Il METS - Museo etnografico trentino San Michele (in sigla METS), precedentemente noto come Museo degli usi e costumi della gente trentina (in sigla MUCGT), è un museo etnografico con sede a San Michele all'Adige, in provincia di Trento.
È considerato, sotto il profilo della tecnologia popolare, il più importante d'Italia e tra i più significativi d'Europa.Togni R., Forni G., Pisani F., Guida ai musei etnografici italiani, Firenze, Leo S. Olschki, 1997, p. 288
Storia dell'edificio
Il museo si trova nell'ex monastero San Michele, tenuto dai canonici agostiniani regolari, ultimo baluardo meridionale del monachesimo tedesco. Il convento collocato presso l’antica confluenza del torrente Noce e fiume Adige era stato fondato negli anni 1144/45 dai conti di Appiano, con l'assistenza del vescovo di Trento Altemanno, parallelamente all'istituzione dei conventi dei canonici regolari di Novacella presso Bressanone e di Santa Maria in Au presso Bolzano. Dagli Appiano, infatti, la prepositura agostiniana ricavò il proprio emblema araldico, che ancora oggi vediamo anche sullo stemma del comune di San Michele: la mezzaluna e la mezza stella.
Nel cortile del monastero si trova un curioso gioco enigmistico affrescato del 1516, dedicato alla visita dell’imperatore Massimiliano I d'Asburgo. Di lui, a partire dalla lettera 'M' centrale, è possibile leggere il nome MAXIMILIANUS non meno di 143 volte. A quell’epoca, la residenza prelatizia, con le sue eleganti logge rinascimentali, aveva raggiunto un aspetto non dissimile dall’attuale. Più tarde, sei-settecentesche, sono la sistemazione della chiesa arcipretale, con la splendida facciata barocca, l’ala settentrionale del monastero, con i suoi massicci torrioni cilindrici.
In concomitanza dell’invasione napoleonica del Tirolo, i canonici furono costretti ad allontanarsi dal monastero, permettendo così la spoliazione dell’edificio da parte degli ussari e dei paesani.
Nel 1807 si decretò lo scioglimento del monastero, che nel 1868 venne acquistato dalla Dieta tirolese. A partire dal 1874 divenne sede dell'Istituto agrario, sotto la guida di Edmund Mach. L’Istituto divenne presto baluardo di un’agricoltura scientificamente fondata, al passo con i tempi, tanto sotto il profilo agronomico, tanto sotto quello socio-economico. Infine, nel 1968 e dopo un intenso triennio di lavoro, grazie al trasferimento dell’Istituto agrario e all’intuizione museografica di Giuseppe Šebesta, l’edificio diventa sede del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina.
Il Museo Il Museo concretizza le idee del fondatore in un ricco percorso espositivo che attraversa ben 43 sale, snodandosi dal basso verso l'alto in senso elicoidale e articolandosi su 5 livelli, in 25 diverse sezioni, con un patrimonio di più di 13.000 oggetti di cui circa la metà esposti, tra i quali spiccano quattro grandi macchine idrauliche originali: il mulino, la fucina, la noria e la segheria veneziana.
L’idea di base è quella di distinguere nella realtà contadina tradizionale alcune filiere tecnologiche ben definite, denominate appunto “canali chiusi”, e di rappresentarle nel Museo collocando strumenti e manufatti nell’ordine stesso in cui essi occorrono all’interno di una data sequenza colturale o tecnologica. A loro volta, questi temi sono organizzati in una gerarchia razionale, che segue le caratteristiche strutturali dell’edificio: le attività legate all’agricoltura si trovano al pian terreno, l’artigianato ai piani intermedi, la socialità e il simbolico al piano elevato. La struttura risulta così essere quella di un’elica ascendente.
Il Museo si distingue per l'attenzione dedicata al sistema agrosilvopastorale della montagna trentina: un sistema che tradizionalmente integrava la coltura dei cereali a un’attenta gestione delle risorse boschive e all’allevamento ovi-bovino. Il territorio era suddiviso in fasce colturali a seconda dell’altitudine: in fondovalle si trovava il paese con le attività produttive, gli orti e i campi coltivati a seminativo; a mezzacosta il terreno era suddiviso tra il coltivato e il prato, il cosiddetto maggengo; più in alto era il bosco da cui poter ricavare legna da ardere, legname da opera e prodotti secondari; in alto lo spazio si apriva ai pascoli d’alta quota, dove nel periodo estivo si portavano gli animali nelle malghe.
