La fuga da Roma del re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio (genericamente nota anche come fuga di Pescara, fuga di Ortona o fuga di Brindisi) consistette nel precipitoso abbandono della capitale – all'alba del 9 settembre 1943 – alla volta di Brindisi, da parte del sovrano, del capo del Governo e di alcuni esponenti della Real Casa, del governo e dei vertici militari. La fretta con la quale la fuga fu realizzata comportò l'assenza di ogni ordine e disposizione alle truppe e agli apparati dello Stato utile a fronteggiare le conseguenze dell'Armistizio, pregiudicando gravemente l'esistenza stessa di questi nei convulsi eventi bellici delle 72 ore successive. Questo avvenimento segnò una svolta nella storia italiana durante la seconda guerra mondiale.

In seguito a questo evento – che seguì immediatamente l'annuncio, la sera dell'8 settembre, dell'armistizio siglato con gli Alleati il 3 settembre – le forze di terra italiane, abbandonate a loro stesse e senza ordini e piani precisi,Se si esclude la "Memoria 44 OP", che conteneva disposizioni solo embrionali di difesa e contrasto da una possibile aggressione, e che avrebbe richiesto comunque ulteriori ordini e disposizioni (che spesso non giunsero mai) per essere attuata. non furono in grado di opporre un'efficace e coordinata resistenza alla ovvia e prevedibile reazione tedesca, disintegrandosi nel volgere di poche decine di ore e finendo in larga parte preda dei tedeschi, con eccezione delle guarnigioni di Sardegna e Corsica, in Puglia e – almeno per due giorni – alla periferia sud di Roma. Fu in tal modo consentito all'ex alleato di occupare agevolmente oltre due terzi del territorio nazionale e tutti i territori occupati dal Regio Esercito nella Francia meridionale, nei Balcani e in Grecia, e di catturare ingentissime quantità di bottino e quasi seicentomila militari italiani; questi furono dai tedeschi considerati non come prigionieri di guerra, soggetti quindi alla convenzione di Ginevra in materia, ma come "internati", classificazione che dava al governo tedesco, secondo un'interpretazione assolutamente unilaterale voluta da Hitler in persona, il diritto di trattare e sfruttare i prigionieri con metodi e modi del tutto al di fuori delle convenzioni internazionali.

Con la subitanea avanzata alleata in Calabria e gli sbarchi anfibi di Salerno e Taranto in concomitanza con l'Armistizio, il restante terzo del Paese fu rapidamente occupato dagli angloamericani. L'Italia fu perciò trasformata in larga parte in un campo di battaglia, usata dai due contendenti rispettivamente dal primo per la difesa del territorio e degli interessi strategici e politici del Terzo Reich, e dai secondi per attaccare l'Asse nel suo "ventre molle", attirando in Italia il maggior numero possibile di divisioni tedesche per sguarnire gli altri fronti. Il Paese fu così esposto ai rigori e alle sciagure di ulteriori venti mesi di guerra, sottoposto alla duplice occupazione di truppe straniere spesso indifferenti alle condizioni della popolazione civile e al patrimonio artistico, industriale e infrastrutturale italiano.Per le strategie contrapposte di tedeschi e alleati cfr: Albert Kesselring, Soldato fino all'ultimo giorno, LEG, 2007; Erik Morris, La guerra inutile, Longanesi, 1997

Antefatto

L'offensiva lanciata dagli Alleati nell'estate del 1943 contro il territorio italiano, quello che Winston Churchill aveva definito "il ventre molle d'Europa", non tardò ad aver successo, rendendo chiara l'inevitabilità della sconfitta e causando la caduta del regime fascista, insediato al potere da 21 anni a seguito della Marcia su Roma non contrastata dal re Vittorio Emanuele III.

Tra il 9 e il 10 luglio 1943 iniziò l'invasione della Sicilia - non contrastata dalla Regia Marina, i cui alti ufficiali erano in massima parte fedelissimi al sovrano - e Palermo cadde nelle mani degli statunitensi già il 22 luglio 1943. Nello stesso giorno, Vittorio Emanuele III si rivolse con queste parole a Dino Grandi «Mi dia un voto del Gran Consiglio del Fascismo che mi offra un pretesto costituzionale per dimissionare Mussolini».

