Biografia Esordi

Nato ad Alata, in Corsica vicino ad Ajaccio, da Giuseppe Maria (1730-1781) e Maria Maddalena Giovannai, da cittadino genovese (l'isola sarebbe stata ceduta alla Francia solo quattro anni più tardi).

Studiò nel convento di Vico, poi al collegio reale di Ajaccio, e infine il 30 maggio 1787 si laureò in diritto con il professore Tosi all'Università di Pisa, ove fu compagno di studi di Giuseppe Buonaparte (nato nel 1768 e laureatosi il 24 aprile 1788). Si trattava, d'altronde della tradizione della nobiltà còrsa: fra il 1737 e il 1801, ad esempio, oltre 100 giovani còrsi conseguirono la laurea a Pisa.

In quegli anni la sua famiglia era vicina a quella dei Buonaparte e Carlo Andrea conobbe assai bene, oltre Giuseppe, anche il minore Napoleone (classe 1769): erano fra loro cugini di 5º grado, eredi di due famiglie fedeli a Pasquale Paoli nel suo tentativo indipendentista. Carlo Maria Buonaparte aveva, addirittura, servito, come aiutante di campo del Paoli alla battaglia di Pontenuovo del 9 maggio 1769, che segnò la sconfitta dei Còrsi e l'esilio del Paoli, imbarcatosi a Porto Vecchio il 13 giugno di quell'anno.

Gli anni della rivoluzione francese Delegato moderato a Parigi Il vero debutto politico di Carlo Andrea ebbe luogo nel 1791, quando fu eletto delegato della Corsica agli Assemblea legislativa a Parigi. Inizialmente gli fu affidata, addirittura, la redazione di uno speciale cahier de doléances: non senza effetto, tenuto conto che, in quel 1789, l'assemblea dichiarava l'isola parte integrante del regno di Francia, vi estendeva i diritti e le leggi francesi e richiamava i fuorusciti còrsi, vietando che fossero perseguitati.

Qui Pozzo sedette sui banchi della destra e si oppose a provvedimenti quali la Costituzione civile del clero. Sinché dovette fuggire, nell'agosto 1792, al precipitare degli avvenimenti coinciso con la prima comune di Parigi e la proclamazione della repubblica: Pozzo, in effetti, aveva mantenuto idee monarchiche, piuttosto pericolose nella Parigi di quegli anni tumultuosi.

Rientro in Corsica

Rientrato in Corsica, venne calorosamente accolto da Pasquale Paoli, che lo scelse come capo del governo civile (procuratore-generale-sindaco), mentre egli stessoIl Paoli era tornato a Parigi all'inizio della Rivoluzione francese e accolto con grande entusiasmo e onori ed era rientrato in Corsica il 14 luglio 1790, a Macinaggio. comandava l'esercito, con il titolo di luogotenente generale conferitogli nel luglio 1792.

La politica dell'isola era gravemente condizionata dai tre partiti principali: ai tradizionali indipendentisti si erano aggiunti (per divisione del partito francese) i monarchici fedeli al Borbone e i giacobini. Nelle sue memorie il Pozzo ricorda come tali divisioni derivassero «meno da divergenze ideologiche, che dall'ambizione che portava le diverse famiglie di notabili ad affermarsi nel piccolo quadro (così ristretto) della Corsica». In particolare Pozzo era rimasto fedele al partito indipendentista del Paoli. Al contrario, i fratelli Buonaparte, memori della scelta filo-francese operata dal padre Carlo Maria (almeno dal 20 settembre 1769 quando aveva accettato la nomina ad assessore della corte reale – l'amministrazione - borbonica di Ajaccio e del suo distretto), erano divenuti paladini del partito giacobino.

Probabilmente, alla definitiva rottura dei rapporti, contribuì la morte dei due vecchi alleati: Carlo Maria era morto nel 1785, Giuseppe Maria il 7 giugno 1781, nella natia Alata.

L'assedio di Cagliari La rottura fra indipendentisti e giacobini non si era ancora consumata. Pozzo e il Paoli non rifiutavano la propria collaborazione. Tant'è che, quando Parigi organizzò una prima invasione della Sardegna (possesso di Carlo Emanuele IV di Savoia) affidata all'ammiraglio Truguet, Pasquale Paoli gli affidò un reggimento di volontari, comandato da suo nipote, il Colonna-Cesari.

