Le guerre tra Roma e Veio furono una costante della storia del Lazio a partire quantomeno dall'VIII secolo a.C. Fin dalla sua leggendaria fondazione nel 753 a.c, attribuita a Romolo, Roma trovò un nemico temibile e determinato nella città etrusca di Veio.Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.11. Le motivazioni dell'inimicizia secolare fra l'Urbe e Veio sono di natura economica. Che Roma si sia formata da una specie di "federazione" di villaggi posti sui sette colli, o sia sorta come riporta la tradizione e il racconto degli storici antichi, lo scontro fra le due città era inevitabile poiché la potenza e la ricchezza di una avrebbe significato la decadenza e la povertà dell'altra.
Contesto storico Interessi contrapposti Veio era una città ricca che, posta a soli 20 km da Roma su un altopiano facilmente difendibile, controllava un attraversamento del Tevere e dominava tutto il territorio posto sulla sua riva destra. Il fiume costituiva il confine naturale fra il territorio etrusco e quello delle popolazioni latine, ma soprattutto, era la principale via di traffico dal mare verso l'interno e costituiva il miglior collegamento fra il sud dell'area etrusca tradizionale ed il primo avamposto etrusco nel meridione italiano, che era Capua, quasi incastrata fra i Latini e l'incombente marea colonizzatrice dei Greci che risalivano la Penisola.
Veio vide nascere e in breve tempo crescere una pericolosa concorrente posta in posizione dominante sul lato sinistro del Tevere, a controllo della navigazione e dei commerci: Roma.
Non ci volle molto tempo ché i Veienti comprendessero quanto quella nuova città sarebbe stata determinante per la loro ricchezza se non proprio per la loro esistenza. Fondamentale era il controllo dei septem pagi, delle saline, poste alla foce del fiume e del commercio del sale che se ne ricavava. Roma quindi si era posta fra Veio e il mare e controllava i controllori. D'altra parte, per Roma la città etrusca era il primo grosso ostacolo per la propria espansione commerciale e militare verso l'Etruria ed era strettamente alleata alle città di Capena (fondata, secondo la tradizione, da Veienti guidati dal leggendario re Properzio), Falerii e Fidene.
Periodo monarchico di Roma
A quanto raccontano Tito Livio e Plutarco, fu Veio a iniziare le ostilità, reclamando Fidene, poiché riteneva le appartenesse :Plutarco, Vita di Romolo, 25, 2. la prima volta che si trova la città di Veio citata in Livio, (nella trattazione dell'VIII secolo a.C.) Romolo voleva una dimicatio ultima, una battaglia risolutiva:
Plutarco racconta che i Veienti divisero il loro esercito in due schiere e con l'una assalirono l'esercito romano lasciato a guardia di Fidene e con l'altra si scontrarono con Romolo.Plutarco, Vita di Romolo, 25, 3. A Fidene ottennero una vittoria parziale in cui riuscirono ad uccidere Romani, ma nel secondo scontro persero la vita ben Veienti e Romolo ebbe la meglio. Il successivo e decisivo scontro vide i due eserciti combattere sempre nel territorio di Fidene, dove Romolo dimostrò il maggior merito della vittoria per la sua grande abilità tattica e coraggio. Al termine della terza ed ultima battaglia c'erano sul campo di battaglia ben caduti.Plutarco, Vita di Romolo, 25, 4. E Romolo dopo aver sbaragliato l'esercito nemico, inseguì i Veienti fin sotto le mura della città, tanto che al termine delle ostilitàEutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 2. poté sottrarre loro i territori dei Septem pagi (ad ovest dell'isola Tiberina) e quelli delle Saline,Andrea Carandini, Roma. Il primo giorno, Roma-Bari 2007, p.99. in cambio di una tregua della durata di cento anni.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 15.Plutarco, Vita di Romolo, 25, 5.
La leggenda della fondazione e della crescita di Roma, riportata fra gli altri da Tito Livio, narra di una serie di battaglie (Livio le chiama guerre) che ripetutamente si accendevano fra le due città, segno questo di una continua frizione, tale da sfociare con una certa continuità in combattimenti serrati e saccheggi nei territori.
