La chiesa di Sant'Anna alle Paludi è ubicata in corso Arnaldo Lucci, a Napoli, nel quartiere Mercato.
Storia
La denominazione deriva dall'esistenza di vaste aree paludose ed acquitrinose nella zona, almeno anteriormente al periodo delle bonifiche effettuate dal sovrano angioino Carlo II; tali aree erano, in quell'epoca, esterne alla cinta muraria della città.
L'area in cui sorge la chiesa si presentava sino al XIX secolo rurale e poco urbanizzata; un ulteriore incremento di edifici industriali e per civile abitazione si ebbe tra il 1880 e il 1890 per opera del Risanamento sino al secondo dopoguerra del XX secolo; la zona è oggi popolarmente conosciuta come le Case Nuove.
La chiesa, dedicata alla Madonna delle Grazie, è di origine medievale, stando alla testimonianza di un Catalogo delle Chiese di Napoli della età del Seicento, fu costruita dall'Università degl'hortolani prima dell'anno 1350, sebbene restino pochissime tracce dell'originario impianto, principalmente a causa dei rifacimenti del periodo sette-ottocentesco prima e di inizio Novecento poi.
A causa della bonifica borbonica di tutta la zona, nel 1850 la via Stella Polare (divenuta dal 1946 Corso Arnaldo Lucci) venne innalzata lasciando sottoposta la chiesa di cinque metri, perciò il portale venne ripensato come ingresso di un vestibolo con doppia rampa di scale che permettesse l'ingresso all'edificio. All'inizio del Novecento, dopo tante proposte dei vari rettori del tempio, iniziarono i lavori di innalzamento dell'edificio che portarono all'odierno stato dei luoghi.
La Real Chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta di Sant'Anna alle Paludi, divenne parrocchia nel 1914 di cui fu nominato primo Parroco l'ultimo rettore Don Arturo Sorsaja. Nel 1995 il titolo fu abbreviato a Sant'Anna alle Paludi.
Descrizione
La chiesa ha un'unica navata disegnata sull'impianto originale del Settecento. Le linee semplici e lineari diventano di un fine neobarocco solo per la decorazione della cupola che resta l'unica parte completata della chiesa, secondo il disegno del tardo Ottocento dell'architetto Alfredo Belli.
L'altare maggiore in marmo intarsiato, segna la data 1710, è di maestranze napoletane, al centro è raffigurata in bassorilievo una Madonna con Bambino. Diverse opere di prestigio sono racchiuse nella chiesa, tra le più rilevanti senz'altro il trittico, olio su tavola a fondo oro, di epoca cinquecentesca, raffigurante la Madonna delle Grazie tra i Santi Giovan Battista ed Elpidio, di Andrea da Salerno, tale dipinto è collocato sull'altare maggiore.
Al centro della navata sono presenti due cappelle nelle quali sono posti i simulacri della Madonna Addolorata al Fiumicello, statua lignea della seconda metà dell'800 opera di Francesco Citarelli, proveniente dall'omonima Cappella Pontificia distrutta nella seconda guerra mondiale, e di fronte Sant'Anna con Bambina, statua lignea di Giuseppe Picano della seconda metà del Settecento, a quest'ultima è da sempre riconosciuto il patrocinio della chiesa e del quartiere. Privo di attribuzione è il seicentesco ciclo di sei tele ritraenti Storie della Vergine (quattro nella chiesa e due in sacrestia).
Importante è anche il San Francesco d'Assisi, tela di Francesco Solimena (collocata nella sacrestia), dono dello stesso autore e firmato pro devotione sua.
Il Simulacro di Sant'Anna alle Paludi Di legno intagliato e policromo, con occhi di vetro: mezzo busto alto cm.100; si leva da una base di legno rettangolare di cm.80 x cm.40, alta cm.30, molto ricca di cornici. La bellissima statua ritraente la vecchia Sant'Anna con l'Immacolata Bambina al braccio è una delle opere più apprezzate e dibattute dagli studiosi di scultura lignea napoletana negli ultimi tempi. Tradizionalmente attribuita allo scultore Giuseppe Picano, lo studioso napoletano Teodoro Fittipaldi, così come altre autorevoli fonti, non ha problemi ad attribuirla allo stesso e ad assegnarla all'anno di produzione 1770, o probabilmente anche prima secondo alcuni. Ciò che sembra mettere tutti d'accordo sono le qualità nel panneggio, mosso e bene acconciato, il mezzo busto poggiante su una base piuttosto semplice, la mano sinistra estremamente venosa e possente sul fianco della Bambina ed altri particolari che richiamano alla mente il famoso San Giuseppe col Bambino, oggi esposto al Museo Diocesano in Donnaregina. Sebbene il volto della scultura sia probabilmente un ritratto, per i suoi caratteri così particolari e quasi presepiali (lo stesso atteggiamento della Bambina vuole riprendere delle pose tipiche da pastore napoletano), vi è uno stretto legame di produzione con le immagini di Sant'Anna della SS. Annunziata e con quella di Barra (recentemente attribuita a Francesco Citarelli) giudizi ricorrenti, oltre che nel Fittipaldi, anche nei critici che se ne sono occupati puntualmente. Pareri più recenti attribuiscono il simulacro alla mano di Giovanni Verzella (1748-post.1826) padre del celebre Francesco Verzella ed allievo di Giuseppe Picano, datando l'opera tra il tardo Settecento e i primi anni dell'Ottocento tale attribuzione troverebbe riscontri nel confronto con numerose opere certe della famiglia Verzella raffiguranti Sant'Anna, soggetto particolarmente presente nel catalogo di questa celebre bottega. Un ulteriore riscontro sarebbe il confronto del volto della Madonna Bambina con quello della celebre Assunta venerata nella chiesa di San Gennaro a Molfetta, opera realizzata dai Verzella nel 1809. La realizzazione della statua, con grande probabilità, non fu una commissione diretta per la chiesa dove se ne trovano le prime testimonianze della presenza solo nel 1825, in un'annotazione per un restauro.
