Māyā (in sanscrito माया māyā «magia, inganno»Si veda māyā sulla Enciclopedia Treccani online.) nella tradizione filosofica e religiosa dell'antica India ha numerosi significati. Nei testi vedici tardi, māyā indica una «rappresentazione magica», in cui le cose appaiono come reali pur non essendo ciò che sembrano; designa inoltre il principio che fa apparire l'Assoluto privo di attributi come dotato di qualità. In questo senso, indica anche ciò che è mutevole e quindi spiritualmente irreale, in opposizione al Brahman, l'Immutabile.
Nell'Advaita Vedānta, māyā indica l'«apparenza» e la forza potente che genera l'illusione cosmica secondo cui il mondo fenomenico è reale. In questa prospettiva non dualista, a livello individuale māyā si manifesta come ignoranza (avidyā), ossia mancata conoscenza del Sé reale (Ātman-Brahman), con conseguente identificazione erronea con il complesso corpo-mente e i suoi condizionamenti.
Nella filosofia buddhista, māyā è classificata tra i "venti fattori mentali secondari non salutari" e associata all'inganno o alla dissimulazione riguardo la natura illusoria dei fenomeni.
In alcune scuole teistiche dell'induismo, māyā è interpretata non solo come principio di illusione ma anche come energia divina creatrice (śakti) attraverso cui il divino manifesta il cosmo, assumendo una valenza positiva quale potenza ordinatrice della realtà fenomenica. Tra le divinità, personificazioni di māyā sono considerate sia la dea Durga che la dea Lakṣmī.
Māyā fu anche il nome della madre di Gautama Buddha.
Etimologia Il termine māyā in sanscrito deriva dalla radice verbale mā «misurare», «costruire», «formare» o «ordinare»Classe 2, parasmaipadam (attivo)., assumendo in origine il significato di «creazione». Più propriamente, essa detonerebbe il «potere creativo» delle apparenze fenomeniche, e successivamente quello di «illusione» inteso come attributo della creazione stessa. Il significato è quindi connesso all'idea di «formazione» o «strutturazione» della realtà, da cui si svilupparono successivamente le accezioni di «potere creativo» e, in senso filosofico-religioso, di «illusione» o «apparenza ingannevole» del mondo fenomenico.
Induismo Letteratura vedica Nei Veda il termine māyā designa il potere mediante il quale il mondo materiale ha avuto origine. Seppur tale potere non sia solo divino in quanto è chiamato mago (māyin) l'umano che è in grado di possederlo, esso è per lo più appannaggio di esseri superiori come deva e asura, e designa la potenza creativa con la quale si rendono manifeste in forme concrete nell'universo le ideazioni e figurazioni della mente del possessore. Il potere con cui avviene il processo della creazione fa quindi capo ad una facoltà immaginativa e figurativa della mente, ed è proprio tale potere – e quanto è da esso creato – ad essere māyā.
È mediante la sua māyā che il dio Varuṇa, nel Ṛgveda (XV/X secolo a.C.), misura gli spazi e distribuisce le posizioni, ordinando la Terra ed il mondo fisico:
È mediante la sua māyā che il dio Indra, sempre nel Ṛgveda, muta forma, cioè cambia di volta in volta il suo aspetto fenomenico, la sua apparenza:
È con la riflessione teologica e filosofica posteriore ai Veda, in particolare nelle Upaniṣad (IX/VIII secolo a.C.), che māyā inizia ad avere attributi propri, ricavati dall'intuizione che la realtà fenomenica – seppur differenziata e particolareggiata – proceda invero da una singola realtà assoluta fondamentale identificata come Brahman:
Così, ad esempio, è detto in Samāvidhāna Brāhmaṇa: E in Chāndogya Upaniṣad:
Ne consegue che le forme e le apparenze differenziate di tutti gli elementi particolari della realtà sono illusorie, poiché consistono e partecipano tutte di un'unica realtà ultima e assoluta: il Brahman. Quest’ultimo assume tutte le forme visibili esistenti, dando l'impressione che esista qualcosa di distinto da Sé.
