Il libero arbitrio è un concetto filosofico e teologico secondo il quale ogni persona ha il potere di decidere gli scopi del proprio agire e pensare, tipicamente perseguiti tramite volontà, nel senso che la sua possibilità di scelta ha origine nella persona stessa e non in forze esterne.

Ciò si contrappone alle varie concezioni secondo cui questa possibilità sarebbe in qualche modo predeterminata da fattori sovrannaturali (destino), o naturali (determinismo), per via dei quali il volere degli individui sarebbe prestabilito prima della loro nascita: si parla allora a seconda dei casi di predestinazione, servo arbitrio o fatalismo.

Origine della locuzione La locuzione deriva dal latino liberum arbitrium, espressione composta da liberum («libero») e arbitrium («giudizio, scelta»), ed è attestata già nella tarda antichità. Il concetto, pur avendo antecedenti nella filosofia greca, in particolare nella nozione aristotelica di prohairesis «scelta deliberata», trova una prima sistemazione teorica nel pensiero cristiano di Agostino d'Ippona, autore del trattato De libero arbitrio, nel quale la facoltà di scegliere tra il bene e il male viene interpretata come dono divino e fondamento della responsabilità moraleAgostino d'Ippona, De libero arbitrio, libri I-III (390-395)..

Nel corso del Medioevo, la nozione di liberum arbitrium viene ulteriormente sviluppata dalla scolastica, in particolare da Tommaso d'Aquino, che la collega alla razionalità dell'agire umano.Summa theologiae, I, q. 83. La forma italiana «libero arbitrio» si diffonde nella lingua volgare soprattutto attraverso la tradizione letteraria e filosofica medievale, trovando una formulazione celebre nella Divina Commedia di Dante Alighieri, dove è posta a fondamento della responsabilità etica e della giustizia divinaDante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, XVI..

Problematiche

Il concetto di libero arbitrio ha implicazioni in campo religioso, etico e scientifico, dove pone diversi problemi: in campo religioso il libero arbitrio implica che la divinità, per quanto onnipotente e onnisciente, scelga di non utilizzare il proprio potere per condizionare le scelte degli individui; nell'etica questo concetto è alla base della responsabilità senza cui un individuo non potrebbe rispondere per le sue azioni; in ambito scientifico l'idea di libero arbitrio comporta un'indipendenza del pensiero, e quindi della mente, dalla pura causalità delle leggi scientifiche. La questione ha ripercussioni anche nel diritto, dove il concetto di libero arbitrio e di responsabilità individuale sta alla base del codice di procedura civile e penale.

Approccio filosofico e religioso Il tentativo di conciliare il libero arbitrio dell'uomo con l'onniscienza e onnipotenza divine è stato uno dei maggiori problemi con cui è misurata la teologia cristiana.

Agostino d'Ippona

Per risolverlo, Agostino d'Ippona distinse la libertà propriamente detta, ossia la capacità di dare realizzazione ai nostri propositi, dal libero arbitrio, inteso invece come la facoltà di scegliere, in linea teorica, tra opzioni contrapposte, ossia tra il bene e il male. Mentre cioè il libero arbitrio entrerebbe in gioco solo nel momento della scelta, rivolgendosi ad esempio al bene, la libertà sarebbe incapace di realizzarla.

In polemica contro Pelagio, Agostino poteva così sostenere che la volontà umana è stata irrimediabilmente corrotta dal peccato originale, che ha inficiato per sempre la nostra capacità di realizzare le nostre scelte, e quindi la nostra stessa libertà. A causa della corruzione, dunque, nessun uomo sarebbe degno della salvezza, ma Dio può scegliere gratuitamente chi salvare, elargendo la Sua grazia con cui gli infonde la volontà effettiva di perseguire la scelta del bene, volontà che altrimenti sarebbe facile preda delle tentazioni malvagie.

Agostino si rifaceva in proposito alle parole di Paolo di Tarso: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me».

