Atripalda è un comune italiano di abitanti della provincia di Avellino in Campania. È stata insignita del titolo di città con regio decreto del 18 luglio 1867.
Geografia fisica Territorio La cittadina giace lungo il fiume Sabato nell'Irpinia occidentale, a pochi chilometri dalla città capoluogo cui è strettamente connessa.
Sismologia
Il territorio comunale è parte del distretto sismico dell'Irpinia. In occasione del terremoto del 1980 nella sola cittadina di Atripalda vi furono 1549 senzatetto, pari al 15% della popolazione dell'epoca, oltre a 3 vittime. Classificazione sismica: zona 2 (sismicità media)
Origini del nome Il toponimo Atripalda deriva con ogni probabilità da un nome personale germanico Atrepald (o Atripald), attestato anche nella forma volgarizzata Truppoaldo: questi era infatti un nobile longobardo avellinese, proprietario di vasti fondi agricoli nella valle del Sabato. Dalla stessa radice etimologica (ma non necessariamente dalla stessa persona) deriva infatti anche Tropoaldo, nome di un antico insediamento fortificato appartenente alla contea di Ariano, presso il fiume Ufita (tale corso d'acqua era talvolta chiamato anch'esso "Tropoaldo"). La somiglianza tra tali toponimi era talmente marcata che in passato alcuni storici o geografi avevano confuso Tropoaldo con Atripalda, e conseguentemente il fiume Ufita con il fiume Sabato (entrambi sono affluenti del Calore Irpino).
Storia Fu fondata, secondo ipotesi fantasiose di antichi scrittori, da Sabatio, pronipote di Noè, il quale dette il nome di Sabathia al primo insediamento umano che trovò vita lungo la vasta fascia di terra bagnata dal corso fluviale del Sabato, così denominato proprio in omaggio al discendente di NoèQuesta ipotesi sarebbe da attribuire a Fra' Scipione Bellabona (francescano del XVII secolo). Cfr. Antoine Laurent Castellan, Lettres sur l'Italie, Paris, Chez A. Nepveu Libraire, 1819, p 228.. Ipotesi meno fantasiose vedono le origini di Atripalda affondare le radici anche nel sangue dei martiri cristiani: lo Specus Martyrum, conservato all'interno della chiesa madre dedicata a Sant'Ippolisto e San Sabino (patrono della città),
I luoghi dove intorno all'anno mille sarebbe nato il primo nucleo di Atripalda avevano ospitato — sul pianoro tufaceo che da nord-ovest domina il centro abitato — Abellinum, un insediamento sannita, poi colonia romana sorta per volontà di Silla nell'82 a.C., poco dopo le riforme agrarie promosse dai Gracchi. La comunità di Abellinum era prevalentemente formata da milites lassi — trapiantati da Silla tra le mura di Civita — i quali ripopolarono questo lembo di terra irpina dopo aver allontanato da essa i primi abitanti. Civita fu anche il rifugio di ex legionari dell'imperatore Augusto che, come racconta Plinio, sostenne l'annessione di Abellinum alla Regio II Apulia et Calabria. In epoca successiva, tra il 220 ed il 230 d.C., giunsero nell'antica città di Silla i veterani dell'imperatore Alessandro Severo provenienti dall'Asia Minore. In questo vorticoso avvicendamento di popoli e di tradizioni, non tutta la primitiva gente sabatina abbandonò la terra di origine: molti indigeni, nel corso dei decenni, furono inesorabilmente assorbiti dagli Abellinati dai quali appresero la lingua latina e con i quali conobbero momenti di splendore e di grandezza.
Crisi economiche (III e IV secolo d.C), violenti terremoti (346 d.C.), disastrose eruzioni vulcaniche (476 d.C.), invasioni di territori nel corso della guerra tra Bizantini e Goti (535-555 d.C.) e la penetrazione sull'intero territorio della Penisola dei Longobardi a partire dalla Pasqua del 568 spinsero fuori dalla mura di Abellinum la colonia romana che si trasferì laddove sorge Avellino. Civita si spense dopo secoli di vita intensamente vissuti come testimoniano le scoperte archeologiche — resti di sepolcreto, di anfiteatro, di edifici termali, di strade — che si sono susseguite nel tempo nonostante che il cemento — croce e delizia dell'urbanistica moderna — abbia tentato di archiviare per sempre l'antichità nella lunga notte dell'oblio.
