Il parco naturale regionale Litorale di Ugento è un'area naturale protetta della Puglia istituita con Legge Regionale n. 13 del 28 maggio 2007 Bollettino Ufficiale della Regione Puglia - n. 79 suppl. del 31-5-2007Elenco ufficiale delle aree protette (EUAP) 6º Aggiornamento approvato il 27 aprile 2010 e pubblicato nel Supplemento ordinario n. 115 alla Gazzetta Ufficiale n. 125 del 31 maggio 2010.. Il parco è situato lungo la costa ionica, nella parte più a sud della penisola salentina, ed è delimitato dalle cittadine di Torre San Giovanni e Lido Marini. Tutela, per una profondità dalla costa di circa tre chilometri e per una lunghezza di otto, una sequenza costiera pregevolissima, costituita da un sistema dunale e retrodunale, da una serie di bacini a marea e canali di collegamento, da una imponente scogliera fossile con gravine e dalla più estesa area di macchia mediterranea del Salento.
Storia Il Parco Litorale di Ugento è stato istituito il 28 maggio 2007, dopo un lungo iter che è finalmente riuscito a far riconoscere l'importanza naturalistica, storica e paesaggistica dei territori che ne fanno parte.
L'ambiente palustre Fino a qualche decennio fa, il paesaggio palustre dominava vastissime aree costiere del Salento, sia sul versante jonico che su quello adriatico. Si ritiene per certo che interventi di bonifica, a scopo sanitario e agricolo, siano stati attuati già in epoca messapica e romana, prova ne sono le numerose strutture megalitiche (dolmen e menhir oggi in parte scomparsi) e le specchie dette del Corno, del Mazzarino e Moresana, poste in posizione dominante; a questi si aggiungono anche i resti di chiuse e mura arcaiche presenti in più tratti del crinale. Ma le origini delle paludi salentine (localmente dette patule o patuli), tra cui quelle di Ugento, bonificate intorno agli anni 1920, si fanno risalire al periodo dell'alto Medioevo. Il controllo dell'ormai decadente Impero Romano d'Occidente lasciava il passo alle scorrerie dei pirati, che spingevano le popolazioni verso i centri dell'interno. La conseguenza naturale fu l'abbandono totale delle fasce costiere e lo sviluppo sempre maggiore delle paludi, che andranno poi a interessare un'area estesissima, da Taranto a Nardò e da Gallipoli a Leuca sulla costa jonica, da Brindisi ad Otranto su quella adriatica. Qui, a causa del terreno costituito da strati sabbiosi-argillosi, compatti e poco permeabili, si raccoglievano le acque freatiche superficiali e quelle meteoriche delle campagne vicine, oltre alle acque piovane convogliate a valle dai profondi canaloni che segnano ancora oggi il profilo dei versanti dell'entroterra. Impossibilitate ad aprirsi la strada verso il mare a causa del cordone dunale, ristagnavano, alimentando di continuo il sistema paludoso. Così, circa 150.000 ettari di terreni potenzialmente fertili, diventarono malsani e iniziarono a rappresentare anche un grande pericolo per le migliaia di contadini costretti a convivere, per secoli, con le possibili epidemie di malaria, che sovente si sviluppavano proprio a causa della presenza delle paludi.
A parte sporadici interventi di proprietari terrieri, che già all'inizio dell'Ottocento avevano provato a bonificare alcune aree aprendo dei canali per agevolare il deflusso delle acque stagnanti verso il mare, la feudalità, sia laica che ecclesiastica, non volle mai porre un rimedio definitivo al problema, a dispetto anche delle richieste disperate delle classi meno abbienti.
Bisogna attendere il decennio dopo l'Unità d'Italia (1861) per avere i primi progetti statali di bonifica.
Le bonifiche e i bacini a marea Il problema della bonifica delle paludi fu affrontato durante il periodo di dominazione borbonica: nel 1855 un regio decreto ordinava il risanamento di tutte le aree paludose del regno, prevedendone anche il rimboschimento, la colonizzazione e l'irrigazione. Tali buoni propositi non bastarono però ad abbattere il sistema di privilegi del sistema fondiario, e pochissime furono le zone bonificate che l'amministrazione sabauda ereditò con l'unità d'Italia.
