Con dialetto pavese s'intende l'insieme non codificato delle varietà gallo-italiche diffuse nella provincia di Pavia. Il raggruppamento dei dialetti del Pavese sotto un'unica dicitura si presta tuttavia a difficoltà di classificazione, in quanto le diverse varietà locali subiscono l'influenza di quelli di province e regioni confinanti e pertanto mostrano affinità con il piacentino, il piemontese e il ligure.

Descrizione Se nel nord della provincia il dialetto è infatti ascrivibile al ramo occidentale della lingua lombarda (da Bereguardo e Landriano secondo Bernardino Biondelli, a Mortara e nel settore nordoccidentale secondo Clemente Merlo), è altresì vero che dal Medioevo la parlata di Pavia e del suo circondario ha assunto tratti emilianiProfilo linguistico dei dialetti italiani, Loporcaro Michele, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 97, cfr Salvioni C., Dell'antico dialetto pavese. Bollettino della Società Pavese di Storia PatriaDevoto Giacomo, Giacomelli Gabriella, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Università, Firenze, 1972, pag. 20. E pur essendo emersa negli ultimi decenni e tra gli abitanti del capoluogo provinciale la tendenza di assimilare il lessico e certi aspetti morfologici (non però fonetici) del vicino dialetto milanese, risulta però ancora molto chiara l'appartenenza del dialetto originario di Pavia e del suo circondario alla più vasta compagine linguistica che lo accomuna non soltanto alle parlate dell'adiacente Lomellina, ma anche a quelle di Voghera e più in generale ai dialetti dell'Oltrepò Pavese, di tipo emilianoDevoto Giacomo, Giacomelli Gabriella, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Università, Firenze, 1972, pag. 54. Tuttavia, già nel 1953 Merlo descriveva come lombardo-occidentale la varietà di Pavia, che fu però emiliana come confermerebbe la presenza dei dittonghi [ei] e [øi] sopravvissuti fuori città. L'inclusione nell'emiliano emerge, ad esempio, nel lavoro di A. Annovazzi, autore nel 1934 del Nuovo Vocabolario Pavese-Italiano, nel quale si è cercata la parlata originaria piuttosto nella periferia, e in particolare in Borgo Ticino, che nel centro cittadino.

Ancora, bisogna osservare che, da un punto di vista fonetico, la maggiore somiglianza tra il pavese urbano e i maggiori dialetti vicini è senza dubbio con il piacentino e le varianti emiliane estese fino al solco del fiume Taro, che limita ad est il dominio della ü lombardo-piemontese. Questo fatto giustifica la singolare, ma in definitiva convincente, aggregazione del pavese al variegato gruppo emiliano-romagnolo, proposta già nel 1853 da Bernardino Biondelli in Saggio sui dialetti gallo-italici. Biondelli lo definisce infatti «suddialetto del piacentino, alquanto misto di lombardo». I tratti emiliani erano appunto riconosciuti come distintivi del dialetto cittadino di Pavia almeno nell'OttocentoAntonio Rusconi, I parlari del Novarese e della Lomellina, Tip. Rusconi, 1878, pag. 29. Biondelli evidenzia inoltre alcune nette particolarità emiliane nel dialetto di Broni, nell'Oltrepò Pavese, che non permettono di annoverarlo nel gruppo lombardo occidentale al quale è comunque affine. Giovan Battista Pellegrini individua nell'area linguistica emiliano-romagnola una sezione "vogherese-pavese", di transizione verso vari dialetti.

Tuttavia, quello in uso a Pavia e dintorni è da alcuni considerato oggi come un dialetto lombardo per la forte influenza esercitata dal milanese, nonostante quella che è stata l'evidente continuità con il piacentino. Studi più recenti suggeriscono che i tratti che il pavese condivide con il piacentino, cioè quelli che hanno determinato la tradizionale aggregazione del pavese all'emiliano, sono però generalmente piemontesi e non emiliani.

