Le origini del totalitarismo è un saggio di Hannah Arendt, terminato nell'autunno del 1949 e pubblicato in prima edizione nel 1951, seguito da una seconda edizione nel 1966 che integra varie aggiunte e revisioni. Riconosciuto alla sua pubblicazione come la trattazione più completa del totalitarismo - e in seguito definito un classico dal The Times Literary Supplement - quest'opera viene considerata da molti un testo definitivo di teoria politica dei regimi totalitariBruno Bongiovanni, Totalitarismo, Passato e presente : rivista di storia contemporanea. Fascicolo 81, 2010 (Firenze : [poi] Milano : Giunti ; Franco Angeli, 2010)., specificamente riguardo alle loro incarnazioni storicheEugenio Di Rienzo, Ancora su fascismo e totalitarismo, Nuova rivista storica : XCII, 2, 2008 (Roma : Società editrice Dante Alighieri, 2008). del XX secoloLorenzo Santoro, Il ruolo della violenza nella modernità politica borghese: Hannah Arendt e Walter Benjamin, Rivista di politica : trimestrale di studi, analisi e commenti : 2, 2011, Soveria Mannelli (Catanzaro) : Rubbettino, 2011. ovvero lo stalinismo e il nazismo.

Una caratteristica che distingue questo saggio dagli altri principali trattati sull'argomento, è la scelta della Arendt di limitare la definizione di totalitarismo soltanto alle due esperienze storiche dello stalinismo e del nazismo, proponendo pertanto una definizione circoscritta del termine "totalitarismo" che esclude altre forme di regimi autoritari, dispotici o terroristici esistenti in altre parti del mondo.

La tesi centrale è che il totalitarismo è una forma politica radicalmente nuova, e sostanzialmente diversa dalle forme storicamente note di potere autoritario, come il dispotismo, la tirannide e la dittatura. Laddove ha preso il potere, infatti, il totalitarismo - diversamente dalle altre forme autoritarie - ha distrutto le tradizioni politiche e l'ordine sociale precedente. Il totalitarismo, secondo la Arendt, porterebbe all'estremo le caratteristiche della società di massa, tra cui l'isolamento e l'intercambiabilità degli individui. Il totalitarismo non pretende solo la subordinazione politica degli individui, ma invade e controlla anche la loro sfera privata. La missione del regime totalitario è sostituire la società esistente con una radicalmente nuova, e con una diversa forma di umanità. I sistemi totalitari, inoltre, perseguono sempre una politica estera apertamente diretta al dominio mondiale. L'essenza politica di questa nuova forma di governo è il terrore, e il suo principio di azione è il pensiero ideologico.

Contenuto È un'opera di grandi dimensioni (tra le 650 e le 750 pagine, a seconda delle edizioni) dalla struttura piuttosto complessa.

Si compone di tre parti: la prima parte tratta dell'antisemitismo - tematica che la Arendt aveva studiato a fondo già prima dell'avvento del nazismo - analizzando la storia europea del fenomeno nel primo e medio XIX secolo, e con una analisi, nel quarto capitolo, del caso Dreyfus; la seconda parte, comprendente i capitoli dal 5. al 9., tratta dell'imperialismo, analizzando varie tematiche tra cui l'espansione coloniale europea dal 1884 alla prima guerra mondiale, l'ascesa della borghesia, le forme di razzismo e varie teorie della razza, diversi tipi di nazionalismo e altre caratteristiche degli stati, osservando in particolare una tensione tra le istanze economiche della borghesia e le forma istituzionale dello stato nazionale e dei diritti umani; la terza e ultima parte (capitoli 10-13) tratta delle istituzioni e delle azioni dei movimenti totalitari, focalizzandosi sulle esperienze storiche della Germania nazista e dell'Unione Sovietica nel periodo staliniano, esaminando il fenomeno totalitario nelle diverse fasi, prima e dopo la presa del potere. L'ultimo capitolo (il tredicesimo) osserva specificamente due caratteristiche salienti che definiscono il totalitarismo, il ruolo dell'ideologia e l'uso del terrore.

L'autrice discute la trasformazione delle classi sociali in masse, il ruolo della propaganda nel mondo non totalitario (all'esterno della nazione come nella popolazione ancora non totalitarizzata) e l'uso del terrore, condizione necessaria a questa forma di governo.

La Arendt ritiene che l'atomizzazione sociale e l'alienazione degli individui, caratteristica tipica delle società contemporanee, costituisca il presupposto che rende possibile e favorisce l'instaurazione della forma di governo totalitaria. Osserva anche come il suddito ideale del regime totalitario non sia tanto l'individuo fanatico e ideologizzato, quanto piuttosto l'individuo conformista e passivo, laddove il totalitarismo stesso ha come presupposto, e favorisce, la riduzione dell'uomo a una sorta di macchina adatta a essere parte di un sistema di dominio totale.

Antefatti Le prime due parti, per complessivi nove capitoli, analizzano processi storici e l'evolversi di circostanze antecedenti la nascita dei regimi totalitari. In essi, la Arendt ricerca quei meccanismi economici, sociali e culturali che sono alla base dell'instaurarsi dei totalitarismi.

L'antisemitismo Nel primo capitolo, l'antisemitismo e il buon senso, la Arendt motiva la scelta di approfondire questa tematica, notando come l'antisemitismo abbia svolto un ruolo di catalizzatore per l'ideologia nazista e sia in seguito stato adottato da Stalin, mutuandolo proprio dal nazismo. Si interroga su questa coincidenza, ritenendola non casuale.

