I fatti della scuola Diaz sono avvenuti al termine delle tre giornate del vertice G8 di Genova 2001, nel quartiere di Albaro, a Genova. Nella notte del 21 luglio 2001, nel complesso scolastico Diaz-Pertini e Pascoli, in quell'occasione adibito a centro stampa del coordinamento del Genoa Social Forum, rappresentato da Vittorio Agnoletto, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo di alcuni battaglioni dei Carabinieri. Furono fermati 93 attivisti, dei quali 63 furono poi portati in ospedale - tre in prognosi riservata e uno in coma. Il primo giornalista a entrare nella scuola Diaz fu Gianfranco Botta e le sue immagini fecero il giro del mondo: testimoniavano quello che fu definito lo scenario di un pestaggio da "macelleria messicana" dal vicequestore Michelangelo Fournier. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra.

Tra i 93 giornalisti e attivisti, ospiti all'interno della scuola per passare la notte, dopo l'irruzione della polizia 82 furono feriti e 63 finirono in ospedale, da qui parte di loro fu nella notte prelevata dalla polizia e portata nella caserma del reparto mobile di Genova Bolzaneto. I restanti 19, seppur feriti, vi furono portati direttamente dalla scuola.

All'operazione di polizia ha preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo dal questore Vincenzo Canterini lo stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici"Le motivazioni della sentenza di secondo grado , da processig8.org. Corte di appello di Genova, Terza Sezione Penale, Sentenza 18.05.2010.

I procedimenti penali aperti in merito alle responsabilità delle violenze, alle irregolarità e ai falsi dichiarati nelle ricostruzioni ufficiali sui fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto si sono svolti nei successivi tredici anni, concludendosi nella maggior parte dei casi con assoluzioni, dovute all'impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o all'intervenuta prescrizione dei reati.

Nell'aprile del 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano al pagamento di un risarcimento di 45.000 € nei confronti di Arnaldo Cestaro, uno dei feriti che aveva fatto ricorso alla Corte europea, evidenziando così come durante l'operazione fossero avvenuti eventi contrari agli articoli 3, 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, relativi alla tortura, alle vessazioni e condizioni degradanti e inumaneSentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (quarta sezione). Ricorso n. 6884/11, CAUSA CESTARO c. ITALIA, Strasburgo, 7 aprile 2015.. Il codice penale italiano, non prevedendo il reato di tortura, non ha permesso l'attribuzione di capi d'imputazione commisurati alle violenze verificatesi in quei giorni. Il 22 giugno 2017 la stessa Corte ha nuovamente condannato l'Italia per i fatti della scuola Diaz, riconoscendo che le leggi dello Stato risultano inadeguate a punire e a prevenire gli atti di torture dalle forze dell’ordine.

L'irruzione all'interno della scuola L'irruzione della polizia nella scuola, che ospitava attivisti e manifestanti legati al Genoa Social Forum, dopo il summit del G8, avvenne pochi minuti prima della mezzanotte. A dare il via all'irruzione è stato per primo il VII (settimo) Reparto mobile di Roma, seguito da agenti appartenenti alla DIGOS e poi da altri agenti delle singole questure e commissariati mai del tutto individuati, mentre i Battaglioni dei Carabinieri non parteciparono attivamente all'irruzione, come dimostrato da numerosi video, ma si limitarono a circondare il perimetro e le zone adiacenti alla scuola.

Alcuni degli ospiti all'interno della scuola, tra i quali numerosi stranieri, riposavano nei sacchi a pelo, stesi nella palestra della scuola. Mark Covell, un giornalista inglese, la prima persona che i poliziotti incontrarono al di fuori dell'edificio, fu aggredito e percosso dagli agenti in tenuta antisommossa e finì in coma. Durante l'irruzione gli agenti di polizia aggredirono violentemente chi si trovava nella scuola, ferendo 82 persone su un totale di 93 arrestati. Tra i feriti 63 furono portati in ospedale e 19 furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto.

In base alla ricostruzione data nelle successive indagini e sentenze, per tentare di giustificare le violenze avvenute durante la perquisizione (e in parte la perquisizione stessa) alcuni dei responsabili delle forze dell'ordine decisero di portare all'interno della scuola Diaz delle bottiglie Molotov, trovate in realtà durante gli scontri della giornata e consegnate al generale Valerio Donnini nel pomeriggio, oltre a degli attrezzi da lavoro trovati in un cantiere vicino, prove che avrebbero dimostrato la presenza nella scuola di appartenenti all'ala violenta dei manifestanti.

Il poliziotto Massimo Nucera, a dimostrazione di una possibile reazione da parte degli occupanti, mostrò una coltellata sul giubbotto antiproiettile, secondo lui inferta da un occupante della scuola, che però, seppur fermato, non venne identificato. L'agente è stato successivamente accusato di falso e di calunnia: i periti ritennero infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento. Assolto in primo grado, venne condannato in appello e poi in via definitiva a tre anni e cinque mesi (di cui effettivi solo cinque mesi per via dell'indulto) nel gennaio 2014. A fine 2013 Nucera venne condannato dal Consiglio provinciale di disciplina della polizia a una sospensione di un mese dello stipendio, poi convertita nel marzo del 2014, dopo ricorso all'allora capo della polizia Alessandro Pansa, a un giorno di stipendio.

La catena di comando dell'operazione La decisione dell'operazione alla scuola Diaz fu presa in due riunioni: nella prima venne decisa l'operazione, la seconda fu di carattere operativo.

