Biografia

L'infanzia Ippolita nacque il 18 aprile 1445 da Francesco Sforza, famosissimo condottiero e futuro duca di Milano, e da Bianca Maria Visconti, unica figlia del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Fin da fanciulla dimostrò precocità d'intelletto, amore per le lettere ed una certa passione per la caccia, favorita in questo dal padre che le donava spesso levrieri per le loro tenute di campagna. Francesco Sforza chiedeva talvolta alla giovanissima figlia di fare da intermediaria fra lui e la madre, affinché lo aiutasse a rientrare nelle grazie di Bianca Maria, le volte in cui egli e la moglie entravano in lite per qualche ragione.

Ebbe per maestri Guiniforte Barzizza, di Baldo Martorelli, umanista marchigiano erede della pedagogia umanista di Vittorino da Feltre, e Costantino Lascaris, che le impartì lo studio del greco e le dedicò una Grammatica greca.

Arienti così la descrive:

Il matrimonio Il 10 ottobre 1465 andò in sposa al duca di Calabria Alfonso d'Aragona, figlio di re Ferrante di Napoli. Quest'ultimo inviò il secondogenito Federico con seicento cavalli a Milano a sposare per procura Ippolita in nome del fratello e ad accompagnarla nella sua nuova dimora.

La sposa aveva già lasciato Milano col corteo nuziale, quando il matrimonio rischiò di saltare a causa della morte improvvisa del condottiero Jacopo Piccinino, genero di Francesco Sforza. Ferrante d'Aragona infatti l'aveva precedentemente attirato a Napoli con la falsa promessa di una condotta e poi per vendetta fatto incarcerare, in quanto il condottiero aveva combattuto contro di lui durante la prima rivolta baronale. Jacopo Piccinino morì poco dopo l'arresto, a detta di Ferrante per essere precipitato dalla finestra a seguito di un fallito tentativo di fuga, ma secondo i più fu strangolato in carcere per ordine del sovrano. Francesco Sforza si adirò talmente tanto per la sua morte da bloccare il corteo di nozze della figlia, minacciando di disdire le nozze. La situazione alla fine si risolse e Ippolita, dopo essersi trattenuta per due mesi a Siena ed essere passata poi per Roma, raggiunse Napoli il 14 settembre, dove con grande magnificenza venne ricevuta da Alfonso suo marito e dal suocero Ferrante, il quale per celebrare il matrimonio allestì molte feste e spettacoli.

Nei primi tempi i rapporti col marito, più giovane di lei di tre anni, dovettero essere buoni, se in quello stesso anno la quindicenne Eleonora d'Aragona, in procinto a sua volta di sposarsi col fratello minore d'Ippolita, Sforza Maria Sforza, desiderava "pur qualcuna de le carezone [che] vede fare alcuna volta dal duca de Calabria alla duchessa",Archivio storico lombardo, 1914, p. 426. e se Ippolita stessa scrive alla madre che lei e Alfonso dormivano insieme ogni notte e che spesso si divertivano fra cacce e sollazzi nelle residenze di campagna. In questi termini ella descrive ad esempio il marito in una delle tante lettere: "el mio Ill.mo consorte [...] et con caccia di falconi et nebbii et con giugare al ballone et con leggere et interpretarme uno suo libro spagnuolo de regimento de stato et molte altre cose morale, me ha tenuto et tene in grandissimo piacere".

Se così era, dunque i rapporti fra i coniugi dovettero deteriorarsi in seguito col tempo, sia per i continui e sfacciati tradimenti di Alfonso, che avrebbe trovato una nuova e compiacente amante in Trogia Gazzella, sia per il carattere che lo contraddistingueva. In effetti già poche settimane dopo le nozze si ha notizie delle prime gelosie di Ippolita nei confronti del coniuge: Alfonso è descritto da dame e ambasciatori come un giovane molto bello, "tanto grazioxo che non se poria dire", ma "tanto vivo ch'el non poria stare fermo meza hora".

