La chiesa di Sant'Alessandro Maggiore è una chiesa di Lucca che si trova nella piazza omonima.

Storia e descrizione

La chiesa di Sant'Alessandro Maggiore a Lucca, ricordata per la prima volta in un documento dell'anno 893, ma fu ricostruita probabilmente alla metà dell'XI secolo. Per la chiesa sono state in realtà proposte varie datazioni (il sec. XII, il sec. XI, il sec. XI con aggiunte del XII, il sec. IX con aggiunte dei secoli XI-XII) ed il fatto che la chiesa attuale inglobi un edificio più antico (un dato che finora non era accettato da tutti gli studiosi), non ha comunque risolto il problema della datazione assoluta delle parti, perché manca un aggancio sicuro tra le strutture fisiche della chiesa e i pochi documenti conservati che la riguardano, ovvero la prima attestazione documentaria dell'893 e l'acquisizione, nel 1057-58, da parte del vescovo Anselmo da Baggio, che provvide a traslarvi le reliquie di Sant'Alessandro.

Considerata il prototipo dell'architettura romanica lucchese, è un edificio di tipo basilicale, le cui caratteristiche sono simili a quelle della locale architettura romanica, improntata ad un sobrio classicismo. La chiesa è infatti caratterizzata da estremo rigore costruttivo, evidente soprattutto nel disegno della facciata, calibrata nelle proporzioni, nel raffinato paramento a filari alternati, alti e bassi, di calcare bianco, nelle decorazioni di impronta classica del portale di facciata e di quello laterale. In facciata, sul cornicione che segna la sopraelevazione della navata centrale, le basi di quattro colonnini suggeriscono l'ipotesi di un originario loggiato. Dalla decorazione dell'abside, i cui caratteri denotano un più vivace senso decorativo e tracce di cromia, sembra che i lavori si siano conclusi nella prima metà del XII secolo.

Le strutture di una chiesa più antica, di datazione ancora controversa, sono riconoscibili nella metà inferiore della facciata, nel primo tratto dei fianchi e, all'interno, nelle arcate fino alla prima coppia di pilastri e si mostrano di una qualità sorprendentemente vicina a quella della stessa architettura romana.

L'edificio è interamente rivestito da lastre di calcare bianco perfettamente levigate e disposte in fasce alternativamente alte e basse, secondo un ordine che evoca lopus quadratum pseudoisodomum dei monumenti dell'Antichità (come nel tempio rotondo del Foro boario a Roma, del II secolo a.C.), tale alternanza non ha comunque una valenza puramente decorativa (come nelle chiese romaniche di Pistoia e nello stesso Duomo di Pisa), bensì compositiva: nelle parti più antiche della facciata, le fasce più basse si distinguono infatti in fasce bianche "di partizione", che ritmano semplicemente la superficie (ai lati del portale), e in fasce grigie "di proiezione", che invece proiettano orizzontalmente i nodi strutturali (basi, capitelli, vertice del frontone, cornice intermedia) sull'intera superficie del paramento, in modo simile a quanto si verifica nelle finestre a edicola del Battistero di Firenze e in superstiti rivestimenti marmorei dell'antichità (all'interno del Pantheon a Roma o nel nartece di Santa Sofia a Costantinopoli). All'interno di questa disposizione che tende ad annullare ogni effetto di massa delle murature riportandone le tensioni sul piano ed esaltando il volume della chiesa come solido geometrico-luminoso, sono così inserite tanto le aperture, tagliate sempre a spigolo vivo, senza cornici modanate che esprimano il peso e lo spessore dei muri, quanto i particolari scolpiti che le incorniciano, peraltro tutti di diretta derivazione romana.

La stessa compenetrazione di ordine statico e geometrico si osserva nelle arcate interne pertinenti alla prima fase costruttiva (le prime 6 dall'ingresso), dove le pietre, bianche e colorate, sono sempre disposte in modo simmetrico, come si riscontra in edifici del VI-VII secolo, quali il Mausoleo di Teodorico a Ravenna o la Cupola della Roccia a Gerusalemme, le cui arcate interne sorreggenti la cupola sono rivestite da un sontuoso apparato marmoreo policromo che presenta gli stessi elementi della nostra chiesa. Anche nel Sant'Alessandro, infatti, gli archi più antichi sono sormontati da un concio (il "concio in asse") collocato esattamente sopra la chiave, in modo da individuare un'altezza costante su cui corre la cornice orizzontale che collega e conclude tutte l'arcate (e su cui poggiava il catino absidale originario); in questo modo, come negli edifici della Tarda Antichità (ad esempio nel peristilio del Palazzo di Diocleziano a Spalato, oppure nei colonnati di Santa Sofia a Costantinopoli) le arcate vengono a costituire un insieme rigido, concluso da un adeguato coronamento orizzontale, ed inoltre i pennacchi – ossia i triangoli curvilinei compresi tra gli archi – essendo di conseguenza regolari, si presentano come figure geometrico-decorative, con i conci e gli inserti colorati (listelli verticali e minuti triangoli di marmo più scuro) disposti secondo un opus quadratum isodomum simmetrico rispetto all'asse delle colonne, così da evocare l'''opus sectile delle costruzioni antiche, in modo simile alle arcate di San Miniato al monte a Firenze e di Sant'Andrea a Empoli, ma con una più marcata identificazione tra ragioni costruttive e disposizione geometrico-decorativa.