Col trascorrere degli anni, alla somministrazione di chinino si aggiunse anche il largo utilizzo di pesticidi. Tuttavia, tali contromisure non riuscivano ancora a migliorare la situazione sanitaria e ad evitare epidemie di malaria, tifo e tubercolosi.
Il primo studio dettagliato sulle paludi del Regno d'Italia risale al 1865. Nella relazione sono descritte le paludi di Terra d'Otranto, tra cui quelle di Ugento, dette Mammalie e quelle della marina Torre San Giovanni. Numerosi i progetti di bonifica che si susseguirono negli anni successivi. Nel 1867 il Comune di Ugento deliberò la realizzazione, non portata a termine, di una strada che dal paese conducesse al mare, per facilitare la cura dei terreni paludosi costieri e incentivare l'attrattività turistica della costa. Tuttavia, il primo ventennio del Novecento, malgrado le denunce delle amministrazioni locali, non portò a soluzione il grave problema economico-sanitario. Tra il 1924 e il 1932 i casi di malaria registrati nella sola Ugento oscillarono tra i 1071 e i 2416, su una popolazione complessiva di circa abitanti.
Nel 1923 il recupero delle terre malsane entrò nei programmi dell'Amministrazione Statale, che con la legge 3256, la cosiddetta Legge Mussolini, dettò le prime disposizioni per una profonda bonifica. Nel 1927 venne infine emanato un decreto per la costituzione di un consorzio e l'esecuzione delle bonifiche nell'area di Ugento. Le prime paludi ad essere oggetto dei lavori di risanamento furono la palude Ulmo, la palude Bianca e la palude Suddenna. Si procedette alla costruzione del canale collettore Mammalie, si costruirono bacini di espansione delimitati da muretti a secco per il drenaggio delle acque, con il materiale di sterro si alzò il livello delle depressioni maggiori; un ampio canale metteva in comunicazione i bacini con il mare, in maniera da far defluire le acque stagnanti nel periodo di bassa marea e di far penetrare le acque marine nei bacini durante l'alta marea, al fine di risanare naturalmente, attraverso l'incremento di salinità, le acque salmastre.
Successivamente, altri bacini e nuovi canali furono creati nella palude del Pali, di Rottacapozza e degli Spunderati, permettendo di mettere a coltura migliaia di ettari di terra. Il risultato fu l'attuale sistema dei Bacini di Ugento il quale, per superficie, costituisce uno dei maggiori ambienti lacustri costieri del Salento. I bacini, tutti collegati tra loro, hanno lo sbocco al mare in corrispondenza delle marine di Torre San Giovanni, di Torre Mozza e di Punta Macolone, a Lido Marini: bacino Suddenna, bacino Bianca, bacino Ulmo, bacino Rottacapozza Nord, bacino Rottacapozza Sud, bacino Spunderati Nord, bacino Spunderati Sud,
Lo sviluppo costiero Le profonde trasformazioni di questo territorio, iniziate nel periodo delle bonifiche e giustificate da necessità sanitarie ed economiche di eccezionale gravità, sono continuate e continuano ancora oggi, non giustificate da ragioni altrettanto valide, ma spesso finalizzate solamente allo sfruttamento massiccio e irrazionale della costa a scopi turistici, compromettendo gli habitat presenti in questa area. Uno studio realizzato per l'area destinata ad ospitare il futuro parco ha rilevato come nell'intervallo di tempo compreso tra gli anni 1955 e 2005 si siano verificati profondi cambiamenti che hanno modificato, ed in parte degradato, l'ambiente e le risorse naturali che il territorio ugentino offre da sempre. Dallo studio si evince che responsabili dei profondi cambiamenti nell'area sono stati il turismo e l'agricoltura. L'azione del turismo ha prodotto una forte antropizzazione e sostanziali alterazioni lungo la fascia costiera, con pesanti ripercussioni sulla linea di costa e sull'equilibrio dell'intera area in generale. L'agricoltura ha invece operato dei cambiamenti nell'entroterra, con modifiche di tipo colturale e riduzione delle aree di naturalità. Non sono mancati negli anni gli incendi, spesso dolosi, che hanno compromesso non poco il fragile equilibrio ambientale permettendo inoltre agli sciacalli di speculare e cementificare ancor di più il territorio.