Alla prima riunione presero parte il vicecapo della Polizia Ansoino Andreassi, il prefetto Arnaldo La Barbera, il questore di Genova Francesco Colucci, il capo del Servizio centrale operativo della Polizia Francesco Gratteri, il dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola, il dirigente della squadra mobile di Genova Nando Dominici, il direttore dell'Ucigos Giovanni Luperi, il dirigente della Digos di Bologna Lorenzo Murgolo, e poi sopraggiunsero il vicequestore di Genova Massimiliano Di Bernardini e il vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi che riferirono della presunta aggressione ricevuta da una volante nei pressi della scuola Diaz. In questa riunione venne decisa l'operazione. A esprimere contrarietà o perplessità furono Andreassi, che in seguito dichiarò a questo riguardo che “tutti si stavano preparando ad andare a casa, la tensione stava scemando e dovevamo solo garantire il deflusso”, e Mortola. Venne contattato telefonicamente anche il capo della Polizia Gianni De Gennaro, che espresse il proprio assenso, raccomandando "prudenza e cautela".

Alla seconda riunione, di carattere operativo, furono presenti gli stessi della prima riunione, tranne Andreassi che aveva espresso contrarietà all'operazione, e altri dirigenti incaricati degli aspetti operativi.

L'irruzione e la messa in sicurezza dell'edificio della scuola Diaz vennero affidate a Vincenzo Canterini, comandante del primo reparto mobile di Roma; alla Digos, quindi a Spartaco Mortola, venne affidata la perquisizione; a Lorenzo Murgolo il coordinamento tra i vari reparti. All'operazione presero parte anche Arnaldo La Barbera, che era quindi il più alto in grado nel luogo dell'operazione, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri, che in qualità rispettivamente di capo dell'Ucigos e dello Sco erano i secondi in grado. Luperi poi testimoniò che La Barbera lasciò però il teatro dell'operazione, senza che lui se ne accorgesse, e quindi Luperi diventò il più alto in grado nel prosieguo dell'operazione, insieme a Gratteri capo dello Sco, ma come da lui dichiarato questo avvenne "senza accorgersene". Inoltre Canterini testimoniò che alla Diaz vi era una "macedonia di reparti" delle forze dell'ordine, per cui la situazione era confusa, e anche la direzione dell'operazione nell'edificio non era chiaramente attribuibile a lui, in quanto Canterini dirigeva solo il I Reparto Mobile, mentre ogni altro reparto impiegato nell'operazione rispondeva al proprio dirigente.

Le indagini e il processo

Nella relazione della Procura di Genova, con cui si chiedeva il rinvio a giudizio, per responsabilità penale, di 28 poliziotti per le violenze alla scuola Diaz, i magistrati affermano di aver scoperto la sparizione di alcuni filmati amatoriali sull'irruzione, spediti dalla polizia, senza autorizzazione da parte della magistratura, in Svizzera e in Germania per il riversamento su DVD, e di cui si sono poi perse le tracce.

Il 10 giugno 2002, il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione riconosce, tramite foto e riprese, le due bombe Molotov sequestrate ufficialmente nella scuola Diaz come quelle da lui stesso ritrovate in alcuni cespugli di una traversa di corso Italia, al termine di una carica durante gli scontri del sabato facendo così sorgere i primi sospetti sulla reale provenienza delle Molotov.

Successivamente, il 4 luglio 2002, Michele Burgio, l'agente che guidava il mezzo nel quale erano riposte le bottiglie ("un Magnum blindato in dotazione al reparto mobile di Napoli"), affermò di aver avvertito il Dirigente Superiore della Polizia di Stato Valerio Donnini (che viaggiava sul mezzo di cui Burgio era autista) della presenza di queste bottiglie e di aver chiesto se fosse opportuno portarle in questura, ricevette però una risposta brusca ("lui si è rivolto a me in modo alterato, come se avessi fatto una domanda stupida o che comunque non dovevo porre"), e aggiunse di aver ricevuto successivamente l'ordine dal vicequestore Pietro Troiani di portare le Molotov davanti alla Diaz. È stato inoltre ritrovato un video dell'emittente locale Primocanale (classificata col nome Blue Sky), che aveva ripreso tutti i giorni della manifestazione, girato nel cortile della scuola durante l'irruzione, in cui si vedono i responsabili delle forze dell'ordine che stanno guidando la perquisizione, intenti a parlare tra loro al telefono tenendo in mano il sacchetto azzurro nel quale erano contenute le Molotov. Successive inchieste giornalistiche della BBC, basate tra l'altro su filmati girati da operatori della Rai (depositati anche come prove dalle parti civili), mostrano come il sacchetto fosse stato al centro dell'attenzione di diversi responsabili, oltre che il suo trasporto all'interno dell'edificio, che si suppone sia stato effettuato da un ispettore della Digos di Napoli, rimasto non identificato.

Il vicequestore Pietro Troiani (che teoricamente non ricopriva alcun ruolo durante l'operazione) si contraddisse durante i successivi interrogatori, nell'affermare sia di aver ricevuto effettivamente le Molotov fuori dalla scuola da Burgio, sia che egli, probabilmente, era già stato informato prima di arrivare alla Diaz dell'esistenza delle bottiglie a bordo del mezzo di servizio e che forse ne aveva parlato anche con il vicequestore Di Bernardini. Ammise, tuttavia, di aver detto a quest'ultimo che esse "erano state trovate nel cortile o nell'immediatezza delle scale d'ingresso. Questa è stata la mia leggerezza, e me ne rendo conto".