Città della Pieve è un comune italiano di abitanti della provincia di Perugia in Umbria.

È situata su un colle, a circa 508 , dominante la Val di Chiana, a pochi chilometri dal confine tra Umbria e Toscana. Città medievale, è costruita per un buon 70% in mattoni a vista. Fa parte della comunità montana Monti del Trasimeno e dell'Unione dei Comuni del Trasimeno.

Geografia fisica

Città della Pieve è in Umbria, ma è situata a quattro chilometri dal confine con la Toscana. Scorre nel territorio comunale il fiume Nestore per circa due chilometri, che nasce a Monteleone d'Orvieto, distante circa otto chilometri da Città della Pieve.

Classificazione climatica: zona E, 2306 GR/G

Storia Le origini del paese risultano difficili da ricostruire e sono tuttora avvolte da un fitto velo di incertezza, soprattutto per quanto riguarda i secoli più antichi. Le testimonianze storiche sono scarse e frammentarie, e il silenzio delle fonti è tale che il nome del luogo compare raramente nella storiografia fino a un periodo relativamente tardo, poco precedente all’anno Mille.

A sottolineare questa mancanza di notizie è lo storico Ferdinando Ughelli, il quale descrive il paese come una Plebana Civitas, divenuta in seguito Castellum Nobile, ma rimasta sostanzialmente oscura, poiché priva di riferimenti negli scrittori più autorevoli del passato:

“Plebana Civitas, iam Castellum Nobile, sed obscurum, utpote cuius apud nobiliores scriptores nulla omnino mentio extet.”

Questa osservazione evidenzia come l’assenza di fonti non derivi da una mancanza di importanza assoluta del luogo, ma piuttosto da una tradizione storiografica che lo ha a lungo ignorato.

Una possibile spiegazione di questo persistente silenzio è legata al fatto che, prima della diffusione del cristianesimo, il paese fosse conosciuto con un nome diverso, oggi non più identificabile con certezza. Alcuni autori locali e seicenteschi hanno tentato di colmare questo vuoto attraverso ipotesi e tradizioni. In particolare, Giovanni Guiducci, nel Ragguaglio storico di Città della Pieve (1686), afferma che il colle su cui sorge l’abitato fosse anticamente chiamato Monte di Apollo, suggerendo un possibile legame con culti pagani precristiani.

Altri studiosi, come Riccoboni, propongono denominazioni differenti, tra cui Castelforte di Chiuscio, mentre ulteriori tradizioni riportano i nomi di Salapia o Castrum Salapinum. Tuttavia, tali attribuzioni restano prive di riscontri documentari certi e devono essere considerate con cautela, come espressione della cultura storica del tempo più che come dati accertati.

Alla scarsità delle fonti antiche si aggiunge un ulteriore elemento determinante: la limitata attenzione degli abitanti, nel corso dei secoli, alla registrazione e alla conservazione delle memorie locali. Archivi e documenti sono andati in gran parte perduti a causa di guerre, conflitti tra fazioni, incendi e delle difficili condizioni storiche e sociali del passato. Questa continua distruzione di testimonianze scritte ha contribuito in modo decisivo a rendere complessa, se non impossibile, una ricostruzione completa delle origini più remote del paese.

Di conseguenza, la storia delle prime fasi dell’insediamento rimane oggi affidata a poche citazioni, a ipotesi erudite e a tradizioni locali, che costituiscono un patrimonio culturale prezioso ma non sempre verificabile. La ricerca storica moderna continua pertanto a confrontarsi con queste lacune, cercando di integrare le fonti scritte con l’archeologia e lo studio del territorio.