Alcune sale sono dedicate all’economia di tipo migratorio tipica delle montagne. Tradizionalmente anche in Trentino, una parte importante degli uomini abili si allontanava stagionalmente dalle valli per andare a proporre altrove il proprio mestiere: segantini, arrotini, calderai, pittori, venditori di stampe.
Percorso espositivo
Piano terra
Agricoltura Dopo la prima sala, in cui campeggia un diorama che rappresenta un tipico paese trentino, circondato da campi, prati, boschi e pascoli, si apre la grande sala dedicata all’agricoltura, suddivisa in tre sezioni relative al prato, al campo e all’orto. Qui troviamo tutti gli attrezzi necessari alla fienagione (la falce fienaia, rastrelli, coti e portacoti), alla coltivazione del campo (zappe, sarchi, aratri simmetrici e voltorecchio, erpici), alla mietitura e alla trebbiatura dei cereali (falcetto, falce messoria, correggiato, crivello, vaglio e mulinello da grano). L’orto è proposto in una vecchia vasca circondata da un’ampia selezione di contenitori realizzati ad intreccio.
Mulino Per farne farina, i cereali trebbiati e puliti venivano portati al mulino; lungo i corsi d’acqua del Trentino se ne contavano poco meno di un migliaio. Il mulino ad acqua ricostruito in sala risale al 1828 e proviene da Faver in val di Cembra. L’orzo esigeva una lavorazione differente e quindi, accanto alla macina per i cereali, troviamo una grande pila a percussori su base in pietra e una molazza per effettuare la pilatura. Chiude la collezione una serie di stai e setacci.
Fucina
La sala contiene la ricostruzione di una piccola fucina con le attrezzature fondamentali: un maglio risalente al 1814, azionato da una ruota idraulica a pale, una forgia, una tromba idroeolica e una vasca per la tempera. Al centro, un ceppo regge l’incudine, circondata da una serie di tenaglie e martelli; nelle vetrine, le sequenze di lavorazione di una scure, una vanga, un sarchio e un piccone.
Chioderia La chioderia era la fucina in cui si producevano chiodi, bullette o brocche per le suole delle scarpe. Si trattava di laboratori costituiti da piccoli fabbricati con uno o più focolari attorno ai quali erano sistemate delle incudini, numerosi nella valle di Ledro dalla fine del Settecento.
Mascalcia e stalla
Nella corte troviamo un attrezzo fondamentale per la mascalcia: un travaglio per ferrare i buoi; nella sala è ricostruita una stalla tradizionale risalente alla fine dell’Ottocento e proveniente da Someda (Moena), che si caratterizza per l’impiantito in legno e gli avvolti a botte; non mancano lo stallotto per il maiale e il condotto del fieno.
Fonderia del rame A differenza del ferro, il rame si lavora a partire dallo stato fuso e in sala è riprodotto un forno fusorio con i relativi mantici, mescoli e stampi. La battitura e la lavorazione del rame sono illustrate da un maglio a testa d’asino martelli, incudini e cesoie. Nelle vetrine, svariati esempi di artigianato del rame: paioli, pentole, secchi, caldaie da caseificio, scaldaletto, teglie rotonde, cuccume.
Ferro battuto La sala propone una serie di manufatti in ferro battuto: serrature, chiavistelli, catenacci, bandelle, cerniere, chiavi. Importante è la collezione di orologi da campanile, fra cui l’antico orologio della chiesa di San Michele all’Adige costruito ad Innsbruck nel 1879.
Primo piano
Fibre tessili
La sezione è articolata in tre sale dedicate alla filatura, all'orditura e alla tessitura. Nella prima, si ricostruisce la lavorazione della canapa e del lino attraverso i relativi oggetti (setacci, mazzuoli, gramole, pettini); per quanto riguarda la lana si trovano forbici da tosa, scardassi e cardi.