Anche la linea di costa ha subito profonde alterazioni che hanno comportato, in alcuni tratti, la perdita di oltre 140 metri di spiaggia in 50 anni. Ad accentuare ancora di più il naturale fenomeno erosivo, la realizzazione di moli perpendicolari alla linea di costa, la rimozione di parti del cordone dunale, la percezione delle piante di Posidonia oceanica come un rifiuto invece che una risorsaFonte: www.parcolitoralediugento.it . URL consultato il 20 maggio 2010, la costruzione di chioschi e strutture non amovibili e non sempre a norma di legge, la realizzazione dissennata di passaggi per veicoli motorizzati negli ambienti dunali e retrodunaliFonte: , su http://www.ecologia.Puglia.it . URL consultato il 20 maggio 2010Fonte: sito ufficiale, Vulnerabilità del SIC, p. 5. URL consultato il 20 maggio 2010, la mancanza di un pianificazione intelligente del territorio.
Le tutele ambientali Dalla prima metà degli anni '90 in poi, diverse sono state le forme di tutela intervenute sul litorale di Ugento, spesso non sufficienti, o del tutto inutili, a fermare l'aggressione di speculatori e affaristi alle bellezze della costa ugentina.
Già nel 1923 l'area costiera viene sottoposta a vincolo idrogeologico ai sensi del Regio decreto n. 3267/1923 sui boschi e sulle foreste. La legge di protezione forse più conosciuta in tema ambientale è la 1497/39, che tutela le opere d'arte della natura e i quadri naturali di rara bellezza. A tale protezione si aggiungerà, nel 1992, quella sulle oasi della fauna selvatica, legge 157/92, comunemente conosciuta come legge sulla caccia. Il quadro di protezione nazionale viene completato con il Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, sulla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico.
A livello europeo, dalla CE viene costituita il 21 maggio 1992 una rete sulla conservazione degli ambienti naturali della fauna e flora selvatiche, denominata Natura 2000. I provvedimenti sui quali poggia tale politica sono la direttiva 79/409/CEE, riguardante la tutela degli uccelli selvatici e la direttiva 92/43/CEE (detta direttiva Habitat), recepita dallo Stato italiano nel 1997. Con questi due strumenti gli Stati membri dispongono di un quadro comune d'intervento a favore della conservazione delle specie e degli habitat naturali che assumono “interesse comunitario”; non mancano inoltre riferimenti alle esigenze economiche, sociali e culturali regionali, in una logica di sviluppo sostenibile e di protezione della biodiversità nel territorio europeo. Secondo quanto stabilito dalla direttiva Habitat, ogni stato membro della Comunità Europea deve redigere un elenco di siti (i cosiddetti pSIC, proposte di Siti di Importanza Comunitaria), nei quali si trovano habitat naturali e specie animali e vegetali suscettibili di protezione europea. Sulla base di questi elenchi si redige un elenco di Siti d'Interesse Comunitario (SIC). Entro sei anni dalla dichiarazione di SIC, l'area deve essere dichiarata dallo Stato membro zona speciale di conservazione (ZSC), una delle due tipologie di zone protette, espressamente previste dal documento comunitario. In Italia, la redazione degli elenchi SIC è stata effettuata a cura delle regioni e delle province. Tutti i progetti edili che interessano tali zone sono soggetti a Valutazione di Impatto Ambientale, che ha lo scopo di accertare preventivamente se determinati progetti possano avere un'incidenza significativa proprio sui siti di importanza comunitaria.
Il sistema dei bacini di Ugento verrà classificato come Sito di Importanza Comunitaria nei primi anni del 2000.