Epoca etrusca In assenza di testimonianze scritte dirette, è tuttavia possibile affermare con certezza che il colle sul quale sorge Città della Pieve fu abitato fin dall’antichità più remota. Tale continuità insediativa è comprovata dai numerosi rinvenimenti archeologici effettuati nel territorio circostante, tra cui idoletti, urne sepolcrali, vasi balsamari, lucerne funerarie ed emblemi del culto pagano. Scoperte di questo tipo risultano documentate già nel corso del Settecento. In una dichiarazione datata 24 dicembre 1777, il gonfaloniere Francesco Smaghi attesta infatti il rinvenimento, nelle immediate vicinanze della città, di vasi etruschi, cinerari, lapidi e iscrizioni, nonché di marmi scolpiti con raffigurazioni di divinità, danzatori e scene di battaglia, oltre a utensili destinati ai sacrifici. Tra i reperti di maggiore rilievo è inoltre ricordato un candelabro di singolare fattura, successivamente trasferito a Roma ed entrato a far parte delle collezioni del Museo Clementino.

Ulteriori e rilevanti scoperte si verificarono nel 1864 nel podere denominato “Palazzaccio”, dove vennero alla luce numerose tombe contenenti urne di alabastro. Una di esse, ornata da bassorilievi di eccezionale pregio, fu venduta al Museo Nazionale di Londra. Le indagini sui materiali consentirono di accertare che la maggior parte delle urne apparteneva a membri della famiglia dei Purni (lat. Furini o Purii). Il proprietario del fondo, Pietro Giorgi, provvide a raccogliere ed esporre i reperti nel proprio Palazzo Taccini, dando così visibilità a una ricca suppellettile funeraria composta da ceramiche figurate, vasi di bucchero dalle fogge rare, ossari fittili e in travertino, oggetti di oreficeria, utensili metallici, armi e piccoli manufatti in vetro e terracotta.

Il complesso dei materiali rinvenuti comprende non soltanto oggetti di uso quotidiano, ma anche manufatti destinati a premi di giochi solenni, a doni nuziali e all’ornamento degli ambienti domestici. Secondo un uso attestato nella prassi funeraria etrusca, tali oggetti venivano deposti nelle tombe insieme a quelli che il defunto aveva particolarmente apprezzato in vita. Alcuni esemplari, giunti in uno stato di conservazione eccezionale, presentano iscrizioni greche e decorazioni di notevole qualità artistica. Nel loro insieme, i reperti possono essere riferiti a un arco cronologico compreso tra il II e il VII secolo a.C.

Nel 1880 fu scoperta casualmente una grande tomba a camera scavata nel tufo, lungo la strada che collega Città della Pieve a Chiusi. Sebbene la parte principale risultasse già esplorata e spogliata in epoca antica, la porzione rimasta inesplorata restituì urne con specchi di bronzo e altri elementi della suppellettile funeraria. Successivamente, nel marzo del 1884, ulteriori tombe furono individuate lungo la linea ferroviaria tra Chiusi e Città della Pieve. I materiali recuperati furono donati dalla Direzione delle Ferrovie al Museo Archeologico di Firenze e descritti dal prof. E. Milani nel periodico Notizie degli Scavi (1884, p. 100).

Un ulteriore rinvenimento di particolare interesse avvenne nel 1888, quando un’urna di alabastro policromo fu scoperta nei pressi della città, come riportato dall’Archivio Storico per le Marche e per l’Umbria (vol. IV, p. 769). Tra la fine del XIX secolo e i primi anni del XX, Pietro Giorgi promosse nuovi scavi nei suoi terreni in località Torraccia, dai quali provennero numerosi cinerari e tegoli iscritti. Sedici di questi reperti furono pubblicati nell’Additamentum del volume I del Corpus Inscriptionum Etruscarum (nn. 4832–4891) e venduti nel 1896 al Museo Archeologico di Firenze. Le iscrizioni menzionano, tra le altre, le famiglie Gavii, Varii, Largii, Parii e Sentii. Il medesimo Corpus Inscriptionum Etruscarum riporta inoltre una relazione del comm. B. Nogara, direttore dei Musei Vaticani, relativa ad altri importanti materiali provenienti dagli scavi Giorgi.

