In Italia è stato condannato all'ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Biografia Infanzia e gioventù Nato a Hennigsdorf, una piccola cittadina tedesca a nord ovest di Berlino, da adolescente, a causa della prematura morte dei suoi genitori, Erich Ernst Bruno Priebke fu cresciuto principalmente da uno zio e incominciò molto presto a lavorare, per guadagnarsi da vivere, come cameriere prima a Berlino, poi a Londra e infine a Sanremo.

La carriera militare Nel 1933 aderì al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi e nel 1936 entrò a far parte della Gestapo, la polizia segreta del Terzo Reich.

Nel corso della seconda guerra mondiale rimase sempre in Italia dove, assieme ad altri militari tedeschi, partecipò al coordinamento delle tattiche e delle strategie che il Terzo Reich avrebbe dovuto adottare nella Penisola. A partire dal febbraio del 1941, grazie anche alla sua conoscenza della lingua italiana, venne inquadrato come interprete presso l'Ambasciata tedesca a Roma.

Nel 1942 venne messo a capo della sezione della Gestapo di stanza a Brescia e, l'anno dopo, fece rientro a Roma, dove venne posto, con il grado di Hauptsturmführer (capitano) delle SS, sotto il diretto comando dellObersturmbannführer (tenente colonnello) Herbert Kappler, comandante del Servizio di sicurezza tedesco (SD) di Roma.

L'eccidio delle Fosse Ardeatine

Poco dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, firmato cinque giorni prima a Cassibile, la Wehrmacht assunse il controllo effettivo della città di Roma e, fin dai primi giorni, vari gruppi di resistenza formati da civili si costituirono nella capitale, intenzionati a reagire con le armi e con azioni che avessero un forte valore simbolico.

Il 23 marzo del 1944 un gruppo di uomini dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito Comunista Italiano, preparò un attentato contro un reparto delle forze d'occupazione tedesche, l'11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d'ordine) e interamente composto da reclute altoatesine. Una bomba di 18 chili, collocata in un carrettino da spazzini, esplose nel momento preciso in cui la compagnia percorreva via Rasella, provocando la morte di 33 soldati e due civili, tra cui un bambino di 12 anni. Fu il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l'Europa occidentaleCfr. .

Dopo l'attentato, su ordine di Adolf Hitler e come rappresaglia per l'agguato di via Rasella, Kappler ordinò l'esecuzione di ostaggi italiani (nel numero di dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso), da fucilare nelle cave delle Fosse Ardeatine, nella zona extraurbana della Capitale. Lì i condannati arrivarono intorno alle ore 15 del 24 marzo e, condotti nelle grotte a gruppi di cinque, vennero trucidati con dei colpi di fucile alla nuca. Al termine dell'esecuzione di massa l'entrata delle cave venne fatta crollare con dell'esplosivo.

Le persone uccise alla fine furono complessivamente 335, cinque in più rispetto al numero stabilito dallo Stato maggiore tedesco, a causa di un errore dello stesso Priebke che « [...] preposto alla direzione dell'esecuzione e al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l'esecuzione con la massima rapidità, non s'accorse che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza.» Tra le vittime dell'eccidio ci furono anche malati, vecchi, minorenni, oltre a 75 ebrei romani.

Oltre a partecipare alla fucilazione "cagionando direttamente la morte di due persone", come vicecomandante del quartier generale della Gestapo a Roma, Priebke redasse personalmente la lista di coloro che sarebbero stati uccisi. Trascorse l'intera notte prima dell'eccidio a scorrere i registri in cui erano schedati i sospetti fiancheggiatori delle forze di Resistenza e, per rastrellare gli ostaggi considerati "meritevoli di morte", arrestò anche diversi prigionieri politici precedentemente incarcerati con deboli prove a loro carico e in base agli accordi precedentemente presi da Kappler con i suoi superiori.

