Il termine destra sociale rappresenta una dottrina che, pur restando nell'ambito della destra, mira a coniugare istanze tipiche di quell'orientamento (la tradizione, la gerarchia e l'organicità, il comunitarismo, il nazionalismo) a politiche sociali, comprendendo il corporativismo, la socializzazione dell'economia, eventualmente fino a forme di socialismo nazionale. La destra sociale in tal modo intesa viene classificata nell'insieme delle ideologie dette di "terza posizione" o "terza via", che nelle loro forme radicali si pongono come alternative al capitalismo e al socialismo.
Altri commentatori, come Guido Caldiron, hanno descritto il termine destra sociale come l'insieme delle dottrine che nell'ambito del centro-destra, della destra e dell'estrema destra assumono posizioni critiche nei confronti del liberalismo e del liberismo, propugnando politiche che spaziano dall'economia sociale di mercato alla socializzazione dell'economia, passando per l'economia post-keynesiana. Quest'ultima definizione è però criticata da altri commentatori che, appellandosi alla prima definizione, distinguono il nazionalismo sociale o destra sociale dalla destra conservatrice.
Posizioni È alquanto critica nei confronti dell'economia classica e tollerante nei confronti dell'intervento statale nell'economia in favore delle classi disagiate. Nel suo ramo estremo invece punta all'annullamento del disagio appianando le differenze economiche, realizzabile unicamente mediante la "socializzazione".
Si caratterizza inoltre per una visione corporativista, solidaristica e comunitaria, nell'ambito della quale si ritiene che, per dare slancio alla comunità nazionale, sia innanzitutto necessario valorizzare nella sua azione l'identità nazionale (condividendo alcuni aspetti del conservatorismo nazionale e dell'identitarismo), i valori della famiglia (sostenendo quindi istanze antifemministe, critiche verso uguaglianza di genere e omogenitorialità), dei corpi intermedi (quali associazioni, gruppi politici, ordini professionali) e delle comunità locali, compiendo scelte di carattere economico e sociale basate sui principi della partecipazione e della solidarietà. Essa ritiene che l'individuo si formi e si realizzi compiutamente nell'ambito delle relazioni, in particolare in quelle non utilitariste - prima fra tutte la politica - che riesce a intrecciare nei diversi ambiti in cui dispiega la sua esistenza. La cultura comunitaria ritiene che l'individuo completi la propria realizzazione da “persona umana” come “essere che vive con e per gli altri”, nel contesto della cultura del suo popolo e della sua comunità locale e nazionale.
Secondo Marcello Veneziani il comunitarismo è: “il senso del radicamento in un orizzonte sociale e culturale avvertito come orizzonte comune, plurale e significativo. Comunitario è chi assegna valore all'identità, alla provenienza, dunque all'origine; e alle vie che conducono alle radici, come le tradizioni. Comunitario è chi assegna valore al legame sociale, religioso, familiare, nazionale, che non vive come vincolo ma come risorsa. Comunitario è chi ritiene che ogni Io abbia un luogo originario o eletto, che avverte come patria. Il comunitario infine è colui che assegna importanza al comune sentire, ai riti, le usanze e i costumi di un popolo”.
È per la fiscalità monetaria proposta dal poeta Ezra Pound e successivamente dal professor Giacinto Auriti.Auriti, Giacinto, Il paese dell'utopia. La risposta alle cinque domande di Ezra Pound, Tabula Fati, Chieti, 2002. ISBN 88-87220-36-0
Pur avendo un fondamento laico ed annoverando tra le proprie file anche aderenti atei, la destra sociale riconosce i valori solidaristici cattolici nella storia dell'Europa e del suo popolo, con particolare riferimento alle encicliche sociali Rerum Novarum e Quadragesimo Anno, li concilia con le tradizioni pre-cristiane locali e rispetta qualunque credo religioso che non contrasti con la cultura nazionale (quest'ultimo aspetto viene utilizzato da taluni nazionalisti e nativisti occidentali che ritengono la propria cultura inconciliabile con l'Islam) ed accomuni gli uomini nella loro ricerca di una spiritualità trascendente. All'interno delle varie formazioni riconducibili alla destra sociale si riscontrano inoltre tentativi di recupero delle fedi native dei popoli europei nelle loro varianti neo-pagane e neo-gnostiche.
