La letteratura africana è, in genere, l'insieme delle opere letterarie di autori appartenenti alle popolazioni indigene dei paesi dell'Africa al di sotto del deserto sahariano (e in alcuni casi alle popolazioni nere del Corno d'Africa); si escludono in altre parole sia la letteratura dei Berberi del Sahara e del bacino del Mediterraneo che le opere di autori nati o vissuti in Africa ma di origine e cultura sostanzialmente europea.

L'alfabetizzazione si è diffusa in Africa subsahariana nel XIX secolo, in seguito all'opera dei missionari cristiani; la letteratura africana precedente all'incontro con le culture europee è quindi quasi integralmente costituita da tradizione orale. In epoca coloniale, molti africani ebbero modo di studiare nelle scuole degli europei, e di venire in contatto con la tradizione letteraria del paese colonizzatore; in questo periodo cominciarono quindi ad apparire romanzi, racconti, opere teatrali e poesie di autori africani. Soprattutto nel periodo tardo coloniale e post coloniale, la matrice europea della letteratura africana fu deliberatamente messa in discussione, e la letteratura africana iniziò a recuperare elementi tradizionali e linguistici indigeni (non raramente, nel contesto di una critica anche politica verso il colonialismo e i suoi effetti).

Aspetti comuni La letteratura africana include in effetti un vasto insieme di produzioni letterarie di paesi con culture e tradizioni anche radicalmente diverse. Non si può neppure parlare di letterature nazionali, in quanto ogni nazione africana in genere conta più gruppi sociali che presentano caratteristiche culturali diverse (per esempio, lo scrittore Chinua Achebe non si autodefiniva "nigeriano", ma "ibo"). A questa eterogeneità culturale originaria si è andata ad aggiungere quella legata alla colonizzazione da parte di diverse potenze europee (Francia, Inghilterra, Germania e così via) che hanno portato la propria lingua e la propria tradizione letteraria. Ciononostante, è possibile identificare alcuni tratti comuni praticamente a tutte le letterature africane subsahariane.

Aspetti linguistici Un tratto che accomuna le letterature africane è la diglossia, ovvero il ricorso più o meno frequente alla lingua tradizionale dello scrittore. A volte tali espressioni sono tradotte nel testo, altre non sono affatto tradotte (o perché intraducibili, o perché giudicate più consone al soggetto della narrazione, in genere ambientata nel paese natio dello scrittore). Le lingue europee sono talvolta usate nella loro forma standard, ma spesso sono anche applicate nella forma modificata dall'uso africano, fino all'estremo del pidgin; particolare dignità letteraria ha assunto il pidgin inglese-nigeriano, nell'ambito della letteratura nigeriana, con le opere di Cyprian Ekwensi (Jagua Nana, 1961), Chinua Achebe (Anthills of the Savannah), Ken Saro-Wiwa e Amos Tutuola (Il bevitore di vino di palma, 1952).

Contenuti tradizionali Altri tratti comuni delle letterature africane dipendono dagli aspetti di omogeneità delle stesse culture africane. Uno di questi è il riferimento costante, esplicito o implicito, alla tradizione orale, che in tutta l'Africa subsahariana è in genere costituito da un vasto patrimonio immateriale di storie popolari, leggende, miti e favole che riguardano i temi più svariati, dalle regole giuridiche alle cosmogonie. Le opere letterarie africane tendono ad avere una voce narrante che utilizza lo stile e il linguaggio tipiche della storia recitata dai griot e dagli anziani, incluso per esempio il frequente uso di proverbi. Altri elementi ricorrenti riconducibili alla tradizione orale sono un concetto di tempo non sempre lineare, l'inclusione di una dimensione magica come aspetto normale della realtà, l'ironia e il sarcasmo come strumenti per affrontare la dura realtà del quotidiano. Molti di questi elementi si trovano in una delle prime opere letterarie africane di rilievo, Il bevitore di vino di palma di Amos Tutuola (1952), che è in effetti una favola Yoruba tradotta in inglese. Una peculiare forma di letteratura orale, spesso incentrata sull'improvvisazione, è il racconto di caccia, nel quale vengono non solo alternati episodi umoristici e drammatici, ma anche fusi momenti di danza, di recitazione, di pantomima, evidenziando che la scissione tra gesti, suoni e parole non è ancora stata ancora compiuta.Universo, De Agostini, Novara, Vol.I, 1962, pag.119