Nel corso dei secoli successivi, Atripalda ha comunque conosciuto il dominio di Longobardi, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi e Spagnoli.
Dopo la morte di Civita, mentre sulla sponda sinistra del Sabato l'Abellinum sillana si era ormai fisicamente esaurita, sulla sponda opposta un nobile longobardo, Truppoaldo, riusciva ad ottenere il riconoscimento di autonomia per la popolazione sparsa nella zona, distaccandola amministrativamente dalla vicina Avellino longobarda. Era l'atto di nascita di Atripalda. Troppualdo (da cui deriva anche il nome dell'odierna Atripalda), nel corso del secolo XI, edificò la sua fortezza in cima ad un'altura che sovrasta la cittadina. Le rovine di questo castello rammentano il più antico atto di galanteria in Italia: è lo storico-statista Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888) che parla nel riferire dell'ospitalità accordata in una notte d'inverno del 1254 allo svevo re Manfredi dai signori del maniero Marino e Corrado Capece, fedeli agli Svevi. Il giovane re, braccato dalle truppe papaline, abbandonò Napoli diretto verso il principato di Taranto. I signori Capece, non temendo le rappresaglie del papato, aprirono i portoni del castello al re fuggiasco. "Il buon re Manfredi — rievoca il Mancini — educato alla gentilezza, all'amore ed alla poesia, volendo retribuire di qualche insolito onore l'ospitale accoglienza ricevuta dai fratelli Capece, fattesi venire avanti le due loro giovani spose che erano di rarissima bellezza, volle che ai suoi fianchi sedessero e seco lui familiarmente desinassero".
Dell'evento molto interessante è la testimonianza nella Historia di Nicolò Jamsilla: "Il costume e la superbia delle corti obbligava in quei tempi i sovrani a sedere soli a pranzo, escludendo rigorosamente le donne, ritenute esseri inferiori, ma il re Manfredi volle che fosse spezzata questa barbara usanza dicendo: spezzerò io questa barbarie cominciando dal dì di oggi e il castello di Tripaldo serberà memoria di me". Dello storico castello — che lo stesso re Manfredi, in virtù di quell'atto di galanteria, immaginava come "qualche cosa di sacro per le belle italiane" delle future generazioni — non restano che pietre.
Nell'epoca feudale (siamo qui nel 1502), la città della riva del Sabato divenne dominio della regina Giovanna, nipote del re spagnolo Ferdinando il Cattolico. A distanza di dieci anni, il 13 settembre 1512, l'antica terra dei Sabatini fu ceduta per 25.000 ducati a Alfonso Branai (o Granai) Castriota, primo marchese di Atripalda dal 1513, discendente di Vrana Konti, uno dei più stretti collaboratori, consulenti e uno dei migliori comandanti di Giorgio Castriota Scanderbeg, famoso eroe albanese nella guerra contro gli ottomani. Da Alfonso e da Camilla Gonzaga (1488-1529) nacque Camilla, la quale, sposando nell'anno 1517 Ferrante Caracciolo, il Marchese di Castellaneta, cede a costui il diritto di ricomperare il feudo di Atripalda.
Nel 1559, il "feudo Tripalda" passò nelle mani del nobile finanziere genovese Giacomo Pallavicini Basadonna che l'acquistò per ducati. Il governo del finanziere genovese servì a rafforzare l'innata vocazione al commercio degli abitanti della zona, i quali, già prima della venuta del Basadonna in Irpinia, coltivavano con successo l'"arte del mercanteggiare" lungo le sponde del fiume Sabato. Un episodio verificatosi nel 1560 (quindi all'epoca del Basadonna) sarebbe la dimostrazione di quanto forte sia stato l'influsso esercitato sulla popolazione residente dal nobile genovese in tema di finanze e di reperimento di risorse necessarie per la gestione del feudo: gli Atripaldesi, in quell'anno, decisero di realizzare una strada "dentro la terra" per imporre il pagamento del pedaggio a quanti, per portarsi dai paesi limitrofi nel vicino capoluogo, cioè ad Avellino, dovevano attraversare il territorio di Atripalda. Nel 1564, con rogito del notaio Bernardino Brusatori di Fermo, il Basadonna permutò il "feudo di Tripalda" con i feudi posseduti dal nobile casato di Domizio Caracciolo nel ducato di Milano, a Gallarate.