All'interno della destra sociale si registrano diverse visioni per quanto riguarda politica estera e ambientalismo: in politica estera si riscontrano due visioni, una tradizionalmente antiamericanista e antisionista, e l'altra di segno opposto, filo-statunitense e antislamista; per quanto riguarda l'ambientalismo, in passato si riscontravano due visioni, una più diffusa di stampo sociale, e un'altra di stampo conservatore, mentre oggi tali sensibilità sono pressoché assenti e sostituite da una posizione tendenzialmente anti-ambientalista che utilizza talvolta argomentazioni che negano la responsabilità umana.
Storia Le ideologie provenienti da una matrice di destra sociale sono sorte a partire dal XIX secolo in Europa, nel contesto della Rivoluzione industriale, la quale provocò il diffondersi di disuguaglianze economiche, disagio e povertà. In quel periodo diversi esponenti politici europei, tendenzialmente conservatori, iniziarono a promuovere misure volte a proteggere le classi sociali vulnerabili dalla povertà e dalle disuguaglianze, con l'obiettivo di evitare instabilità e conflitti sociali che potessero infine portare all'affermazione dei movimenti socialisti.
Nel Regno Unito tali progetti vennero sostenuti in quel periodo da esponenti eterodossi del Partito Tory quali Richard Oastler e Michael Thomas Sadler; in Germania, prima della nascita dell'Associazione Nazional-Sociale, fu il cancelliere Otto von Bismarck a creare la prima forma moderna di welfare state e ad adottare un insieme di misure sociali che venne definito dall'opposizione liberale socialismo di Stato; in Francia e in Spagna tali concetti vennero propugnati dai vari movimenti realisti e in parte anche dai bonapartisti. In Italia, inizialmente, vennero sostenute da alcuni esponenti della Sinistra storica, come Francesco Crispi, il quale da presidente del Consiglio si ispirò alle iniziative di Bismarck.
In Italia uno dei primi a parlare di una forma di nazionalismo sociale in economia fu Enrico Corradini, esponente dell'Associazione Nazionalista Italiana. Elaborazioni successive emersero dalle esperienze della Reggenza italiana del Carnaro, del sansepolcrismo e del fascismo sociale (Carta del Lavoro, sindacalismo fascista, legislazione sociale fascista), legate anche agli aspetti rivoluzionari e anticapitalisti, che puntavano ad un cambiamento della società in senso maggiormente spirituale, razionalmente egualitario, e pauperistico, nell'ambito della ricerca della "terza posizione".
Partiti politici Nella cosiddetta Prima Repubblica le istanze della destra sociale erano prevalentemente rappresentate da alcune correnti di pensiero interne al Movimento Sociale Italiano principalmente rappresentate nel corso degli anni da Ernesto Massi, Pino Romualdi e poi anche da Pino Rauti, la quale era però minoritaria e contrapposta alla corrente filo-borghese e filo-atlantista rappresentata da Augusto De Marsanich e successivamente da Arturo Michelini. La sintesi di queste due correnti fu poi trovata in Giorgio Almirante, ex esponente dell'area romualdiana, che individuò nel nazionalismo, nel corporativismo, nel presidenzialismo, nell'anti-regionalismo e nei richiami alla socializzazione i temi capaci di unire le singole componenti. Durante gli anni '50, parte della corrente di sinistra guidata da Massi uscì dal MSI per fondare il Raggruppamento Sociale Repubblicano, partito di destra sociale che tuttavia ebbe vita breve; uno dei membri di tale corrente rimasto nel MSI, Beppe Niccolai, definì la segreteria di Almirante borghese, conservatrice, filo-atlantica e filo-monarchica.