Secondo alcuni storiciValerio Castronovo, Tragica fine di un leader, Il Sole 24 Ore, 1º giugno 2014, pag. 283., Priebke sarebbe responsabile anche di aver impartito l'ordine che determinò l'eccidio de La Storta, ovvero l'assassinio con un colpo di pistola alla testa di 14 prigionieri prelevati dalla famigerata prigione di via Tasso di Roma, in gran parte socialisti appartenenti alle Brigate Matteotti o membri del Fronte militare clandestino, avvenuto nelle campagne appena fuori Roma, al quattordicesimo chilometro della via Cassia, nei pressi della località "La Storta", nel pomeriggio del 4 giugno 1944, proprio mentre le truppe alleate facevano il loro ingresso trionfale nella Capitale italiana. Nell'eccidio perse la vita, tra gli altri, il sindacalista ed ex-deputato socialista Bruno Buozzi.

Il 14 giugno 1944 Priebke divenne ufficiale di collegamento con lo Stato maggiore della Guardia nazionale repubblicana fascista, con sede a Brescia, partecipando attivamente alle perquisizioni e alle azioni di rastrellamento, allo scopo di individuare le cellule cittadine di supporto ai partigiani che presidiavano le montagne bresciane.

Centinaia di arrestati, appartenenti alla Resistenza o semplici sospetti partigiani catturati dai tedeschi tra la Lombardia e il Veneto, furono catturati e rinchiusi nella prigione di Canton Mombello, per poi essere condotti nel quartier generale tedesco ove Priebke svolgeva - spesso personalmente - gli interrogatori. Come ricorda la staffetta partigiana Agape Nulli, catturata appena diciottenne e reclusa nel carcere bresciano dall'autunno del 1944:

Dopo la guerra Il 13 maggio 1945, dopo la resa dell'esercito tedesco, Priebke venne preso prigioniero a Bolzano con gli altri militari e ufficiali della sua compagnia che accompagnavano lObergruppenführer Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Internato nella prigione di massima sicurezza di Ancona, una struttura speciale dove venivano reclusi gli ufficiali indiziati per crimini di guerra, il 31 marzo 1946 venne portato al campo 209 di Afragola, un centro alle porte di Napoli custodito dagli inglesi e infine venne spostato nel campo di prigionia di Rimini.

Il 31 dicembre 1946 Priebke riuscì a fuggire dal campo di Rimini: approfittando dei festeggiamenti di fine anno, eluse la guardia dei militari britannici e polacchi di stanza nel campo e, assieme ad altri quattro commilitoni, si rifugiò nel vescovado di Rimini.

Dal 2 gennaio 1947 fino all'ottobre del 1948 Priebke visse in Alto Adige, a Vipiteno, assieme alla moglie Alicia Stoll e ai figli Jorge (nato nel 1940) e Ingo (nato nel 1942). Qui, grazie all'assistenza di alcuni preti altoatesini, quali Johann Corradini, parroco di Vipiteno, e Franz Pobitzer, di Bolzano, ma anche del Vicario generale della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, ricevette il battesimo cattolico.

Attraverso le sue conoscenze all'interno degli uffici del comune di Termeno e nella Croce Rossa Internazionale, Pompanin poté aiutare alcuni gerarchi tedeschi in fuga verso il Sud America, procurando loro documenti di identità falsi. E così, come per Adolf Eichmann nel giugno del 1948, anche per Priebke si operò affinché potesse ottenere una falsa identità, quella di un direttore di albergo lettone, apolide e optante, di nome Otto Pape (vedi ratline). Priebke però riprese la propria identità una volta stabilitosi in Argentina, variando solamente il suo nome da Erich Priebke a Erico Priebke.

Il 13 settembre 1948 venne quindi ribattezzato dal parroco Johann Corradini, su disposizione formale del vescovo di Bressanone Geisler, e si convertì al cattolicesimo, condizione essenziale affinché lui e la sua famiglia ottenessero il passaporto falso necessario per la fuga all'estero. A spedirglieli fu il vescovo Alois Hudal. Come viene riportato nel registro battesimale: «Con riguardo all'accoglimento nella Chiesa cattolica del signor Priebke Erich, lo stesso viene battezzato per una seconda volta dal parroco Johann Corradini sub conditione». Si imbarcò quindi dal porto di Genova sulla nave San Giorgio e, pochi giorni dopo il Natale del 1948, sbarcò in Argentina, a Río de la Plata.

