L’indirizzo dei 221, noto anche come appello dei 221, fu indirizzato dalla Camera dei Deputati al re di Francia Carlo X il 18 marzo 1830, in seguito alla sua richiesta di voler conquistare Algeri con la minaccia di governare in maniera dispotica.
In occasione della apertura della sessione parlamentare avvenuta il 18 marzo 1830, essa esprimeva la sfiducia della maggioranza liberale della Camera, forte di 221 deputati, verso il ministero diretto dal principe di Polignac ed è stato uno dei fattori che portarono alla Rivoluzione di luglio.
Antefatti
Il ministero ‘liberale’ del Martignac Con le elezioni del 17 e 24 novembre 1827, i liberali divennero maggioranza alla Camera dei deputati. Nonostante che nulla lo obbligasse e malgrado le proprie convinzioni, Carlo X, si adeguò affidando, il 5 gennaio 1828, la guida del ministero al semi-liberale visconte di Martignac. Il suo ministero fece votare qualche legge liberale ma, non fu capace di arrestare la montata del liberalismo. Messo in minoranza su una legge di riorganizzazione degli enti locali, si dimise.
Il ministero Polignac Carlo X si dichiarò stanco degli abusi dei liberali e decise di imporre le proprie scelte senza tener conto della maggioranza parlamentare: l'8 agosto 1829, nominò ministro degli esteri il principe di Polignac, suo confidente e leader del partito ultrarealista. Polignac emerse rapidamente come la figura leader del ministero. Nel novembre 1829, divenne, finalmente, primo ministro.
Campagna stampa contro il governo L'avvento del governo Polignac precedette, di poco, la fondazione, del quotidiano Le National, il cui primo numero appare il 3 gennaio 1830. Nelle mani di pezzi da novanta quali Thiers, Carrel, Mignet e Sautelet, esso divenne, in breve, la bandiera della maggioranza liberale alla Camera dei Pari. La nuova testata si aggiungeva a giornali già ben consolidati, quali Le Globe e Le Temps, oltre ai, liberali ma più moderati, Le Constitutionnel e il Journal des débats.
Il nuovo ministero offriva un obiettivo quasi perfetto della polemica giornalistica e politica. Polignac era figlio della più intima confidente di Maria Antonietta, la allora assai impopolare duchessa di Polignac e, durante la Grande Rivoluzione era stato presso Carlo X a Coblenza. Fra i ministri, conte de La Bourdonnaye, agli interni, era un ultrarealista fra i più estremisti, che, nel lontano 1815, si era segnalato reclamando dei supplizi, dei ferri, dei carneficides supplices, des fers, des bourreaux. Il maresciallo Bourmont, alla guerra, prima anti-rivoluzionario, poi generale di Napoleone, si era distinto tradendolo alcuni giorni prima di Waterloo.
L'opposizione lanciò indignati clamori: Coblenza, Waterloo, 1815: ecco i tre principi, ecco i tre personaggi del ministero. Giratela dalla parte che volete, da tutte le parti spaventa, da tutte le parti irrita. Spremete, torcete questo ministero, non getta che umiliazioni, sfortune e incubiJournal des débats, 14 agosto 1829.
Bertin, figlio del direttore del Journal des débats, pubblicò un celebre articolo, che terminava con un'allora celebre formula: Sfortunata Francia, sfortunato reMalheureuse France! Malheureux roi!, ove stigmatizzava la corte con i suoi antichi rancori, l'emigrazione con i suoi pregiudizi, il sacerdozio con il suo odio della libertàla cour avec ses vieilles rancunes, l'émigration avec ses préjugés, le sacerdoce avec sa haine de la liberté. Portato a processo, Bertin venne condannato dal tribunale correzionale ma assolto in appello. Il giovane duca di Chartres fece una comparsa al processo, cosa che gli costò un forte rimprovero da parte di Carlo X, nel corso di un tempestoso colloquio alle Tuileries.
Nella veemenza della opposizione vi era una buona dose di forzatura. Polignac, presentato come un bigotto fanaticoPretende che la Vergine Maria gli appaia per concedergli consigli politici, ossessionato dal diritto divino dei re, era in realtà favorevole ad una monarchia costituzionale, ma considerava che essa fosse incompatibile con una libertà di stampa senza limiti e senza misure. Molti importanti ministri (Courvoisier alla giustizia, Montbel alla pubblica istruzione, Chabrol de Crouzol alle finanze, il barone di Haussez alla marina) assunsero attitudini piuttosto concilianti. Montbel, ad esempio, era un esponente del partito ultra che aveva sostenuto il governo del conte di Villèle, ma aveva mostrato il proprio spirito di moderazione rifiutando di sospendere dall'insegnamento universitario Guizot e Cousin. Quando passò agli interni, venne rimpiazzato, alla pubblica istruzione, da un magistrato liberale, il conte di Guernon-Ranville.
Tuttavia il dado era ormai tratto, e la polemica politica era talmente veemente da estendersi ad episodi del tutto impropri. Si ricorda, in particolare, la questione della supposta proliferazione di incendi che, si sosteneva, infestava la Normandia: l'unica cosa certa è che liberali ed ultra ne profittarono per accusarsene reciprocamente.
Le infondate accuse di colpo di Stato Dal novembre 1829, le voci di Parigi lasciavano intendere che gli ultra intendessero tentare un colpo di Stato, per modificare la Carta in senso conservatore, o per ristabilire puramente e semplicemente la monarchia assoluta. Niente permette di affermare che, come sostenuto dall'opposizione, Carlo X e Polignac abbiano voluto ristabilire la monarchia assoluta di prima del 1789.
