La nazionale maschile italiana di rugby a 15 è la selezione di rugby a 15 (o Rugby union) che rappresenta l'Italia in ambito internazionale maschile. Attiva dal 1929, opera sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Rugby.
La nazionale italiana è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni, che la vede di fronte alle migliori compagini nazionali europee: , , , e . In precedenza, dal 1936 fino al 1997, prese parte al campionato europeo, torneo del quale vinse proprio l'ultima edizione alla quale partecipò, nel biennio 1995-97.
Inoltre, fin dalla sua prima edizione (1987), l'Italia è sempre presente alla Coppa del Mondo di rugby, competizione nella quale non è mai, tuttavia, riuscita a superare la prima fase a gironi.
Il commissario tecnico della squadra è l'argentino Gonzalo Quesada, in carica dal .
Figura fin dal 2000 nel novero delle nazionali maschili di prima fascia (gruppo che comprende le squadre del Sei Nazioni e quelle del Rugby Championship).
Storia Le origini del rugby in Italia
Il rugby, al pari del calcio, apparve in Italia verso la fine del XIX secolo, ivi portato dai britannici che facevano scalo al porto di Genova; la diffusione massiccia del gioco, comunque, fu dovuta all'opera di un pioniere italiano emigrato oltralpe, Stefano Bellandi.; questi, nato nel 1892 in provincia di Cremona, dovette rientrare in Italia per svolgere il servizio militare e, avendo conosciuto il rugby in Francia, si adoperò per diffonderlo anche in patria. Bellandi, grazie all'aiuto di un amico francese che viveva in Italia, riuscì a mettere in piedi una sezione rugbistica presso l'Unione Sportiva Milanese, storica società calcistica oramai scomparsa, che all'epoca competeva nel campionato nazionale al pari delle concittadine (con la quale poi si fuse alla fine degli anni venti) e . Tuttavia, già nella primavera del 1910 si era tenuto a Torino un incontro secondo le regole del rugby tra due compagini calcistiche non italiane, il di Ginevra e lo SC Universitaire di Parigi, finito 40-3 per i francesi; sulla scia di tale evento, il successivo nacque il primo club rugbistico italiano, il , scioltosi dopo un solo incontro, disputato contro la , club calcistico tra i più forti dell'epoca. Benché, quindi, Torino vanti la primogenitura del rugby in Italia, fu a Milano che la nuova disciplina ebbe il suo pieno sviluppo.
Il primo incontro dell'U.S. Milanese si tenne all'Arena Civica di Milano il contro una compagine francese, che si impose 15-0.; ma, come riportò la Gazzetta dello Sport, gli spettatori furono entusiasti dello spettacolo, tanto che poco meno di un anno dopo, agli inizi del 1912, la squadra milanese organizzò un altro incontro, a Vercelli, contro l'U.S. Chambéry. Anche in tale occasione si trattò di una sconfitta, anche se di minore entità (i francesi vinsero 12-3). Poi giunse la Grande Guerra e di rugby in tutta Europa si ricominciò a parlare a partire dai primi anni venti.
La nascita della federazione e della nazionale
Dopo il conflitto fu, ancora, Stefano Bellandi a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa.; il fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una federazione nazionale che disciplinasse l'attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città).. Il a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.
La nazionale nacque quasi contemporaneamente all'istituzione del primo campionato italiano: il , allo Stadio dell'Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l'esordio contro l'altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Davanti a spettatori e alla presenza del re Alfonso XIII gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna.) si imposero 9-0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall'ex U.S. Milanese, oramai fusa con l'Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana). Un anno più tardi, il gli spagnoli restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell'Italia: all'Arena di Milano gli Azzurri, per l'occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3-0.
Una polemica di carattere politico-organizzativo per ragioni mai chiarite, verosimilmente relativa alla disciplina dei propri tesserati, portò allo scioglimento della F.I.R. e al passaggio dell'organizzazione del rugby nazionale a un apposito direttorio istituito in seno alla Federazione Italiana Giuoco Calcio. L'organismo di governo fu successivamente ricostituito come Federazione Italiana della Palla Ovale, poi rinominato, per ragioni autarchiche, Federazione Italiana Rugbi. Nella prima metà degli anni trenta la nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell'Europa continentale (le quattro britanniche dell'IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), (vittoria a Milano per 7-0 nel 1934) e (pareggio per 5-5 a Barcellona nel 1934). Prima sconfitta dopo l'esordio, a Roma nel 1935 contro la che, fino al 1983, fu l'unica squadra di alto livello fuori dall'IRFB e, fino al 1988, l'unica del Cinque Nazioni, a concedere all'Italia test match ufficiali.
Il l'Italia, la e la , capifila di un fronte che propugnava la formazione di una federazione internazionale alternativa all'IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA (o FIRA, oggi Rugby Europe), confederazione alternativa all'allora International Rugby Football Union (oggi nota come World Rugby). La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l'Italia prese parte fino al 1997.
La nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d'anteguerra, classificandosi in un'occasione terza, nell'altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla , che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.