Il 19 luglio 1943 Roma fu colpita da un devastante bombardamento aereo, più volte pubblicamente minacciato dagli Alleati sin dal 1940, malgrado gli sforzi del Pontefice e del Vaticano, le uniche autorità impegnate sin dall'inizio del conflitto in una fitta attività diplomatica volta a tentare di scongiurare il pericolo che la città eterna subisse dal cielo devastazioni simili a quelle che colpirono innumerevoli città europee.Riferendosi alle trattative e alle iniziative diplomatiche che coinvolgevano la Santa Sede, volte prima a scongiurare il conflitto e poi a porvi termine, giunto a descrivere le attività in essere nel giugno 1940, quando ormai la guerra coinvolgeva anche l'Italia, Antonio Spinosa scrive: "Nella nuova situazione il primo pensiero di Pacelli fu di chiedere agli anglofrancesi di «voler rispettare» la città di Roma. Alcuni aerei inglesi avevano nottetempo sorvolato la città lanciando manifestini, e subito il cardinale Maglione protestò con Churchill, sempre mediante il delegato apostolico a Londra, Godfrey. [...] In realtà il Papa aveva invano cercato di convincere il governo italiano e lo stesso Mussolini ad allontanarsi dalla capitale per non offrire appigli al nemico. [...] «Senza di noi fascisti», aveva detto Mussolini, «Roma tornerebbe ad essere papalina». Per di più fin dal principio si era opposto a trasferire le industrie belliche romane, a cominciare dalla più importante, la Breda." (Antonio Spinosa, Pio XII - Un papa nelle tenebre, Mondadori, Milano, 1992, pp. 195-196). Numerosi documenti declassificati che testimoniano la fitta - e mai interrotta, sino alla liberazione, il 4 giugno 1944 - attività diplomatica vaticana volta alla protezione della città di Roma sono disponibili in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, Bombardare Roma, Il Mulino, Bologna, 2007. Da essi si ricava come sino al 1942 inoltrato il Vaticano agì - per quasi due anni - in sostanziale solitudine. Successivamente, vista la piega negativa presa dalla guerra per le potenze dell'Asse, prima timidamente il governo fascista, poi quello di Badoglio e, dopo l'occupazione nazista, l'ambasciata tedesca a Roma, diedero il proprio avallo ad alcune delle iniziative vaticane, o contattarono la Santa Sede perché trasmettesse messaggi agli Alleati circa una definizione della "Città Aperta", sino a tutto il 4 giugno 1944. Il bombardamento causò più di 2000 vittime.

L'astio popolare al re e l'esaltazione del papa Pio XII dall'urbe nei bombardamenti fu un chiaro segnale della percezione pubblica, magnificata dal Radiomessaggio del 1º settembre 1943, IV anniversario dall'inizio della guerra mondiale, indirizzata tanto agli Alleati quanto all'Asse come accusa della violazione del rispetto dei valori rappresentati da Roma e dalla Chiesa Romana, città che da solamente 72 anni faceva parte del Regno d'Italia dopo un millennio di governo pontificio.

La caduta di Mussolini Di fronte all'inarrestabile avanzata alleata e alla campagna di bombardamenti aerei e navali che investiva il resto d'Italia, prima ancora che Catania fosse occupata dagli inglesi il 5 agosto 1943 e che l'ultimo lembo di terra siciliana fosse evacuato dalle forze dell'Asse (occupazione di Messina il 17 agosto), il Re decise infine di liberarsi di colui che gli Italiani ritenevano il primo responsabile del disastro, destituendo e facendo arrestare Benito Mussolini il 25 luglio 1943, appena dopo la sfiducia decretatagli a maggioranza nella notte precedente dallo stesso Gran consiglio del fascismo, per iniziativa di Dino Grandi. Lo stesso Grandi, interpellato dal sovrano sulla situazione, già il 28 luglio 1943 lo avvisò dell'imminente e grave pericolo che versava sulla nazione qualora alla caduta di Mussolini non fossero seguiti speditamente un armistizio con gli Alleati e la rottura con i tedeschi e se contro questi non fossero state rivolte con decisione le armi:

L'incarico a Badoglio

Mussolini fu speditamente sostituito alla testa del governo dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, un militare piemontese largamente compromesso con le iniziative del regime fascista e – malgrado la pessima prova da questi fornita durante la campagna di Grecia – preferito dal sovrano al parigrado Enrico Caviglia, del quale lo stesso Grandi aveva caldeggiato la candidatura, e che pare fosse sospettato a corte di essere "troppo filobritannico".

Il successivo 31 luglio il governo Badoglio comunicava di aver deciso di dichiarare Roma città aperta, chiedendo a tutti i belligeranti a quali condizioni la dichiarazione potesse essere accettata. Il 13 agosto, gli americani effettuarono sulla città una nuova, pesantissima incursione aerea.Secondo una diffusa interpretazione storiografica, i pesanti bombardamenti alleati che, in quei giorni estivi, colpivano tutte le principali città italiane, sarebbero stati ispirati dalla volontà di costringere alla resa il governo italiano, che, dopo la caduta del fascismo, continuava la guerra a fianco dei nazisti. D'altra parte, va notato che i bombardamenti successivi al 25 luglio 1943 e sino all'8 settembre successivo furono assai più intensi ed estesi di quelli posti in atto per costringere Mussolini alla resa e che, in particolare, quelli devastanti su Milano furono definiti "terroristici" dalla stessa stampa svizzera.

Il 14 agosto venne allora diramato un comunicato ufficiale nel quale si diceva che, «in mancanza di evasione della richiesta del 31 luglio», il governo italiano si vedeva «costretto alla proclamazione unilaterale, formale e pubblica di Roma città aperta, prendendo le necessarie misure a norma del diritto internazionale». Il 22 agosto veniva diramato un altro comunicato ufficiale, nel quale si informava che, in occasione dei sorvoli di aerei nemici sulla capitale non si sarebbe più fatto luogo a manifestazioni di difesa contraerea.

La vacuità delle parole tardivamente proferite dal governo Badoglio, che s'era deciso a dichiarare unilateralmente Roma "città aperta" non prima di trenta ore dopo il secondo bombardamento che l'aveva sconvolta,Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, p. 236. è testimoniata dal fatto che gli Alleati avevano chiarito – già prima della caduta di Mussolini, e con ogni mezzo – che la dichiarazione di Roma "città aperta" del governo italiano – unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali – non aveva alcun valore."Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi […] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta. Dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali,di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo", H. Callender, Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved – Sicilian Resistance Expected in "The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma – Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1 . Non a caso la città verrà nuovamente bombardata numerose volte, sino alla liberazione, avvenuta il 4 giugno 1944.