Il culto a Sant'Anna La chiesa è già agli albori della sua fondazione intitolata alla Santa Vergine sotto il titolo delle Grazie, dunque era d'obbligo un culto alla madre di Maria del quale le prime testimonianze risalgono alla fine del Seicento. Secondo gli archivi era presente un altare con immagine affrescata della Madre Sant'Anna, di cui spesso veniva effettuato un restauro a causa dell'umidità della zona. La diffusione della devozione all'immagine per tutta la Campania si deve maggiormente all'opera del Rettore Francesco Saverio Strina e al nipote successore, sacerdote Tobia Strina. Il simulacro divenne molto popolare sia per le grandi folle di devoti che richiamava da tutta la città, e dai paesi intorno(si trovano infatti copie della statua oltre che in diverse chiese di Napoli anche in molti luoghi sacri della Campania), sia per la bellezza scultorea tanto da essere definita come "l'immagine di Sant'Anna più bella mai scolpita da mano napoletana".
Devozioni e Leggende Le tradizioni della zona delle paludi erano in gran parte incentrate sul culto alla Santa, verso la quale il popolo ancor oggi mostra una sensibilità pari ad una parente sempre presente. Tante le pratiche devozionali tra le quali il Martedì di Sant'Anna, in tale giorno la messa privilegiata e le pie pratiche tutte dedicate alla Patrona erano affiancate a tradizioni culinarie che vedevano tra altre la preparazione del pagnottiello, un pane imbottito che poteva essere consumato nella giornata. Molto sentita era la festa con la relativa processione, che tutt'oggi resta una delle ultime feste di quartiere napoletane sopravvissute. Della processione si ritrovano testimonianze già dai primi dell'Ottocento: la Santa veniva portata per le paludi e per le stradine del Borgo Loreto su di un carro parato a festa, per un primo momento tirato dai devoti poi portato da buoi. Un vero e proprio assetto definitivo venne dato dal rettore don Tobia Strina il quale predispose un corpo di facchini(oggi la Deputazione dei Portatori) che provvedessero a portare il fercolo a piramide sulla quale era dislocato il simulacro. La tradizione della liturgia processionale è rimasta sino ad oggi, sebbene con modalità che nel tempo hanno subito diversi mutamenti, negli ultimi anni si lavora per un restauro delle più antiche tradizioni, con la partecipazione del popolo napoletano che da sempre non tarda ad amare le feste e la devozione ai santi.
Leggende popolari narrano che la Venerabile Statua fosse stata ritrovata nelle parti ristagnanti del fiume Sebeto, che attraversa la zona delle Paludi, dal contadino Nicolino Panerano mentre tornava dalla Battaglia del ponte della Maddalena, per la cacciata dei Giacobini. L'uomo, distintosi per valore e dedizione alla Fede ed alla Chiesa, scorse una bambina rifugiata su di un albero di melograno, l'infante piangendo gli chiese aiuto per sua madre che era caduta in un pantano mentre scappavano da un serpente che voleva mordere il calcagno della piccola. Così Nicolino vedendo la mano della donna che usciva dal pantano si affrettò a scavare nel fango per estrarre la donna. Mentre scavava, il contadino, si rendeva conto che non era una donna di carne ma una statua e che portava in braccio proprio la bambina che gli aveva chiesto aiuto. Nelle diverse versioni della storia alla fine è sempre il simulacro che prendendo parola si presenta a Nicolino come la Madre Sant'Anna intimandolo a portarla nella vicina chiesa da dove avrebbe sempre protetto i paludani.
Ancora una leggenda molto cara al popolo delle paludi spiega il cuore che la Statua porta al petto: il Barone Mascitelli, il cui palazzo si ergeva proprio al centro delle Paludi(ancora oggi vi sono i ruderi di quella che doveva essere una villa di campagna o masseria), aveva quattro figli, i primi tre maschi e la femmina più piccola di nome Ninella. In punto di morte il Barone fece promettere ai tre fratelli di non lasciare che la ragazza si sposasse ma che restasse nubile o entrasse in convento. La ragazza, che non aveva alcuna vocazione alla vita religiosa, si innamorò invece di Antuono, un garzone a servizio dei fratelli, volendolo sposare. Quando i fratelli scoprirono l'intesa fra i due portarono il garzone nel bosco di Poggioreale e lo uccisero seppellendolo sotto una quercia. La ragazza in pena per la scomparsa di Antuono fece un voto a Sant'Anna: sarebbe entrata in convento qualora avesse saputo che l'amato fosse stato bene. La notte Ninella sognò Sant'Anna che entrava in casa sua con Antuono, il ragazzo le disse che oramai stava nella Grazia di Dio e che il suo corpo si trovava sotto una quercia nel bosco di Poggioreale. La fanciulla si recò nel bosco e scavando dove gli era stato indicato trovò i resti del suo amato, ne prese un piccolo ossicino che pose, con una ciocca dei suoi capelli, in un cuore d'oro portandolo alla Santa in segno di riconoscenza insieme a tutti i suoi gioielli, l'indomani entrò nel convento di San Gregorio Armeno per non uscirne mai più.