Gli strumenti utilizzati per la filatura sono rappresentati da rocche, fusi, filatoi a pedale. Nella sala successiva sono esposti gli orditoi, seguiti, nell’ultima sala, dai telai a due e quattro pedali accompagnati dai relativi accessori; si segnala l’esposizione di un libro di tacamenti, ovvero una serie di schemi di tessitura che si tramandava di padre in figlio.
Conclude l’esposizione una piccola sala dedicata all’allevamento del baco da seta e alla gelsicoltura.
Malga Una sezione del museo è dedicata all’alpeggio. La prima sala, al cui centro è collocato un modellino che illustra la struttura della malga, composta da due edifici (la casàra e la stalla) e dal pascolo; nelle vetrine, si trovano gli oggetti relativi alla mungitura e al trasporto del latte.
Le sale seguenti propongono lo strumentario connesso alla produzione del burro, del formaggio e della ricotta: le ampie bacinelle in cui viene fatta affiorare la panna, le zangole (a stantuffo, a manovella, a culla, a botte) che permettono di trasformare la panna in burro, la caldaia in cui si scalda il latte per ottenere il formaggio, il caglio, il termometro caseario e vari frangicagliata. Infine, si incontra un piccolo locale in cui sono conservate diverse fascere e stampi da burro.
Presso la caldaia si trova l'òm selvàdech, il mitico abitatore dei boschi che, secondo una leggenda ampiamente diffusa, avrebbe insegnato agli uomini l’arte di ottenere il formaggio dal latte.
Apicoltura La piccola sala pone in successione diverse versioni dell’arnia tradizionale, dal bugno ricavato da un tronco d’albero cavo all’alveare a favo mobile. Interessante il raro esemplare di bugno cosiddetto “spaventaorsi”, scolpito in foggia di gentiluomo con cilindro e il bugno con parete in assito che reca un distico latino dalle Georgiche. Tra gli attrezzi, un esemplare di macchina a rulli per i fogli di cera, alcuni affumicatori e un antico esemplare di smielatore a forza centrifuga.
Legno Il legno riveste un ruolo fondamentale nell’economia e nelle attività quotidiane delle comunità alpine tradizionali.
La sezione ha inizio da una piccola sala contenente manufatti lignei di epoca preistorica, fra cui alcuni resti delle palafitte di Ledro, e una barca rinvenuta sul fondo del lago di Lavarone. La seconda sala presenta l’attrezzatura essenziale impiegata nel lavoro del boschi: dagli strumenti per le operazioni preliminari (il cavalletto dendrometrico per le misurazioni e il martello forestale), agli attrezzi impiegati per l’abbattimento (scuri e cunei, segoni) e il trasporto del legname (zappini e biette).
Il trasporto dei tronchi, raggiunta una via carrabile, ma anche del fieno, della legna e di diversi altri materiali, avveniva mediante l’impiego di slitte e di carri a due o quattro ruote e del caratteristico bròz, uno speciale avantreno con tiro semplice o doppio.
Il fulcro della filiera del legno è rappresentato dalla segheria veneziana, la grande installazione idraulica per la riduzione dei tronchi in assame da opera. La segheria ricostruita in sala proviene da Rumo e raggiunge quasi i dieci metri di lunghezza: il Trentino contava un tempo 300 di questi impianti, collocati lungo i corsi d’acqua.
La visita prosegue nelle sale dedicate all’arte del legno in tutte le sue specificazioni: dagli attrezzi del falegname, agli strumenti del carpentiere, del carraio, del tornitore. Due vetrine sono dedicate alla produzione delle fruste in legno di bagolaro sviluppatasi a Taio in Val di Non nell’Ottocento. La sezione si chiude con una serie di esempi di arte dell’intaglio.
Calzolaio e zoccolaio In un antico bovindo sono esposti gli strumenti di lavoro del calzolaio, dalle forme agli attrezzi di montaggio e rifinitura della scarpa. Per lo zoccolaio troviamo le fasi di lavorazione della suola in legno e i vari utensili necessari con i rinforzi in ferro per la ferratura e chiodatura delle suole. Al centro la cassetta del calzolaio ambulante.
Stua e usi nuziali