti-Antrodoco e reinstaurò il governo assolutistico di Ferdinando I di Borbone.

La repressione della rivoluzione del 1831 Nel 1832 partecipò alla repressione della rivoluzione dell'Italia centrale, scoppiata il 26 febbraio di quell'anno. L'armata di stanza nel Italia era forte di uomini e cavalli. Di questi, nel marzo 1831, Johann Maria Philipp Frimont ne portò su Bologna, su Parma, su Modena mentre erano di riserva. Essi ebbero un piccolo scontro con 300 volontari a Novi Modenese, il 21 entrarono in Bologna sinché non affrontarono l'unico vero combattimento, a Rimini, il 25 marzo: un migliaio di volontari guidati dallo Zucchi, vecchio generale dell'esercito del Regno d'Italia e reduce della vittoriosa battaglia contro il predecessore di Frimont, Bellegarde, alla battaglia del Mincio. Quando Eugenio di Beauharnais fu sul punto di impedire l'invasione austriaca della Lombardia.

I volontari che il generale Carlo Zucchi comandava in quel 1831 non furono da meno: resistettero con successo agli austriaci e ripiegarono indisturbati sulla fortezza di Ancona, ove la rivoluzione si spense alcuni giorni più tardi.

Il successo austriaco consentì il rientro dei duchi di Parma e Modena nelle loro sedi e dei papalini a Bologna. Subito venne chiusa l'università ed aumentata l'imposta fondiaria in Romagna. Di fronte al generale malcontento, il cardinale Albani partì da Rimini al comando di una spedizione punitiva, forte di papalini: essi misero a sacco Cesena e Lugo. Ma, non appena la popolazione li respinse da Bologna, subito Radetzky si mosse da Modena per congiungersi con Albani a Imola, il 26 gennaio, ed entrava in Bologna il 28.

Incarichi fuori Italia

Nel 1833 venne trasferito in Boemia. Nel 1835 ad Innsbruck.

Comandante del Veneto Nel 1840 venne promosso luogotenente-feldmaresciallo, come già il padre, e trasferito in Italia. Nell'agosto 1846 si vide affidare il comando del 2º Corpo d'armata, basato a Padova. Si trattava del comando militare del Veneto, sottoposto al comandante militare della Lombardia e dell'intero Lombardo-Veneto feldmaresciallo Radetzky, di stanza a Milano. Qui venne sorpreso da uno scontro fra soldati e studenti dell'Università, lo represse sanguinosamente e proclamò la legge marziale.

La prima guerra di indipendenza La prima fase attorno a Verona

Allo scoppio della rivoluzione, con giusto intuito della situazione, preferì abbandonare Padova e Vicenza per portarsi tempestivamente a Verona, vera chiave dei possessi austriaci in Italia. Qui poté bloccare il, sia pur molto timido, moto insurrezionale ed offrì sicuro rifugio a Radetzky, che vi giunse con le sue truppe, sfatte e reduci della umiliante sconfitta subita alle cinque giornate di Milano.

Quando quest'ultimo riprese l'offensiva, d'Aspre lo seguì su Mantova il 28 maggio e ruppe la strenua resistenza dei pochi Toscani il 29 maggio a Curtatone. Dopodiché Radetzky e d'Aspre tardarono troppo a muoversi e, quando finalmente si decisero l'indomani mattina, trovarono di fronte a sé l'esercito sardo del Bava che, ben schierato, inflisse loro una sonante (ma non decisiva) sconfitta a Goito, il 30 maggio (d'Aspre non aveva partecipato ai combattimenti, essendogli stato comandato di condurre una manovra aggirante oltre la destra sarda, che non ebbe alcun esito). Dopodiché Radetzky ingiunse a d'Aspre di ritirarsi su Mantova. Lo stesso giorno in cui cadeva Peschiera.

Partecipò alla fondamentale riconquista di Vicenza, il 10-11 giugno). Ottenuta la capitolazione dell'esercito pontificio del Durando, impose alla città una contribuzione di tre milioni e, non ottenutola, ordinò il saccheggio.

Condusse, poi, il 2º Corpo d'armata alla offensiva finale, iniziata il 23 giugno e segnata dalla sconfitta dell'esercito di Carlo Alberto a Custoza il 25 luglio. D'Aspre, in particolare, condusse gli scontri di Sommacampagna e Volta Mantovana.

Carlo Alberto dovette ripiegare su Milano ed accettò l'armistizio di Salasco, che obbligava l'esercito piemontese ad evacuare la Lombardia e Milano (rioccupata il 6 agosto).

La prima fallita caccia a Garibaldi D'Aspre, dal canto suo, rioccupò Brescia, il 16 agosto, alla testa di settemila uomini e 25 cannoni, con le bande militari festeggianti. Che passavano in strade deserte, con l'intera popolazione rinserrata nelle case.

Soprattutto, ebbe a che fare con gli ultimi combattimenti in Lombardia, condotti da un ancora poco conosciuto Giuseppe Garibaldi alla testa di un migliaio di volontari, sul confine svizzero nell'allora provincia di Como. Radetzky ne fu tanto impensierito da inviargli contro il d'Aspre con il suo intero 2º Corpo d'armata ed altre due brigate, circa uomini. Qui d'Aspre condusse una vasta campagna di intercettazione sino a bloccarlo, lui in persona, presso Morazzone, il 26 agosto. Garibaldi, tuttavia, se ne uscì per un viottolo e raggiunse il confine svizzero il successivo giorno 27. D'Aspre ne rimase impressionato, tanto da pronunciarne un primo, significativo, elogio, in un colloquio con un rappresentante sardo a Parma:

Giudizio ripetuto in due rapporti a Radetzky, in cui gli riconosceva “iniziativa ed energia”. Tale giudizio veniva fatto proprio dal feldmarsciallo, che li faceva suoi in un successivo rapporto a Vienna. Risale a questi documenti il giudizio lusinghiero che la letteratura militare austriaca riservò a Garibaldi, cui venne riservato un posto particolare quale eccelso esempio di "capobanda" (Bandenfuehrer).

La ripresa della guerra regia Ripresa la guerra il 20 marzo 1849, seguì Radetzky oltre il fiume Ticino. Qui comandò il suo 2º Corpo d'armata al brillante assalto di Mortara, il 21 marzo, ove fu brillantemente coadiuvato dal giovane Arciduca Alberto, e dal Benedek, allora rispettivamente comandanti di divisione e colonnello, ma destinati a ben maggiori onori.