Ruolo dello scrittore Sempre in accordo con la tradizione orale precoloniale, il narratore-scrittore delle opere letterarie africane si pone idealmente come guida e maestro della sua gente. Nel contesto del declino del colonialismo, questa funzione assunse naturalmente, quasi ovunque, connotazioni politiche. Lo scrittore si pose dapprima come critico della potenza imperiale, e poi come critico dei governi corrotti che si sostituirono in molti paesi dell'Africa agli europei nel periodo immediatamente successivo all'indipendenza. Non di rado gli scrittori africani pagarono personalmente il prezzo di questo impegno politico: alcuni con la prigione (per esempio i nigeriani Wole Soyinka e Achebe o il keniano Ngugi wa Thiong'o), altri addirittura con la vita (il nigeriano Saro-Wiwa).

Letteratura precoloniale Quasi ovunque nell'Africa subsahariana, l'alfabetizzazione fu portata dai missionari cristiani nel XIX secolo. Con rare eccezioni (per esempio le Sorabe, le "grandi scritture" malgasce, scritte con l'alfabeto arabo), e la letteratura swahili delle civiltà della costa dell'Africa orientale, la letteratura precoloniale coincide con la sola tradizione orale. Canzoni, poesie, storie popolari, miti e leggende erano tramandate per intrattenere i bambini, per preservare valori sociali e religiosi, e in alcuni casi per tramandare il ricordo storico o pseudostorico di grandi eventi o personaggi del passato.

Uno dei canoni più diffusi nella tradizione orale africana è il racconto di un "trucco" usato da un animale di piccole dimensioni per sopravvivere all'incontro/scontro con un predatore. Alcuni "animali astuti" della tradizione sono protagonisti di numerose storie e ricordati con un proprio nome: esempi sono Anansi, un ragno del folklore Ashanti (Ghana); Àjàpá, una tartaruga della tradizione Yoruba (Nigeria) e Sungura, una lepre di cui trattano numerose storie dell'Africa orientale e centrale.

Letteratura swahili precoloniale

In questo panorama fa eccezione soprattutto l'Africa swahili, che a partire dal XVIII secolo sviluppò una letteratura propria, di ispirazione araba e islamica ma con contenuti e persino generi letterari indigeni. La forma di composizione predominante in questa cultura era l'utenzi, un tipo di poema basato su una metrica specifica. Le opere di questa tradizione includono poemi epici (Utenzi wa Tambuka), religiosi (Utenzi wa Shufaka) e morali (Utenzi wa Mwana Kupona).

Letteratura coloniale Durante il periodo coloniale, gli indigeni africani appresero la lingua del paese colonizzatore (e talvolta anche una certa familiarità con la sua letteratura) e ricevettero contemporaneamente l'alfabetizzazione; la conseguenza fu la pubblicazione delle prime opere letterarie africane in lingue europee. Il tema di queste opere è spesso legato alle vicende della tratta degli schiavi africani; è celebre per esempio l'opera di Olaudah Equiano, uno schiavo liberato che racconta la propria vita in The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, or Gustavus Vassa the African ("L'interessante racconto della vita di Olaudah Equiano, o Gustavo Vassa l'Africano", 1789). Nello stesso periodo emergono le prime opere di scrittori bianchi vissuti, o talvolta anche nati, nelle colonie; un esempio celebre è The Story of an African Farm ("La storia di una fattoria africana", 1883) della scrittrice sudafricana Olive Schreiner.