La disposizione simmetrica delle pietre della facciata attorno al portale è paragonabile invece a quella della chiesa visigotica, peraltro molto restaurata, di São Frutuoso de Montélios nei pressi di Braga, attribuita al secolo VII. Nel nostro caso, tuttavia, l'apparato originario è molto ben conservato e presenta elementi di regolarità anche maggiori, che non hanno alcun riscontro nelle chiese romaniche di Lucca. Del resto l'intera composizione della facciata è comprensibile soltanto all'interno dei parametri dell'architettura antica, come si vede nello schema che ne evidenzia a colori i diversi elementi: la facciata originaria (contornata in giallo) poggia su un podio, oggi interrato, spianato ruvidamente a punta di scalpello (evidenziato in celeste), su questo corre una fascia spianata a gradina (in arancio) che con funzione di plinto (e come tale sorregge anche i risalti angolari) si diparte dal portale e fascia tutta la chiesa, analogamente alla base attica (in giallo ocra) che ad esso si sovrappone. Su questi elementi di base, che si sovrappongono l'uno all'altro con un leggero arretramento e con una finitura di superficie sempre maggiore, è impostato il paramento vero e proprio a fasce alternate perfettamente levigate, affine allopus quadratum pseudoisodomum delle costruzioni antiche. Lo schema evidenzia sia le fasce di proiezione orizzontale degli elementi strutturali (in blu), sia le semplici fasce di partizione (in bianco). La seconda fascia di proiezione dall'alto, a causa della tarda sopraelevazione della chiesa, non corrisponde oggi a nessun elemento strutturale, ma in origine univa i capitelli terminali (in verde scuro) dei più bassi risalti angolari (come ancora si vede nella facciata di San Pietro a Valdottavo). Il contorno delle lastre (evidenziato in rosso) permette di valutarne la disposizione simmetrica rispetto all'asse verticale passante per il portale, elemento generatore dell'intera facciata: fino all'altezza del frontone le lastre si corrispondono per numero a destra e sinistra; il giunto delle due lastre sopra il frontone materializza l'asse della composizione; le estremità delle fasce corrispondenti all'architrave sono concluse da listelli verticali sovrapposti, anch'essi simmetrici, e simmetrico è anche il montaggio dei risalti angolari. Attorno al portale (campite interamente in rosso) dodici grandi lastre si dispongono a formare un esagono e sembrano irradiarsi dal portale stesso, le cui proporzioni sono regolate da un doppio triangolo equilatero. Lo schema evidenzia anche in verde chiaro la posizione dei listelli decorativi ai lati del frontone e quella delle basi delle colonnette del loggiato oggi mancante. Da tutti questi elementi così evidenziati e dal tracciato ad triangulum che doveva regolarne le proporzioni, si può ricostruire con buona approssimazione l'aspetto della facciata primitiva, più bassa dell'attuale e molto più vicina alle forme dell'architettura antica.

Analogamente a quanto si verifica nella basiliche di Roma (soprattutto in quelle costruite all'epoca della Riforma Gregoriana, tra XI e XIII secolo), l'interno della chiesa è suddiviso in aree funzionali (leggibili attraverso la diversa disposizione dei marmi colorati) ed è attraversato da un percorso di natura liturgica, segnalato con coerenza (perfino nei più minuti dettagli, variando nei capitelli il tipo di acanto o i fiori dell'abaco) dal colore dei marmi delle colonne e dai diversi tipi di capitelli (spesso orientati, cioè dotati di una faccia principale, la cui posizione segnala il percorso) che si corrispondono in coppia attraverso la navata; all'ambiente romano rimanda anche l'estetica della varietas (ossia il variare dei dettagli in un contesto che resta sempre saldamente simmetrico), che informa tutta la decorazione scolpita, le cui studiate variazioni hanno dei paralleli nei capitelli delle finestre della facciata della Basilica di San Salvatore a Spoleto, e in quelli del Tempio di Saturno a Roma, ricostruito nel IV sec. d.C.

Mutuata dall'architettura romana è anche la simbologia dei materiali impiegati, che rimandano alle consuetudini rappresentative dell'arte del tardo Impero o evocano brani delle Sacre Scritture. Significativa, in primo luogo, è la scelta di costruire la chiesa interamente in pietre squadrate di calcare bianco: non solo essa si inserisce nella tradizione dell'arte ufficiale romana, ponendo quindi l'autorità del committente in rapporto di continuità con il potere imperiale che essa rappresentava, ma contrapponendosi ad un contesto assai più povero dell'attuale e certo realizzato in gran parte in legno, faceva della chiesa un prisma luminoso che se da un lato evocava l'immagine della Gerusalemme Celeste (Apc 21,9 - 22,5) descritta nell'Apocalisse di Giovanni (i dodici basamenti di pietre diverse – simboleggianti gli Apostoli – e le dodici porte sono ripresi nel primitivo Sant'Alessandro dalle dodici colonne e dalle dodici finestre aperte nella navata maggiore), dall'altro evocava il Tempio di Salomone, anch'esso costruito in pietre squadrate e dotato di un portale a cinque angoli (III Rg 6,2; III Rg 6,31), richiamato da quello timpanato del Sant'Alessandro. Allo stesso ambito simbolico rimandano i materiali impiegati all'interno: la coppia di colonne in granito rosso egiziano (una pietra assimilabile al porfido, che per il colore purpureo era appannaggio esclusivo della casa imperiale a partire dal III sec. d.C., ed era poi passato a simboleggiare la regalità di Cristo e il sangue dei martiri) e i ricchi capitelli a lira con corona di quercia ad esse sovrapposte (evocanti la corona trionfale, premio dei santi e dei martiri (Apc. 3,11-12), tante volte rappresentata nell'arte paleocristiana) segnavano l'inizio dell'antico presbiterio, così come una coppia di colonne con ricchi capitelli fiancheggiava l'ingresso del Tempio di Salomone (III Rg 7,21).