Il Corpo Volontari Italiani è stata una grande unità militare pluriarma (fanteria, artiglieria, genio, marina, sanità, reali carabinieri, guardia mobile, servizio telegrafico e giustizia militare) del Regio esercito italiano composta da 43.543 uomini, quasi interamente da volontari compresi alcune centinaia di stranieri, e posta al comando del generale Giuseppe Garibaldi che operò nel corso della terza guerra di indipendenza del 1866 sul fronte del Trentino contro l'impero austriaco.

Il reparto La formazione del Corpo Il 6 maggio 1866, in previsione della guerra con l'impero austriaco, con decreto del re Vittorio Emanuele II, fu istituito il "Corpo Volontari Italiani" affidato a Garibaldi - alla stregua del corpo di volontari dei Cacciatori delle Alpi, che aveva combattuto nella seconda guerra d'indipendenza - insieme alle commissioni militari, costituite da ufficiali dell'esercito regolare e dell'ex garibaldino, preposte all'arruolamento dei quadri dei primi cinque reggimenti di fanteria. In data 16 maggio, da Firenze capitale, venne emanata una circolare da parte del Ministero della guerra che fissava l'ordinamento del Corpo, stabilendone la consistenza in 20 Battaglioni, che avrebbero formato 10 ReggimentiGiuseppe Garibaldi, Le memorie, Nella redazione definitiva del 1872, a cura della reale commissione, Bologna-Rocca S. Casciano, 1932..

Il 20 maggio iniziarono, molto lentamente, i reclutamenti della truppa. Riguardo a questa precaria situazione scrive Virgilio Estival, tenente di origine francese della 12ª compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani: Tutte le provincie italiane diedero il loro contingente; ma quelle che più di tutte si distinsero, furono il Veneto e le Romane. Il Veneto che aveva dato dei molti dei suoi figliuoli all'armata regolare, diede ancora più di 12.000 volontari a Garibaldi; e mi rammento con vera soddisfazione che più di due terzi degli uomini che formavano la compagnia che fui incaricato di organizzare appartenevano alle provincie allora soggette all'Austria.

Si sentiva che questi uomini sacrificavansi per avere il diritto di rientrar liberi nel proprio paese, per riconquistare il domestico focolare, per abbracciare liberamente la loro famiglia […] Alcuni reggimenti che formavansi nelle provincie meridionali erano quasi esclusivamente composti di Romagnoli, i quali al parer mio formavano la più energica popolazione d'Italia. In genere, tutte le provincie fecero il proprio dovere. Firenze diede quasi 4.000 volontari, Torino più di 3.000, Parma più di 1.000, Ferrara che non ha che una popolazione di 25.000 abitanti, ne diede quasi 1.000. Lugo che soltanto ne ha 9.000 ne diede 500. Faenza 300. In quattro giorni Bologna ne ebbe iscritti più di 1.500, Genova 600, Ancona 450. […] “È una leva in massa” disse il generale Pettinengo “noi non la vogliamo”Virgilio Estival, Garibaldi e il governo italiano nel 1866, Milano 1866..

I volontari bresciani erano all'incirca 1.000 provenienti in buon numero dal Lago d'Iseo e anche dalla Valle Sabbia. Vista la notevole affluenza di giovani volontari che in breve raggiunsero la consistenza di 40.000 unità, si provvide alla formazione di altri cinque reggimenti e alla sospensione del reclutamento. Furono creati sette centri di addestramento per i volontari, a Como, Varese, Bergamo, Gallarate, Molfetta, Terlizzi e a Bari, i quali in breve furono sommersi da una moltitudine di giovani desiderosi di essere formati e armati per la nuova battaglia.

Per i più l'impatto con la nuova realtà militare fu mortificante: ci si accorse subito che all'interno delle caserme mancava tutto il necessario per l'addestramento. Ovunque regnava la disorganizzazione e nonostante le lamentele dei comandanti al Ministero della guerra non si riuscì a porvi rimedio. Mancavano le divise, ogni sorta di vestiario e cibo, le tende, le cucine da campo, i mezzi di trasporto, muli e cavalli, le armi, le munizioni, carte geografiche aggiornate, le attrezzature sanitarie e la buffetteria. Inoltre tra le file degli stessi volontari abbondavano non solo i volenterosi, spinti all'arruolamento da seri ideali, ma anche una valanga di mediocri e perfino alcuni giovinastri avventurieri con le fedi penali sporche.

