La Rivoluzione per la parità in Spagna

La rivoluzione anarchica spagnola del 1936 fu una rivoluzione sociale di ispirazione anarchica e libertaria che cominciò durante le prime fasi della guerra civile spagnola, seguita al colpo di Stato militare di Francisco Franco del luglio 1936 contro il governo repubblicano che porrà fine alla Seconda Repubblica Spagnola, per poi spegnersi, a partire dal 1937, incompiuta, infranta e tradita dallo stesso governo del Fronte Popolare.Cf. Una cronologia essenziale di guerra civile e rivoluzione sociale spagnola (1936-1939), tratta da Carlos Semprun Maura, Libertad! Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Elèuthera, Milano, 1996 (1974), è consultabile in rete. Le sue caratteristiche, tra le altre, furono: anticlericalismo nell'ambito religioso, orizzontalismo nell'ambito amministrativo, razionalismo nell'ambito educativo e collettivismo autogestito nell'ambito economico.

Una rivoluzione sociale libertaria Si tratta probabilmente della più importante esperienza libertaria di massa nella storia, dato che un ruolo politico e militare preponderante rispetto alle altre forze antifasciste (socialiste riformiste e rivoluzionarie, repubblicane, comuniste e autonomiste) fu inizialmente ricoperto dall'anarchismo, sia spontaneo che organizzato. Ad essere determinanti furono, da un lato, l'influsso e il peso di quel complesso di idee e di pratiche istintivamente o coscientemente anarchiche adottate dal proletariato spagnolo e, dall'altro, la forza agente delle sue espressioni più strutturate, ossia: l'organizzazione politica specifica Federazione anarchica iberica (F.A.I.), con la sua Federación Ibérica de Juventudes Libertarias (F.I.J.L.) e l'organizzazione sindacale Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T.), che arriverà ad avere un milione e mezzo di lavoratori iscritti. Secondo Guy Debord, che pure non ha lesinato critiche verso gli anarchici spagnoli, «Nel 1936 l'anarchismo ha realmente condotto una rivoluzione sociale e l'abbozzo, il più avanzato che mai si sia visto, di un potere proletario».Cf. Guy Debord, La Société du spectacle, cap. IV, disponibile in italiano s:La società dello spettacolo/Capitolo IV

Effettivamente in questo tentativo storicamente rilevante di emancipazione dei lavoratori spagnoli ad opera di essi stessi, e non di uno stato o di un partito operaio agenti in loro nome, nonostante le gravi urgenze del contesto bellico si avviarono una serie di pratiche rivoluzionarie e si attuarono azioni dirette di massa, spesso spontanee e diffuse in diversi ambiti della vita sociale.

Per documentare precisamente la consapevolezza di chi all'epoca s'impegnò in questo senso si possono leggere diverse testimonianze di questo tenore: «Noi anarchici non abbiamo fatto la guerra per il piacere di difendere la repubblica borghese [...] No, se abbiamo preso le armi, è stato per attuare la rivoluzione sociale».Sono le parole di un ex-miliziano della Columna de Hierro. Cf. Fréderic Goldbronn e Frank Mintz, Un'utopia realizzata. Quando la Spagna rivoluzionaria viveva in anarchia, Spagna 1936: gli anarchici, la guerra, la rivoluzione, Le Monde Diplomatique, dicembre 2000.

L'aspetto militare nel quadro internazionale della guerra al fascismo è stato sempre quello maggiormente messo in evidenza, ma se si parla di rivoluzione sociale, e non solo di guerra civile spagnola, è soprattutto perché la maggior parte dell'economia spagnola fu messa sotto il controllo dei lavoratori in autonomia da uno stato allo sbando; nelle "roccaforti" anarchiche, come la Catalogna, la percentuale raggiungeva il 75%, ma era più bassa in aree con forte influenza comunista. Le fabbriche erano gestite tramite comitati di lavoratori, le aree agricole furono collettivizzate in parte e gestite come comunità libere.

