La traslitterazione (o translitterazione) è l'operazione consistente nel trasporre i grafemi di un sistema di scrittura nei grafemi di un altro sistema di scrittura (generalmente un alfabeto), in modo tale che a uno stesso grafema o sequenza di grafemi del sistema di partenza corrisponda sempre uno stesso grafema o sequenza di grafemi del sistema di scrittura di arrivo, e ciò indipendentemente dalla pronuncia delle due lingue. I due sistemi di scrittura devono dunque essere equipollenti: una traslitterazione non può essere ambigua e la corrispondenza tra gli elementi dei due sistemi grafici deve essere biunivoca. A partire da una traslitterazione bisogna essere in grado di ricostruire il testo nel sistema di scrittura originale.

La traslitterazione non deve essere confusa con la trascrizione, che consiste invece di una trasposizione scritta dei foni (trascrizione fonetica) o dei fonemi (trascrizione fonematica) di una lingua utilizzando sistemi di scrittura ideati per questi usi. Tuttavia, va osservato che il termine "traslitterazione" viene spesso comunemente usato in senso lato per indicare una trascrizione: si veda ad esempio la traslitterazione dall'arabo, che effettivamente consiste in un sistema di trascrizione, non di traslitterazione, in quanto non c'è una corrispondenza biunivoca tra il sistema di trasposizione e il sistema di scrittura arabo.

Normalizzazione Per quanto impropriamente chiamata anche translitterazione, la normalizzazione non opera tra due alfabeti. Si tratta invece di "ridurre" le lettere accentate dell'alfabeto latino alle ventisei canoniche, più altri cambiamenti come la riduzione di altri caratteri speciali (come il trattino, l'apostrofo o l'e commerciale) secondo tabelle prestabilite. A titolo di esempio, nella zona macchina-leggibile dei passaporti e di altri documenti biometrici, l'ICAO utilizza per l'alfabeto latino le seguenti normalizzazioni (trattandosi di nomi, gli unici caratteri speciali possibili sono l'apostrofo, che viene eliminato, e il trattino, rivisto come uno spazio): Cancellazione del segno diacritico: ad esempio, à diventa a, é diventa e, î diventa i, š diventa s; Scioglimento delle legature: æ viene riscritto come ae; Utilizzo della normalizzazione tradizionale germanica, per cui l'umlaut (presente in ä, ö e ü) viene riscritto come una e (generando così ae, oe, ue) e l'eszett (ß) viene ridotta a ss; Utilizzo della normalizzazione tradizionale scandinava, in cui la a con l'anello (å) viene ridotta ad aa, l'o tagliata (ø) diventa oe, le due affricate islandesi ð e þ diventano dh e th.

Dunque, gli ipotetici signori Gößlin, Þorvaldson, Amédé-François si troveranno i loro nomi nella riga del passaporto scritti come GOESSLIN, THORVALDSON e AMEDE FRANCOIS.

Nell'assegnazione del codice fiscale italiano, l'Agenzia delle Entrate usa la medesima normalizzazione, eccettuata la soppressione dell'apostrofo e con l'aggiunta che l'accento grave oppure acuto in fin di parola viene tramutato come apostrofo (uso consuetudinario mutuato dall'epoca delle macchine da scrivere, nelle quali le maiuscole accentate non erano presenti e si sopperiva tramite l'apostrofo). Dunque, da un punto di vista legale, l'ipotetico signor Nicolò Giosuè D'Andrea è in realtà registrato all'anagrafe italiana come NICOLO' GIOSUE' D'ANDREA.

Nazionalizzazione degli antroponimi In passato, era prassi naturale considerare persino gli antroponimi come parole di una lingua e, quindi, traducibili o comunque riconducibili a forme più comuni per la lingua d'arrivo. Tuttavia, quando si iniziavano ad incontrare lingue difficilmente compatibili da un punto di vista fonetico e morfologico, nonché con la nascita di cognomi dal significato o comunque non più valido in senso letterale, la pratica iniziò a scemare, rimanendo soltanto per quei prenomi la cui corrispondenza era attestata, come ad esempio Carlo Darwin (dov'era nota e accettata l'equivalente con l'inglese Charles). Con l'affermarsi però della burocrazia, per la quale tali cambiamenti dovevano essere attestati con apposite note di cambio di nome, considerato poi il fatto che non sempre tali cambiamenti avvenivano per decisione conscia del portatore, la pratica è scemata completamente, restando in essere soltanto per i sovrani regnanti (come Carlo III del Regno Unito oppure Filippo VI di Spagna) e i loro congiunti più prossimi, eccettuato il caso in cui questi siano noti grazie alla stampa col nome originale (come per William, principe di Galles, oppure Juan Carlos, re emerito di Spagna).