Se si esclude l'opera di Equiano, il primo romanzo scritto da un nero africano a ricevere importanti consensi in Europa fu Ethiopia Unbound: Studies in Race Emancipation ("Etiopia liberata: studi sull'emancipazione della razza", 1911) dello scrittore della Costa d'Oro (oggi Ghana) Joseph Ephraim Casely-Hayford. Uno dei più celebri romanzi africani precedenti alla seconda guerra mondiale è il già citato romanzo di Amos Tutuola, Il bevitore di vino di palma (scritto negli anni quaranta, ma pubblicato solo nel 1952).

La prima opera teatrale scritta da un nero africano fu The Girl Who Killed to Save: Nongquase the Liberator ("La ragazza che uccideva per salvare: Nongquase la liberatrice", 1935) del sudafricano Herbert Isaac Ernest Dhlomo. In Africa orientale, il primato spetta a The Black Hermit ("L'eremita nero", 1962) del keniota Ngugi wa Thiong'o, una storia educativa sul "tribalismo" (il razzismo fra tribù). Ngugi sarebbe poi diventato uno degli scrittori di spicco del Kenya post coloniale.

In periodo tardo-coloniale (dopo la seconda guerra mondiale), la letteratura africana iniziò a connotarsi in modo sempre più decisamente politico e indipendentista. Oltre che per i temi trattati, spesso orientati alla critica del colonialismo e alla denuncia del suo impatto sulla cultura e sulla società indigene, la letteratura tardo-coloniale si pone come indipendentista anche nella scelta delle forme, che frequentemente mirano a una riscoperta e rivalutazione della tradizione culturale e linguistica locale. Nelle colonie francesi un tema comune è quello della négritude. Fra le opere più rappresentative di quest'epoca va citata la raccolta Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française ("Antologia della nuova poesia nera e malgascia in francese", 1948), compilata e pubblicata dal poeta Léopold Sédar Senghor, che in seguito sarebbe diventato Presidente del Senegal. La prefazione di quest'opera imponente fu firmata da Jean-Paul Sartre.

Letteratura postcoloniale Con la conquista dell'indipendenza da parte delle colonie, a partire dagli anni cinquanta e anni sessanta, la letteratura africana conobbe un momento di grandissimo sviluppo, con l'emergere di numerosi nuovi autori, spesso riconosciuti a livello internazionale (nel 1986, il Premio Nobel per la letteratura fu assegnato al nigeriano Wole Soyinka).

In parte, la letteratura post coloniale deriva direttamente, per temi e scelte stilistiche, da quella dell'ultimo periodo coloniale: per esempio, si tratta del rapporto conflittuale fra la cultura occidentale e quella indigena e si continua la riscoperta della tradizione locale. A questi elementi si va ad aggiungere la denuncia dei nuovi problemi delle nazioni africane post coloniali, quali la corruzione del mondo politico, le disuguaglianze economiche della nuova società, la dittatura, il dramma delle guerre civili. In questo periodo si affiancano le opere scritte nelle lingue coloniali (soprattutto inglese, francese, portoghese) e le prime opere scritte completamente in lingue africane (per esempio, le opere in lingua gikuyu di Ngugi wa Thiong'o). Dopo l'indipendenza diventano anche molto più numerose le scrittrici, e la condizione della donna diventa un tema importante.

Chinua Achebe

La nascita della letteratura africana post-coloniale si fa generalmente coincidere con la pubblicazione del romanzo Il crollo (Things Fall Apart, 1958) del nigeriano ibo Chinua Achebe. La storia è ambientata nella Nigeria di fine Ottocento. La vicenda del protagonista, Okonkwo, coincide con l'avvento del dominio coloniale. Lo scopo dell'opera è la rappresentazione della cultura africana nativa (ibo), che la dominazione europea avrebbe in seguito in gran parte modificato e distorto. Quando il protagonista del romanzo torna al villaggio, dopo sette anni d'esilio, trova una comunità irriconoscibile, divisa tra cristiani e non cristiani; di fronte alla fine del vecchio mondo, Okonkwo si uccide. Il "crollo" a cui allude il titolo dell'opera è quindi inteso come il crollo della cultura africana causato dal dominio dei bianchi.