Terra e Libertà

I terreni espropriati e collettivizzati furono il 70% in Catalogna, Aragona e nella provincia di Badajoz, il 58% in Castiglia-La Mancia, il 49% in Andalusia e il 13 % nella Comunità Valenciana.Cf. la pagina italiana del sito Anarchopedia.org sulla rivoluzione spagnola L'antica questione agraria trovò così rapida soluzione con l'azione diretta dal basso dei contadini che, dopo le deludenti e timide riforme del governo repubblicano e socialista, presero in mano il loro destino senza attendere decreti di sorta e si appropriarono delle terre, ponendo fine alla gestione feudale e latifondistica. A differenza di quanto accadde con la direzione bolscevica della rivoluzione russa, non si trattò di una collettivizzazione delle terre centralizzata e statale, né tanto meno di una nazionalizzazione della produzione. L'influsso delle concezioni anarchiche fra i braccianti e i contadini insorti aveva spinto da subito i fatti verso una prospettiva totalmente diversa.

«Senza che "nessun partito, nessuna organizzazione" avesse impartito una consegna in questo senso, si costituirono anche collettività agrarie. Furono collettivizzati soprattutto i latifondi, i cui proprietari erano fuggiti nella zona franchista, o erano stati sommariamente giustiziati. Nell'Aragona, dove fin dal luglio 1936 i miliziani della colonna Durruti avevano dato impulso al movimento, furono coinvolti quasi tutti i villaggi: la federazione delle collettività arrivò a comprendere mezzo milione circa di contadini. Sulla piazza del villaggio furono raccolti e bruciati gli atti di proprietà fondiaria. I contadini consegnavano alla collettività tutto ciò che possedevano: terre, attrezzi, animali da tiro ecc. In alcuni villaggi il denaro fu abolito e sostituito da tagliandi. Non si trattava però di una vera moneta, dato che con quei buoni non si potevano acquistare mezzi di produzione ma solo beni di consumo, peraltro in quantità limitata. Il denaro accantonato dal comitato fu utilizzato per acquistare all'estero i prodotti mancanti che non potevano essere ottenuti con gli scambi.».Cf. Fréderic Goldbronn e Frank Mintz, Un'utopia realizzata..., Op. cit.

Nel quadro di una visione antiautoritaria della rivoluzione l'esistenza della proprietà agricola individuale, così come altri importanti nodi politico-sociali, fu affrontata secondo criteri differenziati in base a decisioni prese localmente dalle collettività o regionalmente, ed essa non fu sistematicamente abolita. Non a caso Isaac Puente, uno dei principali teorici del comunismo libertario , precisava in linea di principio che «Non può essere oggetto di discussione il regime di proprietà della ricchezza e degli utili della produzione, che verranno amministrati dalla collettività e messi a disposizione di chi vorrà produrre. La soppressione della proprietà privata e dell'accaparramento della ricchezza costituiscono la garanzia imprescindibile della libertà economica. Ma questa intransigenza verso la proprietà privata non può essere estremizzata fino a negarla per le cose di uso personale, né per i prodotti dell'attività personale dell'individuo. La proprietà usufruttuaria non credo che possa essere negata per i mobili, i vestiti e le cose di dettaglio il cui possesso non implica né una spoliazione né un'ingiustizia. Rispetto alla proprietà della terra - "la terra per chi la lavora" - si deve distinguere fra la terra dedicata alla produzione del necessario da quella che serve per produrre alimenti o piante rispondenti al gusto individuale, come gli orti e i giardini, o le particelle sperimentali, su cui deve rispettarsi la proprietà usufruttuaria.».Isaac Puente, Il Comunismo Libertario..., Op. cit.

Il congresso delle collettività agricole aragonesi del 1937, iniziativa federalista libertaria fortemente osteggiata dalle forze governative centrali, stabilì, fra l'altro, che chiunque non volesse partecipare al sistema agricolo collettivizzato poteva avere un terreno di proprietà individuale, a condizione che la sua dimensione non eccedesse quella che egli stesso poteva lavorare senza impiegare salariati.

