È noto solo grazie all'opera di Tertulliano "Adversus Praxean". Il suo nome figura nell'elenco delle eresie allegato al De praescriptionibus (un'epitome anonima del perduto Syntagma di Sant'Ippolito di Roma), a causa di una errata correzione fatta da un antico amanuense per Noeto. Le sue posizioni si collocano a metà fra l'eresia monarchiana e quella modalista.
Biografia L'asiatico Prassea si fregiava con orgoglio, narrava Tertulliano, del titolo di confessore della Fede perché era stato per qualche tempo in prigione. Intorno al 190, giunse a Roma, dove venne ben ricevuto da Papa Vittore I, che lo teneva in grande considerazione. Nella città, Prassea si dedicò a combattere le eresie, da quella adozionista di Teodato di Bisanzio a quella montanista. Papa Zefirino, però, aveva deciso di dare credito ai doni profetici di Montano, Prisca, e Massimilla (se si deve dar credito a Tertulliano) e l'intenzione era già stata sufficientemente pubblicizzata da portare la pace alle Chiese d'Asia e di Frigia, ma Prassea convinse il papa a rivedere la sua decisione ed a scomunicare Montano. A causa di questa opposizione al montanismo, Prassea si tirò addosso le ire di Tertulliano, che era già un simpatizzante montanista.
Prassea giunse a Cartagine prima che Tertulliano fuoriuscisse dalla chiesa (circa 206-208) e qui insegnava la dottrina monarchiana, o almeno una dottrina che Tertulliano considerava antitrinitaria e anticristiana:
Secondo l'Enciclopedia Cattolica, Tertulliano avrebbe bollato gli insegnamenti di Prassea come una dottrina di stampo monarchiano, mentre secondo interpretazioni più recenti e aggiornate si tratterebbe di un punto di vista assimilabile all'eresia modalista, che fu ripreso da Sabellio, un altro maestro spirituale cristiano attivo a Roma, dal quale la dottrina assunse successivamente il nome di sabellianismo.
Secondo il teologo Olson, Prassea fu il primo autore del cristianesimo primitivo a tentare di elaborare una dottrina sistematica della Trinità. Tuttavia, egli negò la realtà ontologica della Trinità, l'esistenza di tre persone distinte e di altrettante relazioni personali nell'unico Dio: stando alla descrizione del suo pensiero fornita da Tertulliano, Prassea negò l'esistenza personale dello Spirito Santo Dio, assimilandoLo ad una manifestazione del Padre e del Figlio e, di conseguenza, affermò anche che in croce morirono sia il Padre che il Figlio. In questo modo, egli avrebbe ridotto il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo a tre aspetti o ruoli di un'unica persona divina.
Fu confutato, evidentemente da Tertulliano stesso, e fornì un chiarimento o una ritrattazione scritta che, quando dopo molti anni Tertulliano scrisse l'Adversus Praxean, era ancora nelle mani delle autorità della Chiesa cartaginese, i "carnali", come era solito chiamarli. Durante gli anni trascorsi a Cartagine, Prassea sarebbe stato un avversario dell'eresia montanista, alla quale avrebbe opposto delle tesi simil-monarchiane, riviste successivamente quando si sarebbe reso conto del pericolo di fraintendimenti da parte dei fedeli di Gesù Cristo.
Comunque, quando Tertulliano scrisse il suo libro, non era più nella Chiesa e sorge il sospetto che fosse parte di una campagna denigratoria architettata per gettare discredito su uno dei più strenui oppositori del montanismoÈ verosimile ritenere che le informazioni riguardanti la figura e la dottrina di Prassea siano state deformate dallo stesso Tertulliano che, alla luce del contributo dato dal teologo nel favorire la condanna del montanismo e, inoltre, nella diffusione dell'eresia monarchiana a Roma, ritenne opportuno calcare la mano nel momento in cui scrisse riferendosi ad esso. Cfr con: Tertulliano. Opere scelte. Italia, UTET, 2013, p.43. e Mondin, Battista. Storia della teologia: Epoca patristica. Italia, ESD, 1996, p. 140.: il monarchianismo di cui parlava Tertulliano, era indubbiamente quello di Epigono e Cleomene. A parte quest'opera, ci sono ben pochi motivi per pensare che Prassea fosse un eresiarca, e ancor meno per identificarlo con Noeto di Smirne, o con uno dei suoi seguaci.
Ad ogni buon conto, non risulta che Prassea subì alcuna persecuzione o scomunica da parte di Vittore I o di Zefirino, né, d'altra parte, risulta nemmeno che sia mai proclamato Santo e Padre della Chiesa da nessuna delle Chiese cristiane che ammettono il culto dei santi.
Note
Bibliografia Catholic Encyclopedia, Volume XII New York 1911, Robert Appleton Company. Nihil obstat, 1º giugno 1911. Remy Lafort, S.T.D., Censor. Imprimatur +Cardinale John Murphy Farley, Arcivescovo di New York. Tertulliano, Contro Prassea = Adversus Praxean, edizione critica con introduzione, traduzione italiana, note e indici a cura di Giuseppe Scarpat, Torino S:E.I. 1985.
Voci correlate Modalismo Noeto Sabellio Papa Zefirino Papa Callisto I
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