Da lì, nel 1949, si spostò a San Carlos de Bariloche, una cittadina chilometri a sud ovest di Buenos Aires, ai piedi delle Ande, dove rimase per quasi mezzo secolo con sua moglie Alicia nella casa al numero 167 della Calle 24 de Septiembre. Nei primi anni di permanenza Priebke aprì un negozio di alimentari, per poi diventare in seguito direttore della scuola «Primo Capraro» di San Carlos de Bariloche. Priebke tornò comunque più volte in Europa, sia in Germania (come ad esempio nel 1978, in occasione del funerale di Herbert Kappler), sia in Italia, nel 1980, dove in compagnia di sua moglie visitò alcune città italiane come Roma, Sorrento e Rapallo.

L'intervista alla ABC e l'estradizione Nel mese di aprile del 1994 la troupe del programma Prime Time Live dell'emittente statunitense ABC, guidata dal giornalista Sam Donaldson, su segnalazione del Centro Simon Wiesenthal,Pasquini Dario, Un'ultima occasione mancata di giustizia: la questione dell'esecuzione delle pene comminate in contumacia dai tribunali militari italiani ai criminali di guerra tedeschi, Milano: Franco Angeli, Italia contemporanea: 284, 2, 2017, p. 170. si presentò alla porta dell'abitazione di Juan Mahler, ovvero Reinhard Kopps, il militare tedesco che nel 1946 aveva aiutato Priebke a scappare dal campo di detenzione britannico di Rimini. Davanti alle prove scritte mostrategli dai giornalisti americani, Kopps cedette e fornì nome e indirizzo di Priebke.

La mattina del 6 maggio 1994 la troupe si precipitò su Priebke non appena egli finì il proprio turno di lavoro nella scuola «Primo Capraro» di San Carlos de Bariloche, cogliendolo di sorpresa mentre stava entrando nella sua auto e riuscendo così a fargli una breve intervista: «Signor Priebke, Sam Donaldson, televisione americana [...] è lei Erich Priebke?», chiede il giornalista, «Sì», risponde tranquillamente lui. Il giornalista fece diverse domande alle quali egli rispose senza problemi, dicendo per esempio di non esser mai stato contro gli ebrei e di non averne mai fatto deportare alcuno e che considerava quanto accaduto alle Fosse Ardeatine una tragedia. In successive interviste televisive confermerà comunque di aver dovuto sparare a due delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine, specificando che però si era limitato semplicemente a eseguire gli ordini e che essendo un militare era obbligato a eseguirli. Non si mostrò per nulla pentito dinnanzi al giornalista americano sostenendo poi che in guerra bisogna eseguire solo gli ordini. Negò sempre nell’intervista di aver ucciso, alle Fosse Ardeatine, anche dei minori.

A causa della sua età avanzata e del suo stato di salute, le autorità argentine decisero, in un primo momento, il non doversi procedere con l'arresto, optando invece, l'8 maggio successivo, per la misura degli arresti domiciliari nella sua casa di Bariloche. Il 9 maggio le autorità italiane inoltrarono la richiesta di estradizione ai giudici della Corte suprema argentina, richiesta che venne quindi accolta il 2 novembre del 1995.

Il 21 novembre del 1995 Priebke arrivò in Italia, dove venne recluso nel carcere militare di Forte Boccea a Roma e subito interrogato dal procuratore militare Antonino Intelisano. Contrariamente a quanto aveva fatto dopo la sua cattura, quando si era rifiutato di parlare con lo stesso PM recatosi personalmente in Argentina per la rogatoria internazionale, Priebke decise di collaborare con i magistrati italiani, pur senza affrontare, almeno inizialmente, i punti cruciali sostenuti dell'accusa.

I processi e le condanne