I quadri ufficiali, formati in gran parte nella guerra del 1859 e nella campagna meridionale del 1860, e i sottufficiali, seppur costituiti da gente di valore, dimostravano nel complesso un'impreparazione militare e organizzativa. Alcuni comandi erano stati affidati perfino a deputati del parlamento che mai avevano visto le armi o a ex guardie nazionali mobili adibite alla lotta al brigantaggio.

Il 22 giugno la forza complessiva del Corpo dei Volontari Italiani contava esattamente 38.041 uomini, 873 cavalli, 24 cannoni e due cannoniere a vapore (Solferino e San Martino)Francesco Martini Crotti, La Campagna dei volontari nel 1866, Cremona, Tip. Fezzi, 1910..

Armamento

I volontari vestivano una camicia rossa e pantaloni regolamentari del Regio Esercito.

La maggior parte dell'armamento individuale della fanteria del Corpo Volontari Italiani era costituito da vecchi fucili ad avancarica a canna liscia (francesi M1822T, M1840 e M1842 in calibro 18mm; piemontesi M1842 e M1844 in calibro 17,5mm). Erano armi molto lunghe e pesanti, capaci di un tiro utile fino ai 2-300 metri, munite di una lunga baionetta a manicotto con ghiera. Si tratta di diversi modelli a canna liscia di fucile ad avancarica con sistema di accensione a percussione con luminello e capsula fulminante, decisamente antiquati per l'epoca. Solo alla fine della campagna giunsero dall'arsenale di Napoli alcune moderne (ed ottime) carabine rigate Enfield inglesiUgo Zaniboni Ferino, Bezzecca 1866. La campagna garibaldina dall'Adda al Garda, Trento 1966..

In generale la situazione dei garibaldini era pessima, scrive nuovamente Virgilio Estival, tenente della 12ª compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani: “Il primo reggimento era il solo il quale, per la intelligente iniziativa del suo capo che di privata sua autorità fece contratti con fornitori civili, fosse vestito. Il secondo era mal vestito, e come già dissi, i due battaglioni di ultima formazione quasi nudi. Il terzo reggimento aveva soltanto 1.000 camicie e un numero uguale di fucili, il giorno che Garibaldi ne ispezionò il deposito. Il quarto era vestito un poco meglio, ma armato coi fucili della Guardia nazionale; infatti la Guardia nazionale di Brescia diede 1500 fucili ai volontari, 1.700 ne diede quella di Bergamo, ed io stesso vidi cittadini bresciani armare dei volontari coi propri fucili!…Il quinto trovatasi in una situazione più infelice ancora, e più di un terzo dei suoi uomini erano mezzi nudi e senza fucili, quando Garibaldi andò a ispezionarlo. Quanto ai reggimenti formatisi nelle provincie meridionali, può dirsi senza tema d'ingannarsi che essi erano equipaggiati nel medesimo modo; e come dicevami a questo proposito uno dei membri della commissione: “solo in cotesta circostanza il governo non aveva fatto ingiustizia per nessun dei reggimenti, tutti erano stati trattati con una rigorosa imparzialità”.

I vertici

Comandante in capo, il generale Giuseppe Garibaldi; capo di Stato Maggiore, il generale Nicola Fabrizi; sottocapo, il tenente colonnello Enrico Guastalla; comandante il Quartier Generale, il tenente colonnello Benedetto Cairoli e aiutante di campo di Garibaldi, il maggiore Stefano Canzio; comandante della zona del Garda il generale Giuseppe Avezzana; comandante della flottiglia del lago di Garda, il tenente colonnello Augusto Elia con capo di Stato Maggiore il capitano Alberto Mario.