Nella Śvetāśvatara Upaniṣad, una Upaniṣad vedica piuttosto tarda appartenente al Kṛṣṇa Yajurveda (Yajurveda nero), coeva – o di poco precedente – al Buddismo e antesignana dell'Induismo, la Natura è presentata come creazione dovuta alla māyā del Grande Signore (maheśvaraṃ) che la manifesta. Chiarito che il potere creativo di rendere manifeste nell'universo le figurazioni della mente è detta māyā, ed è chiamato mago (māyin) colui che ne è possessore, e poiché la realtà tutta non è che una singola manifestazione, il Grande Signore imperituro, quindi, non è altri che il mago dell'universo: l'Essere che manifesta – e rende manifesta – la Natura creata per mezzo della sua māyā.
È la Grande Mente che manifesta la realtà fenomenica, nella quale tuttavia si genera l'illusione che esista qualcosa di distinto e separato da ciò che realmente la costituisce: la presenza unica e l'essenza identica del grande Signore.
Advaita Vedanta Nel contesto dell'Advaita Vedānta la nozione di māyā fu riletta in rapporto diretto alla teoria epistemologica di Adi Shankara, secondo cui attraverso i sensi non è possibile stabilire in modo definitivo se ciò che appare sia reale o irrealeOsho, I segreti del tantra, Bompiani, Milano 2003, pp. 82 e ss.. In questa prospettiva, māyā non indica semplicemente l'irrealtà del mondo, ma piuttosto una condizione di incapacità conoscitiva della mente umana stessa. L'illusione consiste dunque nell'impossibilità di discriminare in modo assoluto tra essere e non-essere, dato che il mondo appare costantemente mutevole, instabile e in trasformazione, assimilabile in ciò a un costrutto mentale o a una forma onirica dell'esperienza:
Allo stesso modo, si parla della mente umana come un «falso centro», diverso e periferico rispetto al vero essere di ciascuno. In questa chiave, la funzione del maestro spirituale è quella di dissolvere il falso centro percettivo, rendendo possibile il riconoscimento della realtà non mediata dalle proiezioni mentali, restituendo al soggetto una visione non più deformata dell'esperienza.
Buddismo Il Buddismo Mahāyāna, propugnatore fin dai primi Prajñāpāramitāsūtra (I secolo a.C./I secolo d.C.) della dottrina dello śūnyatā ovvero della "vacuità" intesa come realtà intrinseca dei fenomeni («nulla esiste di per sé in quanto tutto è impermanente e correlato agli altri fenomeni»), intende la māyā come illusione del mondo fenomenico ovvero come la realtà convenzionale (vyāvahārika) che nasconde la realtà assoluta (pāramārtika).
Filosofia occidentale moderna Il velo di Maya
Il Velo di Maya è l'espressione coniata da Arthur Schopenhauer nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione, con la quale intende diversi concetti metafisici e gnoseologici propri della religione e della cultura induista e ripresi da vari filosofi moderni.
Il velo di Maya è quindi la rappresentazione di tutto ciò che nasconde la realtà delle cose.
Arthur Schopenhauer nella propria filosofia sostiene che la vita è sogno e che questo "sognare" sia innato (quindi la nostra unica "realtà") e obbedisca a precise regole, valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi.
Questo «velo» come quello di Iside, di natura metafisica e illusoria, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere moksha (cioè la liberazione spirituale) tenendoli così imprigionati nel saṃsāra, ovvero il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Similmente alla metafora della caverna di Platone, l'uomo (e quindi l'umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti fin dalla nascita da un velo; quando se ne libererà, la sua anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) e potrà contemplare finalmente l'essenza della realtà.
Le numerose ed eterogenee correnti induiste attribuiscono significati e funzioni differenti a questo concetto: le correnti dualistiche (ad esempio gli Hare Krishna) la interpretano come il «velo» che impedisce all'essere individuale di riscoprire la propria relazione con Dio, che essi identificano con Krishna; mentre presso le scuole moniste (come, ad esempio, l'Advaita Vedānta) questo «velo» è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria individualità, il senso dell'Io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Ātman (unica entità eterna ed immortale), impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere un individuo distinto dal tutto.
Bibliografia Osho, I segreti del tantra, traduzione di Gagan Daniele Petrini, Bompiani, Milano 2003.
Note Annotazioni
Fonti
Voci correlate Jñāna Śūnyatā Realtà Saṃsāra Vanitas vanitatum et omnia vanitas Vidyā
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