I capitoli successivi descrivono l'evoluzione storica dell'antisemitismo europeo, i meccanismi politici e le tematiche a esso sottostanti.

I banchieri ebrei furono da sempre prestatori eccellenti per lo stato nazionale: paradossalmente, furono loro a fornirgli i capitali necessari a permettere l'istituzione di monopoli e lotterie, con cui lo stato si affrancò dal bisogno di prestiti: nessun gruppo finanziario gentile aveva fiducia nelle capacità finanziarie degli stati. Verso la metà del XVIII secolo praticamente ogni corte aveva un proprio finanziatore ebreo, la cui influenza veniva sfruttata dalle piccole comunità ebraiche: attraverso quest'ultimo avevano un canale privilegiato per esprimere i propri problemi a corte, e questo contribuì a far sorgere un diffuso sentimento antiebraico tra i contadini gentili. Prestavano inoltre la loro fama e le loro conoscenze internazionali; la loro fitta rete di relazioni internazionali li rendeva pertanto sospettati di poter manovrare i singoli stati mediante una società segreta. Genericamente, poiché gli ebrei erano il solo gruppo sociale a poter essere identificato come “amico dello stato”, ogni classe o gruppo che fosse in tensione con quest'ultimo riversava il proprio odio verso l'ebreoHannah Arendt, ‘’LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO’’, Edizioni di Comunità, 1967, Primo volume, PARTE PRIMA, capitolo 1: L'ANTISEMITISMO E IL BUON SENSO..

Se questi sono dunque motivi di odio antiebraico, l'antisemitismo vero e proprio sarebbe nato in Prussia nel 1807, cioè subito dopo la sconfitta prussiana per mano dell'esercito di Napoleone Bonaparte con la battaglia di Jena. La successiva abolizione generalizzata dei privilegi, imposta da Bonaparte, ebbe come effetto un conflitto fra l'aristocrazia e lo stato, in cui gli aristocratici presero gli ebrei come bersaglio identificandoli come un "simbolo dello stato" - sebbene gli ebrei in realtà fossero stati i primi a essere danneggiati dall'abolizione dei privilegi. Ogni uomo politico (come del resto gli ebrei più ricchi) aveva, poi, ottimi motivi per ritardare l'assimilazione ebraica: i ricchi ebrei continuavano a essere “ebrei speciali” (e quindi potenti) per le loro comunità, mentre i politici potevano vantarsi di proteggere l'apparente cristianità dello stato e allo stesso tempo non concedevano privilegi agli ebrei poveri delle regioni riannesse alla Prussia dopo il congresso di Vienna del 1816Hannah Arendt, ‘’LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO’’, Edizioni di Comunità, 1967, Primo volume, PARTE PRIMA, capitolo 2. GLI EBREI E LO STATO NAZIONALE..

La forma di antisemitismo più moderna del XIX secolo fu quella dei primi partiti e movimenti antisemiti in ambiente democratico. In particolare i movimenti, sfruttando la povertà generale della piccola borghesia - prodotta da spregiudicate avventure come quella della compagnia di Panama (e la correlata sfiducia nel classico sistema dei partiti) - ottennero vasta popolarità proclamandosi “al di sopra dei partiti, contro nobili e giudei” per sostituirsi allo stato nazionale. Ciò è confermato dalla loro riluttanza a diffondere l'antisemitismo nei partiti esistenti: non si voleva cacciare gli ebrei dal sistema politico, quanto piuttosto usare la permanenza degli ebrei nel sistema dei parti, e invocare la cacciata degli ebrei come leva e come pretesto per sostituire tutti gli apparati dei partiti tradizionali e la struttura dello stato nazionale.

Queste caratteristiche dell'antisemitismo politico ebbero la loro massima espressione in Austria, nel partito movimento liberale pangermanista Deutschnationale Bewegung, capeggiato da Georg von Schönerer. L'Impero austro-ungarico era stato sempre tormentato da differenze sociali tra le varie etnie, le quali avevano tutte buoni motivi per essere scontente del governo degli Asburgo. Utilizzando la consueta identificazione tra stato ed ebrei, Schönerer ebbe buon gioco nel raccogliere consenso invocando la cacciata degli ebrei e l'unificazione con la Germania (sebbene sopravanzato dai socialcristiani di Karl Lueger, che ottennero il consenso della destra tradizionale: Schönerer, infatti, fomentava anche pulsioni anticattoliche). Se in Austria l'apice dell'antisemitismo tradizionale si ebbe alla fine del XVIII secolo, in Francia fu invece prematuro: l'ebreo era perseguitato per retaggio dell'illuminismo, che in esso vedeva una figura chiave nell'appoggio all'aristocrazia; queste motivazioni arcaiche ne limitarono l'attrazione esercitata nel XX secolo.

Nei venti anni tra il declino dei partiti antisemiti e la prima guerra mondiale si ebbe l'età aurea della sicurezza: l'imperialismo e l'espansione economica divennero le sole materie di cui si occupassero i politici (e in grado di far presa sulle masse); nessuno sembrava accorgersi dell'imminente collasso delle strutture politiche tradizionali, e l'antisemitismo politico si sciolse come neve al sole; si tramutò nell'astio che il medio borghese provava per l'ebreo banchiere, membro della ricca élite a cui sognava di appartenere.