D'altra parte l'ambito fonetico del pavese continua in provincia di Alessandria nel Tortonese (dove confina con i dialetti della lingua piemontese che iniziano con il dialetto alessandrino), né si può trascurare la sostanziale continuità tra la parlata della Lomellina e quella del soprastante novarese. In conclusione si può affermare che il pavese si trova ben collocato in una zona di transizione soprattutto in direzione est-ovest, o meglio sudest-nordovest, tra i dialetti emiliani e quelli piemontesi. Maggiore discontinuità, soprattutto dal punto di vista fonetico, si ha invece con i dialetti lombardi. Ad esempio il pavese si distingue in special modo dal milanese per la presenza così caratteristica della a chiusa (á) che risulta sostanzialmente identica alle e debole o indistinta (scevà), che sostituisce spesso la è milanese, come nell'articolo determinativo maschile, èl in milanese, ál in pavese (questa caratteristica lo accomuna invece al piacentino). Verso la montagna oltrepadana il pavese trapassa rapidamente sia nel dialetto bobbiese che nel ligure (la parlata di Varzi, alquanto dissimile anche da quella della vicina Voghera, è l'estremità meridionale del pavese, mentre i dialetti dell'area soprastante sono ormai liguri).

Pertanto il pavese, come il piacentino, occupa un ruolo centrale nell'ambito delle parlate gallo-italiche, confinando con tutti e quattro i gruppi in cui esse si usano dividere. Potrebbe essere considerato l'esempio centrale e più caratteristico dell'intero gruppo gallo-italico, laddove invece, per motivi accidentali dovuti alle suddivisioni politiche e amministrative, sembra relegato in una posizione periferica e ad apparire un ibrido tra le parlate rese più note dall'uso in più importanti aggregazioni urbane.

Come detto, all'interno dell'ampio territorio della provincia di Pavia, la parlata non appare comunque omogenea: a parte la difformità già notata della più alta zona montana, le differenze riguardano non la fonetica (se non in qualche area limitata, vedi per esempio l'assenza della eu sostituita sistematicamenta dalla o chiusa in un'area della pianura tra Broni e il Po), ma piuttosto la morfologia. Le diverse aree possono essere identificate in base all'influenza esercitata delle lingue emiliano-romagnola, lombarda e ligure, quest'ultima particolarmente incisiva nell'alta Valle Staffora. Tuttavia, è stata osservata la presenza di una forma di koinè passiva pavese-vogherese, che porta all'attenuazione delle differenze più marcate dei dialetti della provincia. Tale fenomeno è considerato tipico di alcune aree dialettali miste o intermedie e di complessa classificazione.Introduzione alla linguistica italiana, A. A. Sobrero e A. Miglietta, Laterza, Bari, 2006

Fonologia e grafia Il dialetto pavese, rispetto all'italiano e anche rispetto ai dialetti vicini, possiede un maggior numero di suoni vocalici e un minor numero di suoni consonantici.

Per quanto riguarda le vocali, oltre ai sette suoni vocalici dell'italiano (comprese le forme aperta e chiusa della e e della o), possiede la u chiusa (ü), la o turbata (ö, da taluni scritta eu), in comune con il lombardo e il piemontese e alcuni dialetti emiliani. Inoltre, con il piacentino condivide la a chiusa (á) che svolge anche la funzione di e indistinta o molto aperta. Caratteristica del pavese, anche qui in misura anche maggiore rispetto ai dialetti vicini, è l'esistenza di molti di questi suoni solo in posizione tonica, mentre in posizione atona esistono solo la a chiusa, la i, la u, la u chiusa, e solo raramente la e chiusa. In tal modo, se nella flessione o nella derivazione delle parole una vocale tonica diventa atona, decade in una di queste ultime vocali o scompare (fenomeno linguistico detto sincope, molto comune nell'emiliano-romagnolo. In particolare, tutte le o (chiusa, aperta e turbata) decadono in u, la a aperta decade in a chiusa (o meglio in a atona, semichiusa, verso cui converge anche la a chiusa), la e aperta in a chiusa e la e chiusa in i.

Per quanto riguarda le consonanti, rispetto all'italiano il dialetto pavese manca, delle doppie o geminate come gli altri dialetti gallo-italici, della z, del suono gl , e in comune con il piacentino del suono sc che è invece presente in milanese (es: signora = sciura in milanese, siura in pavese).

Non esiste una grafia standard per il dialetto pavese; quella usata dall'Annovazzi nel suo Dizionario Pavese-Italiano può servire (data la sostanziale omogeneità fonetica di quasi tutta la Provincia) per scrivere la maggior parte delle parlate locali del territorio pavese.