Il distanziamento temporale poteva essere dovuto all'osservanza di tregue (per la prima si parla di una durata cento anni) o alla mancanza di volontà politica o anche al continuo combattere con varie genti (Roma era sempre impegnata con i vari vicini Sabini, Latini, Ernici, Rutuli, Volsci e così via). Ma anche Veio aveva dei vicini turbolenti e, essendo ripetutamente sconfitta dai Romani, doveva certamente pagare anche le relative riparazioni economiche, in genere con perdite di territorio e quindi di ricchezza.
Dopo gli anni di Romolo ed il pacifico regno di Numa Pompilio che iniziò a dare forma alla parte spirituale della città, con Tullo Ostilio la tregua, pur se a fatica resse anche se, approfittando dei postumi della conquista e distruzione di Albalonga,Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 4. la pressione dei Sabini su Roma favorì il radunarsi di una certa quantità di volontari nella città etrusca per approfittare della situazione.
Però pochi anni dopo, essendo re Anco Marzio, i patti erano certo scaduti. Infatti si legge in Livio che uno dei metodi del re romano per ingrandire lo Stato, oltre alla deportazione a Roma delle genti latine sconfitte, fu l'acquisizione territoriale:
Si assistette alla graduale spoliazione del territorio veiente e ad un sovrapporsi di Roma nella produzione e nel commercio del sale. La creazione di Ostia alla foce del fiume mostrò come il controllo del Tevere fosse determinante per la ricchezza delle città etrusche dell'interno. Di interesse il fatto che proprio durante il regno di Anco Marzio giunse a Roma il futuro re Tarquinio Prisco. Ritenuto essere l'adombramento dell'influenza etrusca su Roma, Lucio Tarquinio che proveniva dall'etrusca Tarquinia, diventò re proprio nel momento in cui l'etrusca Veio subì pesanti colpi economici.
Il regno di Tarquinio (o l'influenza etrusca che nascondeva) migliorò le sorti di Veio. L'esercito romano venne scatenato contro i Latini e i Sabini e conquistò molte città latine. Poi, in tempo di pace, Roma si impegnò nella propria ristrutturazione urbana. Fu di quel periodo la bonifica delle zone paludose con la costruzione delle cloache, canali per convogliare l'acqua stagnante verso il Tevere, dell'innalzamento di un primo muro in pietra, della scelta del Campidoglio come centro religioso - e quindi politico - della città.
Con Servio Tullio i Veienti videro Roma tornare a farsi minacciosa.Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.21. In effetti, anche se gli etruschi che comandavano a Roma provenivano da Tarquinia, per Veio la situazione non era certo migliorata, tutt'altro. Nonostante la comune discendenza, Veio si trovò circondata da concorrenti: l'etrusca Tarquinia a nord, e Roma, a sud, guidata da etruschi ma padrona dell'intera area latina. Oppure l'influenza etrusca cominciava già a scemare e la figura di Servio Tullio maschera i primi rivolgimenti politici (l'eliminazione dei figli di Tarquinio) che riporteranno la città fuori dall'orbita etrusca. E infatti Servio Tullio, anche per mantenere il potere e volgere verso l'esterno le forze politiche e militari dell'Urbe, riprese le ostilità con Veio e con gli altri etruschi.
Vinse e, come il predecessore, si diede ad opere di pace e alla ristrutturazione fisica e organizzativa della città, costruì le Mura serviane e l'istituì il Censo.
Con l'ultimo dei Tarquini Veio vide ritornare la tranquillità. Tarquinio il Superbo si dedicò a rafforzare la supremazia sull'etnia latina e spostando la direttrice di attacco da nord a est, verso Gabi e poi Ardea, capitale dei Rutuli. La sua cacciata non permette di determinare quale sarebbe stata la sua politica nei confronti di Veio, però i prodromi erano evidentemente rivolti a imporre la supremazia romana sulle popolazioni non-etrusche in generale e latine in particolare.
