Lautocoscienza è definibile come l'attività riflessiva del pensiero con cui l'io diventa cosciente di sé, a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell'essere.

L'autocoscienza nella filosofia occidentale Nell'ambito della storia della filosofia occidentale si rilevaGiuseppe Errera, Il concetto di autocoscienza. La filosofia per tutti e per sempre; Gustavo Bontadini, Appunti di filosofia (v. bibliografia). come l'autocoscienza sia stata il fondamento della riflessione di numerosi pensatori, i quali hanno espresso l'importanza di approdare a se stessi prima di iniziare l'indagine delle verità assolute: l'autocoscienza cioè come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico conosci te stesso, il quale «ha assunto una posizione di esortazione morale di carattere strettamente filosofico soprattutto con Socrate – il cui messaggio ruota per intero intorno a questo perno teoretico – e nell'ambito della cultura occidentale ha poi avuto una Wirkungsgeschichte, ossia una "storia di effetti" di straordinaria portata».Giovanni Reale, prefazione all'opera di Pierre Courcelle, Conosci te stesso, Vita e Pensiero, 2001.

L'autocoscienza è stata quindi considerata (in maniera esplicita almeno a partire dalla riflessione stoica e neoplatonica)Contrariamente alla tesi hegeliana, in ogni caso, un'esplicita trattazione della consapevolezza di sé non sarebbe estranea neppure alla filosofia di Platone () Cfr. anche il saggio di Linda M. Napolitano Valditara, Il sapere dell'anima: Platone e il problema della consapevolezza di sé, in Interiorità ed anima: la "psychè" in Platone, Milano, Vita e Pensiero, 2007, pp. 165-200. la prima e unica forma di sapere certo e assoluto, essendo interiore e non acquisito dall'esterno,«La certezza di sé contenuta nel concetto di autocoscienza deve la sua inconfutabile evidenza al fatto che si presenta e si dà come una "esperienza interna", dove l'accento va posto più sull'aggettivo "interno" che sul sostantivo "esperienza"», F. Desideri, L'ascolto della coscienza, p. 155 (v. bibliografia). col quale preservare la filosofia stessa dalle derive del relativismo e dello scetticismo, tanto da essere anche utilizzata come strumento di intellezione dell'idea di Dio.Dieter Henrich, Autocoscienza e pensiero di Dio, in Metafisica e Modernità, op. cit. in bibliografia.

Essa era inoltre ciò che contraddistingueva propriamente la filosofia da ogni altra disciplina, essendo indagine rivolta su di sé e non sul mondo esterno, che critica e mette in discussione principalmente se stessa.

Nell'antica Grecia Gran parte delle riflessioni sull'autocoscienza presero spunto dalle filosofie elaborate nell'antica Grecia, in particolare da Socrate, Platone e Aristotele, sui quali ci si soffermerà al fine di introdurre l'argomento. Centrale risulterà in proposito il problema sulla natura della conoscenza, se questa sia da ricondurre ad un atto interiore e immediato del pensiero (che coinvolga per l'appunto la libertà e la coscienza di sé), o se invece risulti da un meccanismo automatico di fenomeni che interagiscano tra loro, come sulla scia di Democrito sostenevano gli atomisti, e poi gli empiristi dell'età moderna.

Socrate Mentre l'indagine dei filosofi presocratici era incentrata sulla natura, e riguardava forme di pensiero impersonale (l'intelletto di Anassagora, il numero di Pitagora, l'essere di Parmenide), con Socrate per la prima volta il pensiero si sofferma sull'autocoscienza, ovvero sulla riflessione dell'anima umana su di sé,"autocoscienza" in intesa come io individuale. Socrate era convinto di non sapere, ma proprio per questo egli si accorse di essere il più sapiente di tutti. A differenza degli altri, infatti, pur essendo ignorante come loro, Socrate era dotato di autocoscienza, perché "sapeva" di non sapere, cioè era consapevole di quanto fosse vana e limitata la propria conoscenza della realtà. Per Socrate tutto il sapere è vano se non è ricondotto alla coscienza critica del proprio "io", che è un "sapere del sapere". L'autocoscienza è quindi per lui il fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza. «Conosci te stesso» sarà il motto delfico che egli fece proprio, a voler dire: solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l'uomo sapiente, oltre a indicargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità. Per Socrate infatti una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta.

Una tale autocoscienza tuttavia non è insegnabile né trasmissibile a parole, poiché non è il prodotto di una tecnica: ognuno deve trovarla da sé. Il maestro può solo aiutare i discepoli a farla nascere in loro, all'incirca come l'ostetrica aiuta la madre a partorire il bambino: non lo partorisce lei stessa. Questo metodo socratico era noto come maieutica; e l'oggetto a cui mirava era da lui chiamato dáimōn, ovvero il demone interiore, lo spirito guida che alberga in ogni persona.

