Biografia Aristide fu autore, intorno al 100 a.C., dei Milesiaká, una raccolta di novelle erotiche, nessuna delle quali si è però conservata, che acquistarono enorme popolarità tra Greci e Romani. Le novelle furono tradotte in latino da Lucio Cornelio Sisenna e divennero molto popolari a Roma,Cfr. Plutarco, Crasso, 32, 2, che rileva come fossero un libro assai popolare tra i soldati al fronte. dove l'espressione fabula Milesia passò ad indicare genericamente un racconto a sfondo erotico-licenzioso.

Testimone d'eccezione della fortuna di AristideL. Pepe, "Milesie" e "Sibaritiche" al tempo di Ovidio, in "GIF", XI (1958), pp. 317-326. fu Ovidio che, esiliato da Ottaviano Augusto sembra per la licenziosità della sua Ars amatoria, rilevò come Aristide non fosse stato cacciato dalla sua città, malgrado i suoi scrittiOvidio, Tristia II, 413-414: «iunxit Aristides milesia crimina secum / pulsus Aristides nec tamen urbe sua est», "Aristide congiunse tra loro racconti relativi agli scandali di Mileto, eppure non fu cacciato dalla sua città". e che questo non fosse accaduto nemmeno a Roma, al suo traduttore Sisenna.Ovidio, Tristia II, 443-444: «vertit Aristiden Sisenna nec obfuit / illi historiae turpes inseruisse iocos», "Sisenna tradusse Aristide e non gli fu fatto nulla per aver inserito battute oscene accanto alle sue narrazioni storiche".

Milesiakà Caratteristica delle favole milesie è l'inserimento di altri racconti all'interno della vicenda principale, narrata in prima persona, espediente ripreso da Petronio, che nel Satyricon narra del ragazzo di PergamoAi capp. 85-87. e della matrona di Efeso,Ai capp. 111-112. e Apuleio, che nelle Metamorfosi esordisce esprimendo la volontà di «intrecciare varie favole in stile milesio».I 1, 1: «At ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram».

Si trattava, com'è possibile ricavare proprio da Petronio ed Apuleio, nonché da alcune riprese in Luciano di Samosata, di racconti erotici o macabri, che riprendevano motivi delle narrazioni popolari ed erano connotati da brevità e stile rapido, forse non dissimili dalle nostre barzellette e che proprio per questo riscossero grande successo. Tuttavia proprio la loro licenziosità e il carattere di letteratura popolaresca ne decretarono la scomparsa presso le scuole di retorica e il mondo cristiano.

Note

Bibliografia P. G. Walsh, The Roman Novel, Cambridge University Press, 1970, pp. 11 ss. L. Pepe, "Milesie" e "Sibaritiche" al tempo di Ovidio, in "GIF", XI (1958), pp. 317–326.

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