Anche Alfonso tuttavia si mostrò geloso della moglie: nell'estate del 1466 non volle che Ippolita giocasse più con Giovanna da Correggio, moglie di Roberto Sanseverino, quando questa si recava a trovarla accompagnata dal proprio parente Gian Francesco. Forse il figlio o un altro omonimo.

A partire dal dicembre 1466 alcune lettere sia degli ambasciatori sia della diretta interessata riportano un episodio di gelosia da parte di Ippolita, a quel tempo gravida del primogenito, la quale aveva incaricato un proprio servitore, certo Donato, di pedinare il marito dovunque andasse. Alfonso pertanto, accortosi d'essere seguito, aveva reagito con un gesto assai deciso nei confronti di Donato che non ci è dato sapere (l'ambasciatore Pietro Landriani parla di bastonate), ma che tuttavia deve essere stato assai grave se Ippolita se ne mostra addoloratissima, scrivendo alla madre: "questa cosa de Donato che non me scordarò mai [...] non una ferita al core, ma credo se apresse per mezzo tanto fu el dolore mio et serà".

Re Ferrante minimizzò l'accaduto coi parenti milanesi, dicendo che "queste guerre del giorno hanno pace la sera", ma la situazione non migliorò neppure con l'annuncio della prima gravidanza della duchessa.

La reazione violenta di Alfonso non deve sorprendere: egli fu non a caso odiatissimo dal popolo napoletano per aver offeso i propri sudditi con "crudelissimi insulti et iniurie", per essersi reso colpevole dei crimini più nefandi, quali "violar virgine, prender per suo dilecto le donne d'altri" e per praticare il "vitio detestando et abominevole de la sodomia", stava dunque solamente iniziando a manifestare alla consorte il proprio reale carattere. Nondimeno Ippolita come moglie gli rimase sempre e comunque fedele, difatti ella "si distinse per l'alta fedeltà verso il temibile marito e per l'inaudita pudicizia", e, in ogni caso, ancora nel 1487 risulta che Alfonso avesse con lei un forte legame, "dormendo continuamente con Madama duchessa di Calabria", tanto da stupire i medici, che non riuscivano a capire come potesse mantenersi in salute, pur essendo continuamente in attività e riposandosi pochissimo.Archivio Storico per le Province Napoletane, Nuova serie Anno IX. - XLVIII. dell'intera collezione, 1923, p. 284.

Re Ferrante si mostrò dal canto proprio soddisfattissimo della nuora per la sua bellezza, intelligenza e costumanza, a tal punto che gli ambasciatori sforzeschi scrivevano che "la Maestà del re non have altro piacere, né altro paradiso non pare che trove, se non quando la vede danzare et anche cantare". Dalle lettere alla madre traspare a tal proposito del disagio per le dimostrazioni d'affetto eccessive del suocero.

Ella strinse ottimi rapporti d'amicizia anche col cognato Federico, come lei amante delle lettere e uomo dall'animo assai sensibile, che spessissimo l'andava a trovare in Castel Capuano o nella villa detta della Duchesca trattenendosi in sua compagnia.