Sbarcati presso Cagliari l'8 gennaio 1793, i còrsi vennero accolti a cannonate. Risposero bombardando la città e, alcuni giorni dopo, sbarcarono al forte di Sant'Elia, dove vennero respinti e costretti a reimbarcarsi in grande disordine. Fino a che, il 17 febbraio, vennero sorpresi da una tempesta e fecero vela verso la Corsica.

La battaglia de La Maddalena Nel frattempo Napoleone era stato nominato tenente-colonnello, a capo di un reggimento di volontari còrsi. Questi si erano resi protagonisti di violenti scontri con soldati e marinai regolari a Bastia e ad Ajaccio. Cosicché si pensò di organizzare una spedizione militare contro l'arcipelago della Maddalena, possesso del re di Sardegna.

Essa venne affidata, per incarico del Paoli, al Colonna-Cesari. Le truppe, circa 800 uomini (compresi 150 regolari francesi), partirono da Bonifacio il 22 febbraio 1793, presero l'isolotto di Santo Stefano, da dove il 24 febbraio l'artiglieria comandata dal Buonaparte prese a bombardare La Maddalena, difesa da 150 soldati e 300 miliziani. Questi seppero rispondere con una certa efficacia, grazie ad una batteria piazzata sulla punta meridionale di Caprera e comandata da Domenico Millelire, a sua volta sostenuto da due navigli e da una batteria sita dalla parte di Palau. La notte fra il 25 e il 26 l'equipaggio dell'unica corvetta francese si ammutinò e comunicò di voler ripartire per Bonifacio. Dal che Colonna-Cesari e Napoleone si reimbarcarono abbandonando a terra anche i cannoni.

Ministro della Corsica indipendente e anti-giacobina Già mentre le barche ripassavano lo stretto, Napoleone pronunciava durissime accuse contro l'incolpevole Colonna-Cesari. Alcuni giorni dopo rincarò la dose, scrivendo non solo al Paoli ma anche al ministro della guerra a Parigi, denunciando viltà e tradimento (evidentemente per coprire responsabilità anche proprie). Alle sue denunce si unirono quelle del giacobino còrso Bartolomeo Arena, già commissario politico alla spedizione di Cagliari, che si incaricò di portare la denuncia formale di fronte alla Convenzione Nazionale.

In ogni caso difficilmente la Convenzione avrebbe potuto sopportare due insuccessi senza addebitarli ad un presunto colpevole. Si decise di trovarlo nel Paoli: tanto che l'assemblea emise un ordine di convocazione, che si sarebbe tradotto in un sanguinoso processo, come era comune in quegli anni. Saggiamente, egli rifiutò di rispondere. Infatti, come prevedibile, il 2 aprile 1793, senza attendere l'esito dell'inchiesta, la Convenzione Nazionale decretò il suo arresto.

Cosicché il Paoli preferì accettare la protezione della flotta inglese: il 17 aprile rivolse un appello al popolo còrso affinché difendesse la propria patria e i propri diritti e, il 10 giugno 1794, una Consulta generale a Corte proclamò il Paoli Babbu di a Patria e le famiglie Buonaparte ed Arena vennero additate al pubblico disprezzo. Soprattutto, l'assemblea giurò fedeltà al re d'Inghilterra e alla costituzione che quel principe aveva offerto ai còrsi. Questa prevedeva un parlamento e un viceré. Da segnalare che l'italiano ne era la lingua ufficiale. Governatore venne nominato il conte Gilbert Elliot e Pozzo presidente del Consiglio di Stato: la più alta figura politica dell'isola.

Come conseguenza di tutto ciò la Convenzione dichiarò il 17 luglio Pasquale Paoli "traditore della Repubblica francese" e mise in stato d'accusa più di venti patrioti còrsi, fra i quali il Pozzo di Borgo. L'atteggiamento dei Buonaparte in materia fu piuttosto ambiguo: da un lato Napoleone fece sottoscrivere alla Società degli amici del popolo di Ajaccio, il suo circolo giacobino, una petizione alla Convenzione che invocava l'abrogazione del decreto di arresto del Paoli. Dall'altro il fratello minore, Luciano, premeva sul circolo democratico di Tolone perché accusasse di tradimento il luogotenente generale presso la Convenzione Nazionale di Parigi. Nelle sue memorie il Pozzo attribuisce proprio allo scacco della Maddalena la definitiva rottura fra Napoleone e il Paoli. In tale contesto la casa dei Buonaparte ad Ajaccio venne saccheggiata e Napoleone non ebbe altra scelta che fuggire con l'intera famiglia, prima a Bastia poi, l'11 giugno, a Tolone, ove li attendeva Luciano Bonaparte. Così ebbe luogo la definitiva rottura fra i Pozzo e i Buonaparte.