L'attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la nazionale andò avanti fino al maggio del 1940: l'ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la , e nell'occasione Francesco Vinci divenne l'ultimo marcatore internazionale del rugby del secondo anteguerra.. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento.; Achille Starace, segretario del PNF, sostenne che «Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». Uno dei fattori ritenuti frenanti d'una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l'etichetta di “sport fascista”.
L'immediato dopoguerra
Il ritorno alla normalità dopo la guerra avvenne a tappe: il campionato riprese nel 1946, l'attività internazionale, con il Cinque Nazioni, nel 1947, ma la nazionale italiana dovette attendere fino al marzo 1948 per tornare in campo., in concomitanza con il primo congresso post-bellico della FIRA che si tenne a Milano.. Alla guida tecnica, nei primi 13 anni di attività, vi erano stati 12 avvicendamenti tecnici, al ritmo di uno all'anno di media, con 11 tecnici coinvolti. In realtà, si trattava spesso di affiancamenti o di ritorni (il francese Julien Saby, per esempio, uno degli artefici dello sviluppo tecnico del rugby in Italia, ebbe tre mandati di cui due in coppia con un altro tecnico; lo stesso Luigi Bricchi ebbe 8 mandati di cui 6 affiancato a uno o più colleghi).
Nel 1947 la squadra fu affidata all'ex nazionale Tommaso Fattori, già giocatore di Lazio, e e futuro tecnico dell'Aquila. Questi guidò la squadra in due incontri, entrambi nel 1948, con la (sconfitta a Rovigo per 6-39) e con la (vittoria a Parma per 17-0). Ma le differenze tra la miglior formazione continentale, la Francia, e l'Italia (e a sua volta tra la stessa Italia e le altre avversarie), erano palesi: gli Azzurri riuscivano a tenere il passo con le altre formazioni europee, quando addirittura non venivano considerati i migliori del resto del continente, ma non a battere i transalpini, neppure quando questi schieravano la loro formazione non ottimale. A dispetto della crescita del gioco nel suo triangolo d'elezione tra Treviso, Padova e Rovigo, con punte d'eccellenza in seguito anche a Napoli, Roma, Parma e L'Aquila, la nazionale non riuscì per lungo tempo a rendersi competitiva fuori dall'ambito della Coppa delle Nazioni / Coppa FIRA, nella quale era sempre la a dominare: fino al 1968 quest'ultima non si fece sfuggire un'edizione del torneo europeo e, in aggiunta a ciò, era l'unica continentale a confrontarsi annualmente con le quattro britanniche nel Cinque Nazioni.
La Francia batté l'Italia nelle finali delle due edizioni della Coppa Europa tenutesi nel decennio, quella del 1952 a Milano e quella del 1954 a Roma.
A contrastare l'Italia a livello continentale era invece la , che aveva visto a partire dal 1950 un numero sempre crescente di praticanti (da nell'immediato dopoguerra, divennero , nove volte tanto, alla fine degli anni settanta.) e che contese, spesso strappandola loro, agli Azzurri la piazza d'onore nella Coppa delle Nazioni riuscendo perfino a battere i francesi, impresa che l'Italia conseguì solo molto più avanti, a fine secolo.
Apparve chiaro che, quindi, solo un confronto con le nazioni più all'avanguardia poteva dare al rugby italiano occasioni di crescita, e nell'ottobre 1956 fu organizzato un tour informale (non conteggiabile come tale in quanto non previde alcun test match) in Gran Bretagna: tre incontri che si risolsero in altrettante sconfitte per la nazionale, contro i gallesi dello (5-14) e del (3-8) e i londinesi per 14-15, tutto sommato una sconfitta meno pesante del temuto; il tour fu ripetuto due anni dopo e, proprio nell'ultima partita della serie, che faceva seguito a due sconfitte, contro le Contee Londinesi per 3-9 e il per 8-18, l'Italia vinse 5-3 contro gli irlandesi del ; quanto ai test match nel periodo intorno a tali tour, si registrarono vittorie in serie ( 12-3 nel 1956, 8-0 nel 1957, 11-5 nel 1960; 9-19 nel 1956 e 6-3 nel 1958, ma contro la Francia ancora quattro sconfitte (3-16 nel 1956, 6-38 nel 1957, 3-11 nel 1958 e 0-22 nel 1959).
Il buio in Europa
La situazione profilatasi circa un decennio prima – all'inizio degli anni sessanta – era ormai consolidata e tale rimase praticamente per il trentennio successivo: sempre fuori portata le isole britanniche, almeno a livello di rappresentative nazionali, il termine di confronto per tutto il resto d'Europa era la Francia, unica selezione del continente ammessa a competere su base annuale con le quattro Home Nation d'Oltremanica da un lato, e dall'altro impegnata nella Coppa delle Nazioni. A seguire l'Italia, sempre regolarmente sconfitta dalla Francia, a contendersi la seconda piazza di norma con la , ed entrambe un gradino sopra il resto dei contendenti europei.