I verbi in pavese Verbo essere Indicativo presente: mì sum, tì 't seet, lü l'è, nüm a suma, vialtar siv, lur i henn. Indicativo imperfetto: mì seri, tì 't serat, lü l'era, nüm a seram, vialtar serav, lur i eran. Indicativo futuro: mì säroo, tì 't sareet, lü 'l sarà, nüm a saruma, vialter sarii, lur i saran. Congiuntivo presente: che mì sia, che tì 't siat, che lü 'l sia, che nüm a siam, che vialter sii, che lur i sian. Congiuntivo imperfetto: che mì seri, che tì 't serat, che lü l'era, che nüm seram, che vialter serav, che lur i eran. Condizionale presente: mì sarissi, tì 't sarissat, lü 'l sarissa, nüm a sarissam, vialter sarissav, lur i sarissan. Infinito presente: vess. Participio passato: stat.

Verbo avere Indicativo presente: mì gh'hoo, tì 't gh'eet, lü 'l gh'ha, nüm gh'uma, vialtar gh'ii, lur i gh'han. Indicativo imperfetto: mì gh'avivi, tì 't gh'avivat, lü 'l gh'aviva, nüm gh'avivam, vialtar gh'avivav, lur i gh'avivan. Indicativo futuro: mì gh'avroo, tì 't gh'avreet, lü 'l gh'avrà, nüm gh'avruma, vialtar gh'avrii, lur i gh'avran. Congiuntivo presente: che mì gh'abia, che tì 't gh'abiat, che lü 'l gh'abia, che nüm gh'abiam, che vialtar gh'avii, che lur i gh'abian. Congiuntivo imperfetto: che mì gh'avissi, che tì 't gh'avissat, che lü 'l gh'avissa, che nüm gh'avissam, che vialtar gh'avissav, che lur i gh'avissan. Condizionale presente: mì gh'avrissi, tì 't gh'avrissat, lü 'l gh'avriss, nüm gh'avrissam, vialtar gh'avrissav, lur i gh'avrissan. Infinito presente: avégh/'végh. Participio passato: avüü.

Prima coniugazione Indicativo presente: mì guardi, tì 't guardat, lü 'l guarda, nüm guardam, vialtar guardii, lur i guardan. Indicativo imperfetto: mì guardavi, tì 't guardavat, lü 'l guardava, nüm guardavam, vialtar guardavav, lur i guardavan. Indicativo futuro: mì guardaroo, tì 't guardareet, lü 'l guardarà, nüm guardaruma, vialtar guardarii, lur i guardaran. Congiuntivo presente: che mì guardi, che tì 't guardat, che lü 'l guarda, che nüm guardam, che vialter guardii, che lur i guardan. Congiuntivo imperfetto: che mì guardassi, che tì 't guardassat, che lü 'l guardass, che nüm guardassam, che vialtar guardassav, che lur i guardassan. Condizionale presente: mì guardarissi, tì 't guardarissat, lü 'l guardariss, nüm guardarissam, vialtar guardarissav, lur i guardarissan. Infinito presente: guardà Participio passato: guardaa.

Seconda coniugazione Indicativo presente: mì scrivi, tì 't scrivat, lü 'l scriva, nüm scrivam, vialtar scrivii, lur i scrivan. Indicativo imperfetto: mì scrivivi, tì 't scrivivat, lü 'l scriviva, nüm scrivivam, vialtar scrivivav, lur i scrivivan. Indicativo futuro: mì scrivaroo, tì 't scrivareet, lü 'l scrivarà, nüm scrivaruma, vialtar scrivarii, lur i scrivaran. Congiuntivo presente: che mì scrivi, che tì 't scrivat, che lü 'l scriva, che nüm scrivam, che vialtar scrivii, che lur i scrivan. Congiuntivo imperfetto: che mì scrivarissi, che tì 't scrivarissi, che lü 'l scrivariss, che nüm scrivarissam, che vialtar scrivarissav, che lur i scrivarissan. Condizionale presente: mì scrivariss, tì 't scrivarissat, lü 'l scrivariss, nüm scrivarissam, vialtar scrivarissav, lur i scrivarissan. Infinito presente: scriv. Participio passato: scrit.

Terza coniugazione Indicativo presente: mì senti, tì 't sentat, lü 'l senta, nüm sentam, vialtar sentii, lur i sentan. Indicativo imperfetto: mì sentivi, tì 't sentivat, lü 'l sentiva, nüm sentivam, vialtar sentivav, lur i sentivan. Indicativo futuro: mì sentaroo, tì 't sentareet, lü 'l sentarà, nüm sentaruma, vialtar sentarii, lur i sentaran.