Con Socrate vennero posti in tal modo i capisaldi di tutta la filosofia successiva, basata sul presupposto che la vera conoscenza non deriva dai sensi, ma nasce dall'uso consapevole della ragione.«Il messaggio di Socrate è l'invito a riconoscere e coltivare la propria capacità di orientarsi nel mondo sulla base della propria autocoscienza. Socrate dà questo contributo alla civiltà occidentale», tratto da

Platone Platone, suo allievo, affrontò esplicitamente il problema dell'autocoscienza oltre che nel Filebo e nella Repubblica,S. Lavecchia, Sophia e autocoscienza nel pensiero di Platone. soprattutto nel Carmide, dove per bocca di Socrate egli prova ad analizzare questa forma peculiare di conoscenza che sembra non avere un oggetto ben definito se non il conoscere in se stesso.P. Natorp, Dottrina platonica delle idee, a cura di G. Reale e V. Cicero: «è degno di nota in che modo Platone consideri il tratto problematico del concetto di autocoscienza, di questo concetto di cui nessuna filosofia può fare a meno», p.40. «Il rendiconto del nostro agire, nella misura in cui esso è un agire buono, è rendiconto di se stessi e davanti a se stessi, è autocoscienza pratica [...] La legge del Bene è la legge della coscienza pratica, quindi l'autoconoscenza è tutt'uno con la conoscenza del Bene», p.42. In polemica con le teorie atomiste della conoscenza, emerge come in Platone l'autocoscienza sia un fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle Idee, cioè di quei fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella mente umana, ma sono stati dimenticati all'atto della nascita: conoscere significa dunque ricordare, cioè diventare coscienti di questo sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra anima, ed è perciò innato. Gli organi di senso, per Platone, hanno solo la funzione di risvegliare in noi l'autocoscienza sopita, ma questa non dipende dagli oggetti della realtà sensibile, ed è perciò qualcosa di assoluto (da ab + solutus, ovvero etimologicamente "sciolto da", indipendente). Nel diventare coscienti delle Idee, ci si accorge così della relatività e caducità del mondo terreno, nonché dell'impossibilità di fondare una conoscenza certa sulla base di dati acquisiti unicamente dall'esperienza, prescindendo cioè dalla libera autocoscienza del pensiero.

Aristotele L'autocoscienza è implicitamente presente anche nella riflessione di Aristotele, che parla del «pensiero di pensiero» non solo come vertice ma anche come presupposto della conoscenza, intesa come scienza degli universali: questa è opera dell'intelletto attivo, mentre i sensi possono dare solo una conoscenza limitata e parziale.«[...] la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'anima stessa» (Aristotele, Sull'anima II, V, 417b). Si tratta di un processo che avviene per gradi: in una prima fase l'intelletto è passivo e si limita a recepire gli aspetti contingenti e transitori della realtà, ma poi interviene quello attivo che supera criticamente tali particolarità riuscendo a coglierne l'essenza, portando a compimento il processo di consapevolezza facendolo passare dalla potenza all'atto. E l'atto puro, che è Dio, sarà infine autocoscienza pura, cioè «pensiero di pensiero», un pensiero che in maniera simile all'Intelletto ordinatore di Anassagora pensa perennemente sé stesso, e rappresenta la realizzazione compiuta di ogni ente in divenire pur restando immobile.«Le pagine dedicate al dio sono all'origine di quella riflessione che individua proprio nella capacità di pensare se stesso, e dunque in ultima analisi di possedere consapevolezza e libertà, la caratteristica fondante dell'uomo in generale, e non solo del dio.[...] È certo che per Aristotele c'è un legame stretto tra quello stato di perenne perfezione autocosciente posseduta dal dio e la riflessione alla quale l'uomo libero aspira con tutte le sue capacità. Questa è anche la prospettiva finale che viene indicata in sede etica: "Se in verità l'intelletto è qualcosa di divino in confronto all'uomo, anche la vita secondo esso è divina in confronto alla vita umana" (Etica Nicomachea, X.7, 1177 b30-31)», tratto da Scopo della filosofia si colloca per Aristotele proprio nella contemplazione fine a se stessa, ovvero nel raggiungimento di quella capacità di autocoscienza che differenzia l'uomo dagli altri animali.«Ora, mentre negli esseri vegetali e sensitivi il bene (l'entelechia) si attua senza alcuna possibilità di coscienza da parte di quelli, l'attuazione della perfezione umana consiste proprio nella consapevolezza del valore da attuare, cioè nell'autocoscienza», tratto da Antonio Livi, , cap. III, parte 4, sez. 3, Roma, Casa editrice Leonardo da Vinci, 2004-2005.

Stoicismo e neoplatonismo Il tema dell'autocoscienza lo si ritrova nello stoicismo, il quale usa il termine oikeiosis per indicare quella conoscenza di sé, che tramite la synaesthesis (ovvero la percezione interna) consente lo sviluppo del proprio essere in conformità col Lògos universale.

Emerge quindi nel sistema filosofico dei neoplatonici e in particolare di Plotino, il quale ne fece la seconda ipostasi del processo di emanazione dall'Uno. Egli adopera il termine Nous già utilizzato da Anassagora e Aristotele per indicare appunto l'attività autocosciente del Pensiero. Con Plotino torna anche la polemica contro le teorie atomiste della conoscenza, essendo l'Autocoscienza per lui il fondamento supremo e immediato del sapere, superiore alla conoscenza di tipo mediato propria della razionalità discorsiva (e superiore alla conoscenza sensibile): qualcosa cioè di non componibile. Essa è la diretta espressione dell'Uno, il quale traboccando esce fuori da sé, in uno stato di estasi contemplativa, producendo la propria autocoscienza. Il Nous o Intelletto è appunto questa autocoscienza dell'Uno, che si sdoppia così in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato, i quali formano una realtà sola, perché il soggetto pensante è identico all'oggetto pensato: si tratta dell'identità immediata di Essere e Pensiero di cui aveva parlato Parmenide, situata al di là dell'opera mediatrice della ragione, e quindi raggiungibile solo tramite intuizione.