In altre lingue, invece, questa prassi di nazionalizzazione degli antroponimi esiste ancora anche per i casi non-nobiliari: in ceco e slovacco, per ragioni di grammatica, i cognomi delle donne terminano in -ová. Questo suffisso viene esteso anche ai cognomi stranieri. in gaelico, i nomi gaelici vengono tradotti, partendo dal presupposto che la forma inglese sia una variante degli stessi. Ad esempio, l'ipotetico signor Patrick McDonald verrà chiamato Pádraig MacDhòmhnaill in gaelico; questo però non si estende ai nomi di non-gaelici: Patrick Smith non diventa Pádraig Smith. in lettone, tutti i nomi stranieri, qualunque ne sia l'origine, devono essere scritti con l'ortografia lettone ed essere regolarmente declinabili in lettone. per le lingue classiche, la nazionalizzazione viene preferita per tradizione (in italiano, ad esempio, si parla di Giulio Cesare, di Annibale Barca e persino di Viroato, non di Iulius Caesar, Hannibal Barca, Viroathus; tuttavia, questo non si estende ai casi di latinizzazione in epoca moderna, come Goethius per Goethe, che non viene chiamato Gezio in italiano); in virtù del fatto che i caratteri cinesi sono tradizionalmente i medesimi utilizzati per il cinese classico, i nomi cinesi in Vietnam e Giappone vengono letti sulla base della pronuncia locale dei caratteri cinesi corrispondenti e, viceversa, in Cina i nomi appartenenti alla sfera sino-xenica vengono letti con la moderna pronuncia mandarina.

Traslitterazione verso altri alfabeti Normalmente, essendo scritto l'italiano con lettere latine, si suppone implicitamente che "traslitterazione" si riferisca alla romanizzazione a partire da sistemi di scrittura terzi. Tuttavia, anche il processo inverso è possibile: Cirillizzazione: trascrizione verso l'alfabeto cirillico. Questo può essere sia da alfabeti terzi (ad esempio, dall'alfabeto latino o dai caratteri cinesi) sia da altre versioni dell'alfabeto cirillico (ad esempio, dal cirillico russo al cirillico serbo). In particolar modo, per il serbo-croato, la trascrizione dal croato scritto in lettere latine e dallo sloveno si fa tramite le corrispondenze fra l'alfabeto di Gaj e l'alfabeto cirillico serbo. Per le trascrizioni verso l'alfabeto cirillico russo, il sistema in uso è quello pubblicato da Giliarevski e Starostin, con delle lievi modifiche per le trascrizioni verso l'ucraino e il bielorusso. Nel caso della versione serba del serbo-croato, indipendentemente dal fatto che sia scritta in lettere latine o cirilliche, tutti i nomi di origine straniera devono conformarsi alle regole ortografiche serbe, per riuscire così a mantenere la corrispondenza biunivoca tra i due alfabeti (ad esempio, il primo presidente americano viene scritto in serbo come Džordž Vašington/Џорџ Вашингтон); questo sistema, invece, non è in uso nella versione croata. Coreizzazione: trascrizione verso l'hangeul. Il governo sudcoreano ha pubblicato regole ufficiali per trascrivere diverse lingue del mondo in maniera univoca. Ellenizzazione: trascrizione verso l'alfabeto greco. Se per l'epoca odierna non ci sono sistemi ufficiali, noi possiamo però contare per l'epoca antica l'esistenza di schemi per l'ellenizzazione del latino, dell'ebraico biblico e, in misura meno sistematica, del sanscrito. Nipponizzazione: il giapponese è una lingua con una struttura sillabica ristretta. La trascrizione di parole straniere fa uso del sillabario katakana, con poche espansioni d'uso comune per certi suoni assenti in giapponese (ad esempio, le sillabe che iniziano per f-, visto che di queste in giapponese esiste soltanto fu) e altre divenute obsolete (come le sillabe che iniziano in l-, invenzione della Chiesa cattolica per insegnare i canti latini). Per quel che riguarda, però, la trascrizione dal cinese, non si bada al suono, bensì alla mera trasposizione dei caratteri cinesi, che verranno poi letti in base alla pronuncia giapponese degli stessi. Sinizzazione: anche il cinese presenta una struttura sillabica ristretta. Le trascrizioni da lingue straniere seguono le tabelle pubblicate dall'Agenzia Nuova Cina, ma trascrizioni alternative che invece tentavano di mantenere anche il significato della parola sfruttando il significato intrinseco dei caratteri cinesi possono venir comunque trovate in ambito pubblicitario. Poiché però la maggior parte delle parole cinesi è bisillabica, mentre le trascrizioni di nomi stranieri possono necessitare di molti più caratteri, non è raro trovare delle abbreviazioni per i nomi stranieri più in uso, come nel caso di molti paesi occidentali, dei quali è stato ritenuto solo il primo carattere seguito dal carattere per paese, come nel caso della Francia, la cui trascrizione propria è 法兰西 (Fǎlánxī), ma in cinese si trova quasi universalmente 法国 (Fǎguó).