Nel complesso, sebbene le evidenze archeologiche attestino una frequentazione del territorio di Città della Pieve fin dall’epoca più antica, non emergono elementi sufficienti per identificarvi la sede di una vera e propria città etrusca. È invece più verosimile che l’area rientrasse nella circoscrizione di Chiusi, il cui territorio, in questo settore, doveva estendersi fino a Ficulle e al fiume Paglia, confinando direttamente con quello di Orvieto.

Epoca romana L’ipotesi di una frequentazione o di un insediamento sul colle in epoca romana si fonda principalmente su testimonianze di età moderna, in particolare su fonti del XVIII secolo. Alcuni autori di tale periodo riferiscono infatti dell’esistenza, nell’orto di San Francesco, di una lapide che menzionava il centro come municipio romano. Tuttavia, poiché il reperto non è più reperibile, tale informazione non può essere verificata direttamente e va considerata con cautela.

La tradizione locale collega questa presunta presenza romana alla distribuzione di terre ai veterani di Silla, successiva alla vittoria riportata nell’83 a.C. (anno 667 di Roma) sulle truppe mariane guidate da Carbone nella pianura della Chiana. Anche in questo caso, in assenza di fonti archeologiche o documentarie coeve, l’attribuzione rimane di carattere ipotetico.

Secondo le descrizioni tramandate, la lapide presentava figure di combattenti scolpite in bassorilievo e un’iscrizione in caratteri ormai fortemente deteriorati, leggibile solo in forma frammentaria:

“GEN. MUN. LEG. MAN. C. F. L.”

Le interpretazioni proposte dagli eruditi del tempo — che vi riconoscevano riferimenti al Genio Municipale e alla Legio Manilia — non possono oggi essere confermate e restano pertanto congetturali.

Bocci, nel suo manoscritto storico, dichiara di aver visto personalmente la lapide in gioventù; egli segnala tuttavia che questa scomparve in seguito e ne ignora l’eventuale collocazione, avanzando l’ipotesi che possa essere stata riutilizzata come materiale da costruzione durante l’edificazione della nuova chiesa di San Francesco. Anche tale informazione, pur interessante, si basa su una testimonianza indiretta.

A sostegno di una presenza romana nel territorio vengono inoltre citati vari rinvenimenti archeologici sporadici, quali monete, oggetti di uso comune e presunti resti di strutture idrauliche, nonché il tracciato dell’antica Via Cassia. Si segnala inoltre il ritrovamento di una urna cineraria con iscrizione latina, contenente le ceneri di Tannia Stazia, rinvenuta nel poggio olivato del podere Ripavecchia; questo elemento costituisce uno dei pochi dati di natura epigrafica effettivamente documentati.

Altri manufatti, come il pozzo del Casalino e la torre del pubblico, sono talvolta ricondotti a epoche antiche sulla base di caratteristiche costruttive, sebbene manchino studi stratigrafici o analisi archeologiche che ne consentano una datazione certa.

Epoca cristiana Città della Pieve era già un insediamento di origine romana quando il Cristianesimo iniziò a diffondersi nell’Italia centrale. Sebbene non sia possibile stabilire con precisione l’anno né il predicatore che per primo annunciò la nuova fede agli abitanti del colle, il contesto storico e territoriale consente di ipotizzare una cristianizzazione relativamente precoce, probabilmente entro il II secolo d.C.

È attestato che a Perugia il Cristianesimo fosse professato fin dall’inizio del II secolo e che la comunità locale avesse come guida San Costanzo, martirizzato intorno al 165. La sua morte non segnò la fine della presenza cristiana, ma contribuì al consolidamento della comunità. A questa fase si collegano le testimonianze di altri martiri, tra cui San Fiorenzo, ucciso nel 253 durante la persecuzione di Decio, e San Ercolano, caduto nel VI secolo sotto Totila.

Nel medesimo periodo sono documentate comunità cristiane a Siena, Cortona, Arezzo, Spoleto e Orvieto, a conferma di una diffusione ormai estesa della nuova religione nell’Italia centrale. Il Cristianesimo, giunto a Roma verso la metà del I secolo, si irradiò progressivamente lungo le principali vie di comunicazione.