Lacquedotto romano di Catania fu la maggiore opera di convoglio idrico della Sicilia romana. Attraversava il territorio compreso tra le fonti sorgive di Santa Maria di Licodia e l'area urbana catanese, percorrendo gli attuali territori comunali di Paternò, Belpasso e Misterbianco, prima di giungere al capoluogo etneo.
Studi
Nonostante la struttura fosse imponente e piuttosto articolata, e sebbene, fino al XIX secolo, non manchino attestazioni del suo utilizzo in alcune sue parti, della presenza di tale sistema idrico non si ha menzione nelle fonti classiche. La prima citazione è del Fazello, che nella seconda metà del XVI secolo che lo definisce ricco di acque e monumentale come quelli di Roma,Il Fazello ci informa che l'acquedotto era costruito in pietre nere e quadrate - ex quadrato et nigro lapide - e che raccoglieva le acque della fonte Butta, che sgorgavano non lontano da Paternò, presso il monastero di Santa Maria di Licodia (Juxta monasterium Divae Mariae Licodiae). mentre, è del BolanoV. ad es. Guido Libertini, «Lorenzo Bolano e l'indagine archeologica catanese nel secolo XVI», in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, 1922., la prima descrizione dell'acquedotto in rapporto alla città: esso si diramava in 3 direzioni, corrispondenti a dei rispettivi quartieri civici. Nel XVII secolo Pietro CarreraIl Carrera è il primo ad abbozzarne una storia. Idem, Memorie storiche della città di Catania, Catania 1639. e Giovanni Battista GrossiCatanense decachordum vol. 2, Catania 1647, pp. 25-27, oggi edito, con traduzione italiana e commento, in S. Cammisuli, Il Catanense decachordum di Giovan Battista de Grossis, Catania 2018, pp. 88-95 e 185-187., e nel secolo successivo Vito Maria AmicoL'Amico per primo localizza il punto di partenza delle acque a Santa Maria di Licodia indicandone il percorso che si snodava lungo le campagne di Civita, Valcorrente, Misterbianco prima di arrivare nel capoluogo etneo. Idem, Catania illustrata, Catania 1746. e Ignazio Paternò CastelloIdem, Viaggio per tutte le antichità di Sicilia, Napoli 1781. Il Principe di Biscari lasciò una descrizione puntuale dei tratti ancora visibili e rovinati dalle eruzioni del 253 e del 1669., descrivono ampiamente il monumentale sistema idrico. Tuttavia, le prime immagini che lo ritraggono si devono a Jean Houel, che nel suo Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malta et de Lipari (1782-1787) illustra alcuni tratti dell'acquedotto, nonché la cosiddetta botte dell'acqua di Santa Maria di Licodia, una grande cisterna chiusa con volta a botte e divisa in 2 ambienti, identificata come la cisterna di raccolta delle acque sorgive destinate alla distribuzione idrica. Nel XIX secolo la struttura, caduta ormai nel disinteresse, subisce danneggiamenti ad opera umana, come ricorda Vincenzo Cordaro Clarenza nel 1833Di questi condotti parecchi archi tuttora se ne veggono, essendo tutti gli altri coperti dalle lave dell'Etna, o pure dal tempo distrutti, o dall'avarizia dell'uomo. V. Cordaro Clarenza, Osservazioni sopra la storia di Catania cavate dalla storia generale di Sicilia, Catania 1833, t. I, p. 47..
Nonostante ciò, nel contempo iniziano ad esserci i primi interessi tecnico-scientifici sul monumento, tra cui il Duca di CarcaciIdem, Descrizione di Catania e delle cose notevoli ne' dintorni di essa, Catania 1841-1843., Francesco Paternò Castello, che ne ipotizza una portata di 46 zappePari circa a 350 litri al secondo. La zappa è un'antica unità di misura idrica siciliana che, fino alla parificazione con l'unità di Palermo imposta dal regime borbonico nel 1850, variava fortemente da zona in zona; essa era formata da quattro darbi, a sua volta il darbo era quadrimultiplo dell'aquila che era composta da quattro dinari (o tarì, a seconda del periodo di riferimento), infine componevano il dinaro quattro pinni; una pinna equivale a 0,0335 litri; . L'ingegnere Luciano NicolosiIdem, L'acquedotto antico di Catania, Catania, Tip. Nicolosi e Grasso, 1931. pubblica una monografia sul monumento, in cui ne descrive l'aspetto tecnico, analizzando tracciato, dimensioni del canale, materiale usato (per l'esterno, come per l'interno) e ipotizza, a circa 30.000 cubi di acqua al giorno, la portata dell'acquedotto. Nel 1964, l'archeologa Sebastiana LagonaIdem, «L'acquedotto romano di Catania», in Cronache di archeologia, 1964, pp. 69-86., ha, per la prima volta, usato criteri scientifici moderni nell'analisi della struttura, mentre, nel 1997, viene pubblicato, a cura della dott.ssa Gioconda LamagnaXXIII distretto scolastico di Paternò, Assessorato regionale ai Beni Culturali e della Pubblica Istruzione, Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania, Studio di Architettura S.E.A di S. Maria di Licodia, , 1997., uno studio accurato del tratto paternese del grande complesso. Infine, il 10 maggio 2003, nell'auditorium "Don L. Milani" di Paternò, in occasione della V Settimana della Cultura, si è tenuto un convegno con l'acquedotto catanese come tema principale, a cura dell'organizzazione SiciliAntica, con il patrocinio del Comune di Paternò e la collaborazione del Centro Universitario di Topografia Antica (CE.U.T.A.) dell'Università di Catania e la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania Comunicato stampa sul sito Siciliantica.it..