L'organizzazione Il 3 settembre del 1866 il Quartier Generale del Corpo Volontari Italiani con sede a Brescia certificava la sua composizione: Comando Generale del Corpo di Intendenza militare al comando del colonnello Giovanni Acerbi; Direzione della Posta militare; Ispezione del Telegrafo militare; Giustizia militare (1°, 2° e 3° Tribunale militare); Carcere militare Centrale; Cassa militare; 1º Reggimento al comando del colonnello poi generale Clemente Corte, sostituito in seguito dal luogotenente colonnello Federico Salomone a sua volta sostituito l'8 agosto dal luogotenente colonnello Gioacchino Bonnet; 2º Reggimento al comando del luogotenente colonnello Pietro Spinazzi, sostituito poi dal colonnello Giovanni Acerbi; 3º Reggimento al comando del colonnello Giacinto Bruzzesi; 4º Reggimento al comando del luogotenente colonnello Giovanni Cadolini; 5º Reggimento al comando del colonnello Giovanni Chiassi, poi alla morte di costui avvenuta il 21 luglio a Bezzecca dal luogotenente colonnello Nepomuceno Bolognini; 6º Reggimento al comando del colonnello brigadiere, poi generale Giovanni Nicotera, sostituito poi da Francesco Sprovieri; 7º Reggimento al comando del colonnello Luigi Bossi, sostituito poi dal luogotenente Luigi La Porta; 8º Reggimento al comando del colonnello Eliodoro Specchi, morto suicida, sostituito dal colonnello Vincenzo Carbonelli; 9º Reggimento al comando del colonnello Menotti Garibaldi; 10º Reggimento al comando del luogotenente colonnello Francesco Corvi, sostituito poi a seguito delle sue dimissioni dal luogotenente colonnello Marco Cossovich;

1º Battaglione Bersaglieri genovesi al comando del maggiore Antonio Mosto; 2º Battaglione Bersaglieri milanesi al comando del maggiore Nicostrato Castellini, poi dal capitano Antonio Oliva; 41º Battaglione bersaglieri del regio esercito; due Squadroni Guide a cavallo al comando del colonnello Giuseppe Missori;. una Brigata d'artiglieria dell'esercito regolare, ordinata su tre reggimenti, il 4° da campagna, il 5° da montagna e il 2°, al comando del maggiore Orazio Dogliotti; 3ª Compagnia del 1º Reggimento di artiglieria pontieri; l'Ambulanza militare (Sanità), dal colonnello Agostino Bertani; una Compagnia di Sussidio del servizio sanitario; una Compagnia del Treno sanitario; una Compagnia del Genio del Regio esercito; una Compagnia di operai delle Sussistenze sanitarie; una Compagnia del Deposito a Salò; Comando generale della zona militare del Lago di Garda; Flottiglia del Lago di Garda; Distaccamento del 1º Reggimento del Treno del Regio esercito; una Compagnia volontari del Genio al comando del capitano Spinola; il presidio della Rocca d'Anfo inizialmente al comando del maggiore Abrile, sostituito poi dal colonnello Vittorio Federici, era formato da due compagnie del 29º Reggimento fanteria della Brigata "Pisa" (160 uomini), una Compagnia dell'artiglieria da piazza, una Compagnia di zappatori del genio e un Plotone di pontieri; uno Squadrone di Reali carabinieri con il compito di polizia militare, composto da 51 ufficiali e 940 fra sottufficiali e militari di truppa, al comando del generale Giovanni Serpi; un Battaglione della Guardia Mobile per la difesa del Passo del Tonale e doganieri. Ogni reggimento era composto da 16 compagnie di circa 180 fucilieri o “rossi” suddivise in 4 battaglioni di 4 compagnie ognuno. I dieci reggimenti, su proposta di Garibaldi, furono poi raggruppati in 5 brigate: 1ª brigata: Reggimento 2° e 7°, maggiore generale Ernesto Haug; 2ª brigata: Reggimento 4° e 10°, maggiore generale Angelo Pichi; 3ª brigata: Reggimento 5° e 9°, maggiore generale Vincenzo Giordano Orsini; 4ª brigata: Reggimento 1° e 3°, colonnello brigadiere Clemente Corte; 5ª brigata: Reggimento 6° e 8°, colonnello brigadiere Giovanni Nicotera.

Storia

L'impiego tattico