Arabo L'alfabeto arabo è propriamente detto un abjad: gli unici segni scritti sono le consonanti e le madri di lettura (delle consonanti utilizzate per simboleggiare una vocale lunga, ad esempio la vav, che può essere utilizzata sia per il suono consonantico /w/, sia per la vocale lunga /u:/). Testi che necessitano di una resa fonetica precisa, come il Corano o i libri per l'apprendimento della lingua, utilizzano poi anche un sistema di diacritici che permette di specificare le vocali brevi. Le tre madri di lettura per l'arabo l'alif (colpo di glottide come consonante, a lunga come vocale), la ya' (/j/ come consonante, /i:/ come vocale) e la vav (/w/ come consonante, /u:/ come vocale).

Considerata la natura di abjad dell'alfabeto arabo, ogni sua trascrizione propriamente detta, in realtà, supplisce anche le vocali relative, corte o lunghe. Di seguito, la tabella per la trascrizione scientifica delle consonanti dell'arabo: ا ب ت ث ج ح خ د ذ ر ز س ش ص ض ط ظ ع غ ف ق ك ل م ن ه و ي ء ة ʼ / ā b t ṯ (th) ǧ ḥ ḫ (kh) d ḏ (dh) r z s š (sh) ṣ ḍ ṭ ẓ ʿ ġ (gh) f q k l m n h ū / w ī / y ʼ ä / t

Invece, la trascrizione solita delle consonanti, tipica dei passaporti, è la seguente: ا ب ت ث ج ح خ د ذ ر ز س ش ص ض ط ظ ع غ ف ق ك ل م ن ه و ي ء ة (non trascritto) b t th j h kh d dh r z s sh s d t z (non trascritto, ma trasforma la u che lo segue in o) gh f q k l m n h w y (non trascritto) (non trascritto)

Per le vocali, la trascrizione scientifica impone che quelle lunghe abbiano un macron sopra (ā, ī, ū), mentre la trascrizione solita dei passaporti non fa differenza tra vocali lunghe e corte. In arabo, inoltre, ci sono due dittonghi, aj/ay e aw, che in arabo classico venivano pronunciati come dittonghi, ma che al giorno d'oggi vengono letti come /e:/ ed /o:/ nella maggior parte dei dialetti e, quindi, possono esser a volte trascritti come e/ei/ey (come in Sharm el-Sheikh) e o.

Si noti, però, che alcuni nomi sono ormai traslitterati in maniera diversa, come Gheddafi, Gaza, muezzin. Da queste trascrizioni, in uso soprattutto nell'epoca coloniale, si può dedurre uno pseudo-sistema che converte dalla trascrizione in uso nei passaporti a quella di stampo coloniale: La J è ritenuta essere G dolce La Q e il GH sono ritenuti essere G dura (però Q a fine parola diventa K oppure CH; eccezionalmente GH diventa R in Giarabub) La K è ritenuta essere C dura La Z può diventare S se fra due vocali La Y diventa I (o scompare, se preceduta già da I) La W diventa U (o scompare, se preceduta già da O oppure U) La A corta può diventare E KH diventa C dura DH diventa Z I dittonghi arabi AY e AW diventano E e O