Per tutta la vita Ippolita si trovò a svolgere il ruolo di pacificatrice tra Milano e Napoli e tra Napoli e Firenze, in quanto i rapporti tra le varie potenze erano tesi e Ferrante fu in parte responsabile della famosa congiura dei Pazzi. Nel 1480 difatti quando Lorenzo de' Medici si recò, non senza qualche timore, a Napoli per cercare di mediare una pace con Ferrante, non lasciò Firenze prima d'essere stato rassicurato da Ippolita sul fatto che Ferrante non l'avrebbe incarcerato e ucciso così com'era solito fare con gli ospiti.Già nel 1468 del resto Ippolita era tornata alla corte di Milano per tentare di pacificare il fratello Galeazzo Maria, divenuto duca dopo la morte del padre, con la loro madre Bianca Maria e parimenti col suocero Ferrante. Tuttavia la visita si rivelò assai breve, in quanto Ippolita, all'epoca nel pieno della propria bellezza di donna, fu costretta a tornare rapidamente a Napoli per sfuggire, pare, alle lusinghe del fratello, il quale mostrava nei suoi confronti sentimenti assai ambigui. Battibecchi col fratello furono dovuti anche al fatto che Ippolita, su richiesta della cognata Bona, cercava di scoprire se Galeazzo avesse delle amanti. Questi ammise infine i propri tradimenti, rinfacciando però sarcasticamente alla sorella «che lui trattava sua moglie meglio di quanto il marito non trattasse lei».Sesso nel Rinascimento: pratica, performance, perversione e punizione nell'Italia Rinascimentale (Firenze: Le Lettere, 2009), Allison Levy; Evelyn Welch, Between Milan and Naples: Ippolita Maria Sforza, Duchess of Calabria, in The French Descent into Renaissance Italy, 1494-1495: Antecedents and Effects, a cura di David Abulafia, Ashgate, Aldershot 1995, pp. 123-136, spec. pp. 130-131. Come madre fu assai affezionata ai propri figli, e lo dimostra la tenera lettera che scrisse alla propria madre per annunciarle la nascita del primogenito Ferrandino, nella quale si augura che il figlioletto, crescendo, le dimostri il medesimo affetto ch'ella dimostrava tuttora alla propria genitrice. Oltre che i tre figli avuti da Alfonso, Ippolita crebbe come propri anche i due nipotini, Beatrice e Ferrante d'Este, figli della cognata Eleonora d'Aragona, la quale li aveva lasciati ancora bambini presso la corte di Napoli per volontà del padre Ferrante.

La morte Morì improvvisamente il 19 agosto 1488 in Castel Capuano, poco prima delle nozze della figlia Isabella, a detta dell'Arienti a causa di un "apostema nel capo".

La sua morte fu profetata da frate Francesco detto d'Aragona, che si trovava nella città di Firenze: da lì il frate scrisse alla duchessa, la quale gli raccomandava di pregare per l'anima della madre, d'avere avuto una visione nella quale la defunta Bianca Maria Visconti gli riferiva di aver supplicato Dio di far entrare la figlia con sé in paradiso, aggiungendo che ormai il pane era cotto e che l'Onnipotente era impaziente di gustarne al proprio convito. Due o tre giorni dopo aver ricevuto la lettera, Ippolita s'infermò gravemente e sedici giorni dopo morì, nonostante tutte le processioni e le reliquie - quali il sangue di San Gennaro, il crocefisso cui parlò San Tommaso d'Aquino e la testa di San Luca Evangelista - portate al suo capezzale.

I suoi familiari le furono sempre accanto, compresi il re e la regina, e così anche il primogenito Ferrandino il quale, inizialmente molto lontano da casa, non appena ricevuta notizia della malattia della madre subito tornò per confortarla, essendo da quest'ultima massimamente amato. Il secondogenito Pietro era invece malato in letto e in punto di morte, e per questo motivo gli fu tenuta segreta la dipartita della madre, per non cagionargli un dispiacere che avrebbe potuto ucciderlo.

Furono fatte grandissime esequie e la defunta, vestita di broccato bianco, con un cerchio d'oro sulla testa e gioielli e anelli alle dita, fu sepolta nella chiesa dell'Annunziata di Napoli.

Il fervore religioso Ippolita morì in odore di santità per via della condotta profondamente religiosa che aveva tenuto in vita: ogni giorno ascoltava tre messe, a volte anche quattro o cinque, in ogni caso non meno di due. Così recitava quotidianamente il rosario e leggeva un libro di preghiere grande quanto un salterio e uno grande quanto un vesperale, stando inginocchiata dinanzi all'immagine della Vergine. Recitava anche sette salmi penitenziali e preghiere in suffragio dei genitori e dei parenti defunti, conservando tale abitudine per più di vent'anni.Bernardino da Rende, Trattato della laudanda vita e della profetata morte di Ippolita Sforza d'Aragona, a cura di Francesco Sica, Edisud Salerno, 2007.