La linea di Almirante, di stampo filo-borghese e conservatore, fu contraria alla teoria rautiana dello "sfondamento a sinistra", che avrebbe portato ad un abbandono della posizione anticomunista per un atteggiamento aperto alle sfide di un mondo in evoluzione, nel tentativo di contendere alla sinistra il suo elettorato su temi quali ambientalismo, antiamericanismo, terzomondismo, in chiave maggiormente anticapitalistahttps://www.secoloditalia.it/2012/11/quando-rauti-spieg-la-crisi-della-sinistra-trentanni-prima/, elemento comunque presente nei programmi sociali del MSI, sebbene ancora orientati verso schemi considerati dal mondo giovanile non sufficientemente critici nei confronti del liberismo. Uno degli elementi di frizione maggiore fu l'idea dei giovani della Nuova Destra di andare oltre gli schemi di destra e sinistra, e di aprire al dialogo con mondi culturali opposti come quello socialista o comunista. Gli elementi di frizione tra la dirigenza e i giovani causò l'abbandono o l'espulsione di alcuni esponenti riconducibili alla destra sociale.
Tuttavia, continuarono a operare nel MSI esponenti che guardavano a "sinistra" sui temi economici e sociali, che negli anni '80 cominciarono a guardare con favore al Partito Socialista Italiano, al suo segretario Bettino Craxi e all'idea di socialismo tricolorehttps://www.marcelloveneziani.com/articoli/quel-fascista-di-sinistra/. Tali esponenti erano maggiormente riconducibili alla corrente di Niccolai (Umberto Croppi, Domenico Mennitti, Pietrangelo Buttafuoco) piuttosto che a quella di Rauti (Giulio Maceratini, Teodoro Buontempo, Adriana Poli Bortone).
In particolar modo, riguardo alla crisi di Sigonella nel 1985 il partito si divise in due fazioni. L'ala maggioritaria, legata alla divisione Occidente-Oriente, caratterizzata da un anticomunismo intransigente che considerava l'Oriente filo-sovietico, era capeggiata da Mirko Tremaglia, Giuseppe Tatarella e Filippo Berselli, con il segretario Almirante sulla linea "alleati sì, servi mai". L'ala minoritaria, filo-palestinese, era invece guidata da Beppe Niccolai e sostenuta da Pino Rauti, Tommaso Staiti di Cuddia ed anche Franco Servello. Proprio Niccolai convinse il comitato centrale missino ad emanare un comunicato a sostegno del presidente del Consiglio Bettino Craxi.
Nel 1990 Pino Rauti, leader dell'ala "sinistra" e vicesegretario del MSI, fu eletto segretario del partito al posto di Gianfranco Fini, delfino di Almirante. Durante il suo primo discorso da segretario, Rauti tratteggiò ulteriormente la sua linea politica, nota già dal 1976, intenzionata a ottenere voti da sinistra, sostenendo anche cause ambientaliste e terzomondiste. Tale linea portò il partito a scontrarsi ideologicamente con altri partiti della destra sociale europea, come il Fronte Nazionale francese di Jean-Marie Le Pen o i Repubblicani tedeschi.
Prima che iniziasse la Guerra del Golfo, Fini palesò prima il proprio appoggio a Saddam Hussein (recandosi a Baghdad con Jean-Marie Le Pen) e a Slobodan Milošević, criticando l'intervento militare della NATO e denunciando apertamente l'imperialismo occidentale, nell'intento di sottrarre consensi al segretario di allora Pino Rauti. In seguito sulla guerra del Golfo la linea dell'opposizione guidata da Fini cambiò a favore dell'intervento in Iraq, allineandosi con l'ala rautiana.
Nella cosiddetta Seconda Repubblica, all'interno del MSI avvenne la Svolta di Fiuggi: i favorevoli alla svolta appoggiarono la confluenza del MSI in Alleanza Nazionale, cercando di arginare l'antiamericanismo e incorporare idee più liberali in tema economico, a seguito anche dell'alleanza con il partito Forza Italia di Silvio Berlusconi; i contrari alla svolta confluirono nel Movimento Sociale Fiamma Tricolore, fondato da Pino Rauti nel tentativo di ricostruire una forza politica dai tratti culturali, ideali e programmatici simili al defunto MSI. All'interno di AN si distinse la corrente Destra sociale guidata da Francesco Storace e Gianni Alemanno.