Storia Per l'approvvigionamento idrico, la città di Katane faceva largo uso delle emergenze che ne bagnavano il suolo. Essendo fondata su un terreno di natura argillosa non erano infrequenti le nascite di fonti sorgive presso le colline che circondavano l'abitato (Monte Po, Poggio Cibali, Monte San Paolillo, lo stesso Colle di Montevergine, sono tuttora ricche alla base di sorgenti spontanee), spesso caratterizzate da sacche o polle d'acqua destinate a estinguersi con la stagione secca; non mancavano nemmeno risorse idriche costanti, come i fiumi - l'Amenano che bagnava la città, il Longane che la lambiva a nord, lo Judicello, ramo meridionale dell’Amenano - o la Gurna di Aniceto, noto come lago di Nicito.
Tuttavia, sin dal 693 a.C., il territorio catanese venne sconvolto dalle eruzioni dell'Etna, che contribuirono a rendere instabile la presenza di risorse idriche: il fiume Amenano diventa debole e fiacco e lo stesso lago di Nicito si svuotava lasciando terreni (...) adatti alla coltura.Strabone, Geographia Nel I secolo,Ovidio, racconta che il fiume catanese scorre trascinando sicule sabbie, ora è secco come se le sue fonti si fossero inaridite.Ovidio, Le Metamorfosi
Le sorgenti prossime alla città dunque non bastarono più a soddisfare il fabbisogno di acqua e, in età non ben identificata, iniziò la costruzione del lungo acquedotto che avrebbe congiunto le sorgenti di Santa Maria di Licodia con Catania. La presenza della grande struttura è certa solo a partire dall'età augustea in poi, in quanto si rinvenne, presso la sua parte iniziale, una lapide, incisa con i nomi dei curatores aquarum, databile al I secolo, oggi custodita al Museo civico catanese del Castello Ursino.Vi si leggeva (Ferrara, o.c., p. 302): «CVRATORES/ Q. MACVLNIVS/ ETRAITIVODE/ ATVRIVCAΛOCHAC». Di questa lapide, oggetto di vandalismo da parte di anonimi popolani, rimasero solo parte delle prime due righe, «CVRAT/ Q. MACVL», conservate dai monaci del plesso benedettino di Licodia e da essi portato nel monastero di San Nicolò l'Arena e in seguito incamerati al Museo Civico. Sull'origine di Malcunio si è supposta una provenienza da Preneste; cfr. Adolf Holm, Catania Antica, traduzione, cura e note di G. Libertini, Catania 1925, p. 66 n. 1. Secondo le fonti, in età augustea, Catina (il nome latino dell'antica Katane), viene eletta al rango di colonia, questo cambio di status permise uno sviluppo della città etnea ed una possibile relativa necessità di approvvigionamento idrico, da qui l'esigenza di una tale struttura . L'edificio subì diversi danneggiamenti, tra cui, secondo il Principe di Biscari, anche l'eruzione del 253, infatti una lapide - rinvenuta dal medesimo nel 1771, presso il complesso monastico dei benedettini, relativa ad un ninfeo che qui insistevaA detta del Ferrara nella contrada del Corso, poco sotto, a man sinistra, dell'arrivo alle mura del grande acquedotto e ad esso collegato. Nella lapide, incisa su due lati, vi si fa menzione in caratteri e lingua greca alla dedica di una piccola opera e di un acquedotto alle ninfe da un lato, dall'altro in caratteri e lingua latina ad un restauro effettuato al Ninfeo da parte di Flavio Arsinio consolare della provincia di Sicilia e alla messa in posa dell'iscrizione per opera di Flavio Ambrosio, forse uno dei decurioni catanesi. La seconda iscrizione sarebbe databile al IV secolo; cfr. A. Holm, o.c., p. 30. - ne ricorderebbe un restauro eseguito. Mancando analisi congiunte su tutto il tracciato, che possano gettare un po' di luce sulla storia passata del monumento, non siamo ad oggi in grado di delinearne l'uso nei secoli, si può solo ipotizzare che già in epoca islamica la struttura fosse dimenticata, se consideriamo che all'attento Al-Idrisi ne sfugge la menzione. Bisogna attendere il XVI secolo per averne qualche notizia.