Nel De diversis quaestionibus ad Simplicianum Agostino approfondì la propria concezione filosofica, sostenendo che la grazia di Dio è necessaria non solo nel momento realizzativo, ma anche per illuminare l'uomo su cosa sia il bene. Egli riportava così il problema di chi Dio scelga di salvare, e perché, all'originale teologia della giustificazione di Paolo di Tarso.

La scolastica

Del problema si occupò successivamente la scolastica cristiana. Secondo Tommaso d'Aquino, il libero arbitrio non è in contraddizione con la predestinazione alla salvezza, poiché la libertà umana e l'azione divina della Grazia tendono ad unico fine, ed hanno una medesima causa, cioè Dio. La volontà libera si distingue da quella non libera perché a differenza di quest'ultima si sottomette ai criteri della ragione, «essendo proprio della medesima potenza il volere e lo scegliere».Summa theologiae, I, q. 83, a. 4. Tommaso, come Bonaventura da Bagnoregio, sostenne inoltre che l'uomo ha sinderesi, ovvero la naturale disposizione e tendenza al bene e alla conoscenza di tale bene. Per Bonaventura tuttavia la volontà ha il primato sull'intelletto.

All'interno della scuola francescana di cui Bonaventura era stato il capostipite, Duns Scoto si spinse più in là, slegando il libero arbitrio da motivazioni razionali, ammettendo la possibilità che esso si determini sia in una direzione che in quella opposta. Il francescano Guglielmo di Ockham, infine, esponente della corrente nominalista, radicalizzò la teologia di Scoto affermando che l'essere umano è del tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell'uomo, la cui salvezza però non è frutto della predestinazione, né delle sue opere. È soltanto la volontà di Dio che determina, in modo del tutto inconoscibile, il destino del singolo essere umano. Egli cioè concepì il libero arbitrio come «arbitrio dell'indifferenza» (arbitrium indifferentiae), ossia come puro arbitrio, indipendente da ogni motivazione passionale o razionale.

Il suo allievo Giovanni Buridano avrebbe illustrato questa posizione estrema con il celebre paradosso dell'asino a lui attribuito.Guglielmo Tennemann, Manuale della storia della filosofia, trad. it. di Francesco Longhena, vol. 1, pag. 372, Milano, Fontana, 1832.

Dante Alighieri

Nel pensiero di Dante Alighieri il libero arbitrio occupa un ruolo centrale, in quanto fondamento della responsabilità morale e della giustizia divina. Nella Divina Commedia, e in particolare nel Purgatorio, Dante affronta esplicitamente il problema del rapporto tra libertà umana e influenze naturali o astrali, negando ogni forma di determinismo assoluto. Celebre è il passo del canto XVI, in cui, per bocca di Marco Lombardo, egli afferma che, se le azioni umane fossero interamente determinate da cause esterne, «fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia».Cioè «sarebbe distrutto il libero arbitrio, e non vi sarebbe giustizia». Cfr. Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, XVI, vv. 103-108.

Secondo Dante, sebbene gli influssi celesti possano inclinare l'uomo verso determinate disposizioni, essi non ne determinano necessariamente le scelte, poiché all'essere umano è stato dato «lume» per distinguere il bene dal male e «libero voler» per orientarsi di conseguenza.Purgatorio, XVI, vv. 73-75. Il libero arbitrio è pertanto condizione imprescindibile sia per il peccato sia per la redenzione, e giustifica l'ordinamento morale dell'aldilà, dove le anime sono premiate o punite in base alle loro scelte.

Tale concezione si inserisce nella tradizione teologica medievale, in particolare nel solco di Agostino d'Ippona e Tommaso d'Aquino, ma si distingue per l'accento posto sulla responsabilità individuale anche in ambito storico e politico: la corruzione del mondo, secondo Dante, non è imputabile alla natura umana o a Dio, bensì alle cattive scelte degli uomini.Purgatorio, XVI, vv. 97-102.