Esilio a Londra Il protettorato inglese durò dal 1794 al 1796. Pasquale Paoli, forse deluso della mancata nomina a governatore, si ritirò a Monticello, ben sorvegliato dagli inglesi che, il 13 ottobre 1795, lo costrinsero a trasferirsi in Inghilterra ove morirà il 5 febbraio 1807. Nel frattempo il Pozzo faceva votare dal Parlamento la confisca dei beni dei fuorusciti, compresi i Buonaparte, dichiarati traditori della patria.

Nel giugno 1796 Napoleone, impadronitosi di Livorno, richiamò i fuorusciti e, nell'ottobre, li fece sbarcare sull'isola. Qui l'Elliot, che aveva concentrato la sua scarna guarnigione a Bastia e a San Fiorenzo, evacuò l'isola senza combattere.

Pozzo venne esplicitamente escluso da un successivo speciale provvedimento di amnistia generale e, nell'ottobre 1796, dovette fuggire: si rifugiò a Roma, dove fu oggetto delle pressanti attenzioni degli agenti giacobini. Si trasferì quindi a Londra, sotto la protezione dell'Elliot, divenuto, nonostante il comportamento poco onorevole, primo duca di Minto.

Permanenza presso la corte di Vienna

Il duca di Minto portò il Pozzo con sé quando venne nominato inviato speciale presso la corte di Vienna, nel 1801.

Qui Pozzo era conosciuto come un acerrimo nemico della rivoluzione e dell'ormai Primo Console Napoleone Bonaparte e venne, quindi, ben accolto a corte.

La vita dell'Impero austriaco era, in quegli anni, dominata dal sentimento di rivincita per le umiliazioni subite a causa delle vittorie di Napoleone, che avevano concluso la guerra della prima coalizione con il trattato di Campoformio (l'Austria aveva perso il Ducato di Milano) e quella della seconda coalizione (segnata dalle disfatte di Marengo e di Hohenlinden), con la pace di Lunéville.

Diplomatico russo Missioni militari in Italia, Prussia e Costantinopoli Nel 1804, per intercessione del principe Czartoryski, Pozzo di Borgo entrò al servizio della diplomazia dello zar Alessandro I.

Ebbe quindi un ruolo nella stipula dell'alleanza austro-russa che portò, il 2 dicembre 1805, al disastro di Austerlitz, quando Napoleone I sconfisse duramente le forze austro-russe. Alessandro I lo inviò poi come commissario presso gli Anglo-Napoletani e, nel 1806, commissario presso l'esercito prussiano.

Nel 1807 venne incaricato di una prestigiosa missione presso la Sublime Porta. Qui il 2 maggio 1806 era giunto come ambasciatore francese, il còrso Horace Sébastiani, con lo scopo esplicito di provocare la rottura dell'alleanza del Impero ottomano con la Russia e la Gran Bretagna, nel contesto della guerra della quarta coalizione. Il Sébastiani aveva convinto il sultano Selim III a dichiarare guerra alla Russia il 7 dicembre 1806. Al che Londra reagì, inviando sotto Costantinopoli una grande flotta, giunta nel gennaio 1807, per imporre una revisione degli accordi. Questa, nel successivo febbraio, venne respinta dalle batterie costiere turche nel corso di una singolare battaglia e dovette ritirarsi.

Nuovo esilio a Londra

Questo il contesto della missione del Pozzo il quale, una volta giunto a Costantinopoli, fu sorpreso dalla notizia della Pace di Tilsit del 7 luglio 1807, che seguiva di circa un mese la sconfitta russa a Friedland, del 14 giugno 1807. Essa mise fine al contenzioso, essendosi Napoleone impegnato a rinunciare all'alleanza con l'Impero Ottomano nel contesto di un'inedita mutua assistenza fra Francia e Russia, in chiave antibritannica.