Con i Caracciolo la cittadina visse un periodo di notevole splendore, dal 1564 fino al 1806, epoca in cui venne abolita la feudalità. Nel ducato di Atripalda dopo Domizio, I duca di Atripalda, della prestigiosa famiglia Caracciolo si susseguirono Marino I (1535-1591), cavaliere distintosi a Lepanto, Camillo (1563-1617), Marino II (1587-1630), Francesco Marino I (1631-1674), Marino III (1668-1720), Francesco Marino II (1688-1727), Marino Francesco I (1714-1781), Giovanni (1741-1800) e Marino Francesco II (1783-1844).
I Caracciolo, con una programmazione "rivoluzionaria", seppero incentivare le risorse dell'intera valle bagnata dal Sabato. Le filande, l'industria del ferro, la lavorazione del rame, della carta e della lana concorsero ad assicurare agli Atripaldesi un elevato tenore di vita - superiore a quello del vicino Capoluogo - tanto che in quel periodo non furono censiti "cittadini poveri" tra la popolazione. Notevole impulso venne assicurato al mondo della cultura che conobbe, grazie al mecenatismo dei Caracciolo, l'Accademia degli Incerti.
Negli anni della seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, Atripalda fu uno dei comuni della Campania destinati dalle autorità fasciste ad accogliere profughi ebrei in internamento civile. Gli internati (una coppia di anziani coniugi di origine tedesca) furono liberati con l'arrivo dell'esercito alleato nel settembre 1943.Ebrei stranieri internati in Campania.
Simboli
Vi è rappresentato il baculum iustitiae, simbolo del potere penale, civile e amministrativo che veniva attribuito dal feudatario al sindaco della città nei giorni delle fiere cittadine. Il simbolo è attestato già dal XIII sec. ma fece la sua comparsa effettiva sui documenti comunali durante il periodo della prima guerra mondiale. Il gonfalone è costituito da un drappo di verde.
Il 20 dicembre 2024 il Consiglio Comunale ha approvato i nuovi emblemi araldici della città di Atripalda, che conservano la descrizione dello stemma variandone lo scudo e modificandone l'immagine. Il gonfalone viene modificato nel colore del drappo da verde a rosso. Viene, infine, istituita la bandiera ufficiale della città "composta dall'araldico cittadino posto al centro sovrapposto ai colori degli smalti (azzurro e rosso) divisi da una diagonale dal vertice basso di destra verso il vertice alto di sinistra" ovvero un drappo tagliato di rosso e di azzurro, caricato al centro dello stemma comunale.
Onorificenze
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose
Chiesa Madre di Sant'Ippolisto Martire
Importante edificio religioso di epoca tardo-paleocristiana (Fine XII secolo, circa nel 1174 i primi documenti), fu elevato a collegiata nel 1598, ma l'aspetto architettonico è ottocentesco, essendo stata la chiesa restaurata nel 1852. Interessante è il tabernacolo, posto nella cappella del Santissimo, e l'altare in stile barocco, alle cui spalle, sopra, c'è il Martirio di sant'Ippolisto, quadro di Nicola Volpe. Da qui si può accedere allo Specus Martyrum, le cui bellezze pittoriche non sono ben conservate, e al cimitero paleocristiano atripaldese all'aperto, poco pubblicizzato ma alla portata visiva di tutti. La parrocchia fa parte della diocesi di Avellino.
Chiesa di San Nicola da Tolentino Questa chiesa, situata nella via principale della città, è stata ricostruita soltanto da pochi anni (fu danneggiata dal terremoto del 1980), ed è in stile moderno. Oltre ad essere una chiesa consacrata, è ormai divenuta centro di convegni, di concerti, di vari eventi di tipo culturale.
Convento di San Giovanni Battista Conosciuto come chiesa di San Pasquale, domina la piazza principale di Atripalda ed è nelle immediate vicinanze del sito archeologico della Civita. Chiesa della Maddalena Chiesa di San Lorenzo che recentemente è diventata chiesa ortodossa rumena Chiesa di Santa Maria del Carmine