Periodo repubblicano di Roma
Primo periodo repubblicano La tranquillità di Veio cessò con il cessare del regno di Tarquinio. La neonata Repubblica romana doveva trovare la pace interna ed il miglior metodo per compattare un popolo è stato, da sempre, rivolgerne l'attenzione a nemici esterni. Veri o presuntiOpinione personale dell'autore non documentata.. Già Publio Valerio Publicola uno dei primi consoli, venne indicato come guida di un attacco a Veio proprio mentre la nuova carica di console veniva introdotta nell'ordinamento politico romano. Era il 509 a.C. secondo la tradizione di Marco Terenzio Varrone.
Tarquinio il Superbo, subito dopo la cacciata provò a ritornare sul trono con un colpo di Stato guidato da alcuni giovani esponenti dell'aristocrazia romana e fallito per la delazione di uno schiavo dei Vitelli di cui si riporta "l'eloquente" nome di Vindicio. La reazione romana rivolse Tarquinio verso le sue origini etrusche e chiese l'aiuto dei Tarquiniesi e, naturalmente, dei Veienti. Facendo leva sulla voglia di potere di Tarquinia e sul desiderio di rivalsa di Veio, Tarquinio riuscì a spingere le due città contro Roma.
La battaglia si scatenò appena gli eserciti delle due città entrarono nel territorio di Roma. Publio Valerio avanzò al comando della fanteria che marciava in formazione quadrata. Giunio Bruto guidò la cavalleria e, nello scontro con Arrunte Tarquinio, figlio del re:Cfr. Tito Livio, I, 6., fu mortalmente ferito. La battaglia, per lungo tempo protrattasi nell'incertezza del vincitore, ebbe termine quando, mentre l'ala tarquiniese faceva indietreggiare i Romani,
Il console superstite, Publio Valerio fece ritorno a Roma dopo aver raccolto le spoglie degli eserciti nemici che, il giorno seguente avevano già fatto ritorno alle rispettive città. Tito Livio dà notizia che Publio Valerio portò la guerra a Veio, ma non dice come questa si concluse. Il racconto delle vicende di Roma passa alla calata di Porsenna, lucumone di Chiusi e i Veienti escono, per qualche tempo, dalla scena bellica dell'Urbe, per rientrare alla fine delle ostilità in qualità di comparse. Sia che gli eventi bellici si siano svolti come li descrivono gli storici antichi sia che Porsenna abbia fatto ritorno a Chiusi da vincitore,
Però i Veienti non godettero a lungo - pare - della restituzione del territorio. Sempre stando alla tradizione narrata da Tito Livio, due anni dopo il ritorno a Chiusi, Porsenna, ammirato dal rigido e coerente atteggiamento romano, non solo promise di non aiutare Tarquinio nelle sue pretese, ma "restituì gli ostaggi e quella porzione di territorio che era tornata a Veio in virtù del trattato del Gianicolo".
Conflitti interni a Roma
L'avventura romana di Porsenna aveva temporaneamente ricompattato i due Ordini, patrizio e plebeo, in cui era divisa la città. Il Senato, espressione dell'aristocrazia, per ottenere che la plebe si schierasse in armi contro l'invasore etrusco ne aveva migliorato le condizioni
La pace interna non durò a lungo. Pochi anni dopo la battaglia del Lago Regillo, alla notizia della morte di Tarquinio nel suo esilio di Cuma ospite di Aristodemo:
Poi i Volsci cominciarono a entrare nelle mire di Roma. Accusati di aiutare i Latini vennero attaccati, sconfitti e, in un tentativo di rivincita assieme agli Ernici, traditi dagli ex-alleati Latini. La situazione politica interna di Roma stava diventando incandescente. La maggioranza dei plebei correva seri rischi di subire la schiavitù per debiti, il nexum.
Fra roventi polemiche, agitazioni violente del popolo e reazioni del senato, Roma faticava a trovare un equilibrio e solo la pressione - vera o presunta - dei popoli circostanti obbligava i Romani ad un'unità di intenti, sancita dal giuramento del popolo in armi; la leva costringeva tutti a obbedire ai consoli. Fra vittorie esterne e sconfitte politiche la plebe giunse alla secessione ritirandosi (Livio dice sul Monte Sacro, Pisone dice sull'Aventino). È la famosa secessione sedata da Menenio Agrippa e dal suo altrettanto famoso apologo.