Umanesimo e Rinascimento

Su diversi presupposti culturali, l'età dell'Umanesimo e del Rinascimento portò a esaltare il valore della libertà umana, intesa ora come capacità di diventare arbitri del proprio destino, assumendo un ruolo attivo nell'universo, all'interno del quale Marsilio Ficino attribuiva all'uomo una posizione centrale, quella di copula mundi,Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, pp. 228-230, Giunti Editore, 1999. cioè anello di congiunzione fra Dio e la dimensione terrestre.

Questo nuovo ideale di homo faber, detentore di un sapere non più soltanto contemplativo fine a se stesso, ma che racchiudeva un potere, funzionale all'azione, era ricondotto pur sempre ad un contesto sacro, non implicando sovvertimento dell'ordine naturale, quanto piuttosto la facoltà di trascenderlo personalmente.Julien Ries, Antropologia, umanesimo e sacro, in L'uomo religioso e la sua esperienza del sacro, pag. 363, vol. III, trad. it. di Riccardo Nanini, Milano, Editoriale Jaca Book, 2007; anche in Crisi, rotture e cambiamenti, pag. 377, a cura di Ugo Bianchi, vol. IV di Trattato di antropologia del sacro, Milano, Jaca Book, 1995.

Pico della Mirandola, ad esempio, celebrava la peculiarità dell'uomo proprio perché, a differenza di tutti gli altri esseri della «scala» gerarchica, ognuno dotato di caratteristiche già determinate per necessità, era l'unico a potersi forgiare da solo, e ad avere possibilità di scegliere se evolversi verso lo spirito o abbrutirsi verso la materia.

Le dispute tra Lutero, Erasmo, Calvino

Con l'avvento della Riforma, Martin Lutero tornò a insistere sulla teoria della predestinazione, di cui si appropriò, negando alla radice l'esistenza del libero arbitrio: non è la buona volontà che consente all'uomo di salvarsi, ma solo la fede, infusa dalla grazia divina. È solo Dio, quello absconditus della tradizione occamista, a spingerlo in direzione della dannazione o della salvezza.Lutero, De servo arbitrio, 1525.

Alla dottrina del servo arbitrio Erasmo da Rotterdam replicò che il libero arbitrio è stato sì viziato ma non distrutto completamente dal peccato originale, e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e la misericordia divina diventano prive di significato.Erasmo da Rotterdam, De libero arbitrio, 1524. Se infatti l'essere umano non avesse la facoltà di accettare o rifiutare liberamente la grazia divina che gli viene offerta, perché nelle Scritture sono presenti ammonimenti e biasimi, minacce di castighi ed elogi dell'obbedienza? Se inoltre, come predicava Lutero, l'uomo non ha bisogno di chiese e organi intermediari tra sé e Dio, ma è l'unico sacerdote di se stesso, come si concilia questa supposta autonomia con la sua assoluta impossibilità di scelta in ambito morale?

Particolarmente incisivo è l'esempio che Erasmo presenta per supportare la sua soluzione, quello di un padre e del suo figliolo che vuole cogliere un frutto: il padre alza nelle sue braccia il figlio che ancora non sa camminare, che cade e che fa degli sforzi disordinati; gli mostra un frutto posato davanti a lui; il bambino vuole correre a prenderlo, ma la sua debolezza è tale che cadrebbe se il padre non lo sostenesse e guidasse. È quindi solo grazie alla conduzione del padre (la Grazia di Dio) che il bambino arriva al frutto che sempre suo padre gli offre; ma il bambino non sarebbe riuscito ad alzarsi se il padre non l'avesse sostenuto, non avrebbe visto il frutto se il padre non glielo avesse mostrato, non sarebbe potuto avanzare senza la guida del padre, non avrebbe potuto prendere il frutto se il padre non glielo avesse concesso. Cosa potrà arrogarsi il bambino come sua autonoma azione? Malgrado non avrebbe potuto compiere nulla con le sue forze senza la Grazia, ha purtuttavia fatto qualcosa.