Schieramenti ideologici In verità, ad essere contrapposte nel 1829-30 erano due concezioni della monarchia costituzionale, ovvero due diverse interpretazioni della Carta del 1814: un dibattito che verrà risolto solo con l'avvento della Monarchia di Luglio.
La posizione letteralista del sovrano Da una parte il sovrano, che pretendeva di attenersi ad una lettura stretta della Carta: per lui, il monarca poteva nominare i ministri di propria scelta e non era tenuto a dimetterli, se non nei due casi previsti dalla Carta (tradimento o concussioneArtt. 55-56 della Carta).
In punta di diritto, la Carta del 1814 aveva istituito un regime rappresentativo ma non aveva stabilito un regime parlamentare. Nulla, nella Carta, dava alla Camera dei deputati la competenza per interferire nella formazione del ministero, che rappresentava, anzi, una stretta prerogativa reale. Nulla indicava che il ministero dovesse disporre della confidenza della Camera. Certo, una collaborazione fra il ministero e il parlamento era necessaria per legiferare (il governo ha solo l'iniziativa parlamentare mentre il Parlamento ha il monopolio della loro discussione e della loro adozione), con particolare riferimento al voto sul bilancio. Ma tale collaborazione non implicava affatto che il governo fosse emanazione della Camera bassa. D'altronde, già nel 1816, un governo moderato, quello del duca di Richelieu, aveva assistito allo scioglimento della Chambre introuvable a maggioranza ultra, della quale esso non era affatto espressione. Né occorre dimenticare come, ancora al giorno d'oggi, negli Stati Uniti, a regime presidenziale non vi sia necessariamente corrispondenza politica fra il governo e la maggioranza delle Camere. Nonostante che, anche lì, la collaborazione dei poteri sia, nella medesima maniera della Francia del 1830, necessaria per l'opera legislativa.
La posizione evoluzionista della maggioranza liberale Dall'altra parte, i liberali vorrebbero fare evolvere il regime all'inglese, verso un parlamentarismo che la Carta non ha esplicitamente previsto: essi ritengono che il ministero deve avere la fiducia della maggioranza della Camera dei deputati. Le National, ad esempio, evocava apertamente la 'gloriosa rivoluzione' inglese del 1688. Un esempio che non doveva apparire davvero pacifico al fratello di Luigi XVI, se si considera che alla fine di quella rivoluzione, il re Giacomo II, era stato esiliato e sostituito da Guglielmo d’Orange, marito della di lui figlia Maria.
I teorici del liberalismo, a cominciare da Benjamin Constant, agitano la minaccia del rifiuto del voto sul bilancio, che renderebbe illegale la raccolta delle imposte. La Camera dei deputati potrebbe, così, impedendo al ministero di governare, costringerlo alle dimissioni. Il generale Sebastiani, frequentatore del Palais-Royal, la residenza parigina del duca di Orléans (aveva sposato la nipote della contessa di Genlis), pur ammettendo che la corona ha il diritto di scegliere liberamente i propri ministri, sviluppò alla Camera un'interpretazione del tutto personale delle istituzioni:
Storia L'apertura della sessione parlamentare del 1830 Il 2 marzo 1830, alla apertura della sessione parlamentare, di fronte alle due Camere riunite, Carlo X pronunciò un discorso della corona nel quale annunciò la spedizione di Algeri e minacciò, implicitamente, l'opposizione di governare per ordinanze in caso di blocco delle istituzioni.
L'allusione alla risoluzione di mantenere la pace pubblica rinviava all'art. 14 della Carta del 1814 secondo la quale: «il re [...] fa i regolamenti e le ordinanze necessarie per l'esecuzione delle leggi e la sicurezza dello Stato. Carlo X sottolineò con la voce e il gesto le parole io non dubito del vostro concorso e che io non posso prevedere qui. Capitò che il gesto fosse talmente pronunciato da far cadere il copricapo del sovrano ai piedi del trono: lì dove stava il duca di Orléans, che raccolse il copricapo e lo porse al re, con un profondo inchino. Nei mesi successivi, i testimoni non mancarono di sottolineare il carattere premonitore della scena.
Quali che fossero le intenzioni del monarca, l'effetto non fu dei migliori. Come si capì subito non appena la Camera prese a votare i cinque candidati alla propria presidenza, fra i quali il re determinava il presceltoa norma degli art 43-46 della Carta: della cinquina facevano parteOltre al Delalot e all'Agier. tre intimi del duca di Orléans: Royer-Collard, Casimir Périer e Sebastiani.
L'indirizzo dei 221 I tempi, tuttavia, richiedevano passi politici chiari: ciò che indusse la Camera ad adottare una mozione chiamata 'indirizzo', in risposta al discorso della corona.
Un progetto di indirizzo, venne elaborato da una commissione parlamentare appositamente nominata. La Camera dei deputati la esaminò il 15-16 marzo. Si trattava di una vera e propria mozione di sfida nei confronti del ministero Polignac e, soprattutto, di una vera e propria richiesta di modifica della Carta verso un regime parlamentare.
Il 16 marzo, la Camera dei deputati mise ai voti il progetto di indirizzo: su 402 votanti, essa ottenne 221 palle bianche (a favore) contro 181 palle nere (contro). L'indirizzo fu adottato. Subito, Méchin, deputato liberale assai vicino a Luigi Filippo, corse al Palais-Royal per portare la notizia al suo protettore, evidentemente già addentro alla cosa.
Due giorni dopo, il 18 marzo a fine mattinata, Carlo X ricevette alle Tuileries la delegazione della Camera dei deputati, guidata dal presidente Royer-Collard, che lesse al monarca l'indirizzo così redatto:
Conseguenze Carlo X rispose:
Conseguenze successive La crisi era nei fatti e Carlo X stabilì di forzarla, pur rimanendo, formalmente, nei limiti del dettato della Carta.