Gaston Leval conferma che «I piccoli proprietari erano rispettati. Le tessere di consumatori fatte anche per loro, il conto corrente che era loro aperto, le risoluzioni prese a loro riguardo lo attestano. Soltanto s'impediva loro di aver più terra di quella che potessero coltivare, e d'esercitare il commercio individuale. L'adesione alle Collettività era volontaria: gli “individualisti” vi aderivano solo se e quando venivano persuasi dai migliori risultati del lavoro in comune.».Cf. Gaston Leval, Né Franco né Stalin..., Op. cit.

Ovviamente ciò non poteva dissolvere diffidenze e ostilità di quel ceto intermedio di piccoli proprietari o contadini mezzadri legato alla propria condizione e non impedì, dato che la rivoluzione sociale agraria fu lungi dall'essere indolore, il manifestarsi di una conflittualità anticollettivista che bloccava la collettivizzazione e che, in determinate situazioni locali quali il villaggio La Fatarella, poteva degenerare anche in lotta armata con morti e feriti.Cf. Claudio Venza, Anarchia e potere..., Op. cit., p. 125.

Autogestione dell'economia e forme di organizzazione sociale antiautoritaria

La ricerca storica fornisce dati incompleti, parziali e non di rado discordanti sulla valutazione qualitativa e quantitativa del sistema economico e sociale durante le varie fasi nel periodo rivoluzionario.

È stato stimato da Sam Dolgoff, autore de I Collettivi Anarchici: autogestione dei lavoratori nella Rivoluzione Spagnola, che più di 10 milioni di persone parteciparono direttamente, o almeno indirettamente, nella rivoluzione spagnola. Sebbene con una diversa intensità e densità geografica nel territorio spagnolo, quasi ogni sfera dell'economia fu investita dal processo rivoluzionario e autogestionario. Esso si estese e spinse più avanti in Catalogna, dove il settore industriale come quelli dei trasporti, dei servizi e finanche il settore del commercio non furono affatto esclusi da queste forme di socializzazione. In alcuni casi perfino i taxiA Barcellona circolavano 700 taxi dipinti dei colori rosso e nero delle bandiere anarchiche. , gli alberghi, le barberie e i ristoranti furono collettivizzati e gestiti dagli stessi lavoratori. Nell'industria catalana la collettivizzazione riguardò circa imprese di vari settori (tessile, metallurgia, chimica, edilizia, legno, servizi, spettacolo ecc.), mentre il controllo operaio vigeva in circa imprese.Cf. Claudio Venza, Anarchia e potere..., Op. cit., p. 127.

La rivoluzione sociale non si dimostrò invece efficace nel settore bancario che, forse per la scarsa presenza di sindacalisti radicali favorevoli alla collettivizzazione, finì per costituire uno dei suoi punti deboli cruciali, come già era stato durante l'esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi (1871). Il sindacato maggioritario in quel settore, l'Unione Generale dei Lavoratori (U.G.T.), era infatti vicino al governo a direzione marxista, più orientato verso la nazionalizzazione, ossia la gestione statale delle banche, il quale si servì del controllo del credito e delle riserve auree per circoscrivere e strangolare la dinamica rivoluzionaria, indirizzando politicamente i fondi pubblici per le spese, militari e non, dove non erano maggioritarie le componenti rivoluzionarie anarchiche o comuniste antistaliniste (soprattutto il P.O.U.M.). Onde evitare che oltre 500 tonnellate d'oro della Repubblica spagnola, confiscate alla Banca di Spagna, finissero direttamente in mano ai rivoluzionari spagnoli, il governo preferì trasferirne segretamente il valore nelle casse di Stalin, con lo scopo di ottenere il contributo bellico sovietico condizionato. E così egli poté impiegare quell'oro di Mosca a sua discrezione, con le conseguenze politiche e militari che si vedranno (controrivoluzione stalinista prima, vittoria del franchismo e fine della Repubblica poi).